Maurizio de Giovanni.

Il posto di ognuno.
L'estate del commissario Ricciardi.

Einaudi.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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1.
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L'angelo della morte attravers la festa, e nessuno se ne accorse.
Pass rasente il muro della chiesa, ancora addobbata per la celebrazione della mattina; ma ormai era notte, e il sacro aveva ceduto al profano. Era stato acceso un fal al centro della piazza, come da tradizione, anche se il gran caldo d'agosto lasciava senza fiato e nessuno sentiva il bisogno delle fiamme del legno vecchio che ogni famiglia aveva contribuito ad ammassare.
Ma le fiamme aiutavano l'angelo della morte, proiettando le ombre delle coppie che danzavano al suono delle chitarre, delle tammorre e dei battimano, tra le urla dei bambini e i fischi degli ambulanti. Non lo aveva previsto, ma sapeva che la giustizia divina sarebbe in qualche modo intervenuta. Scoppi un petardo, poi un altro. La mezzanotte si avvicinava. Una signora grassa e sudata finse uno svenimento, l'uomo accanto a lei rise. L'angelo della morte lo sfior ma quello non ebbe nemmeno un sussulto: il destino non era l per lui, quella notte.
Costeggiando la piazza, nel suo anonimo vestito scuro, avrebbe potuto attirare l'attenzione soltanto per la tristezza degli occhi bassi e delle spalle, appena curve. Ma nessuno l'avrebbe notata, quella tristezza, nella frenesa della notte. Anche su questo aveva fatto conto.
Arriv al portone del palazzo e per un attimo temette che fosse chiuso per la festa; ma uno spiraglio era stato lasciato aperto, come sempre. E l'angelo della morte scivol all'interno come un'ombra, mentre la tarantella infuriava e la folla l'accompagnava con canti e applausi e i petardi 
punteggiavano la musica. Sapeva dove nascondersi. Raggiunse l'anfratto dietro una colonna e si dispose all'attesa.
La mano scivol nella tasca per sentire il freddo del metallo, ma non trov conforto. Nemmeno l'ombra solitaria del cortile dava conforto.
Solo il pensiero della giustizia che avrebbe portato.

2.

Al commissario Luigi Alfredo Ricciardi non dispiaceva lavorare di domenica, e quella era un'altra delle sue stranezze. I colleghi si defilavano con mille pretesti quando venivano stabiliti i turni; madri ammalate da accudire, anzianit maturate, millantate necessit famigliari: ogni scusa era buona, pur di risparmiarsi il lavoro nel giorno in cui tutta la citt faceva festa.
Ricciardi invece se ne stava zitto, come al solito, e come al solito gli toccava prendersi il peggio. Non che questo gli fruttasse la benevolenza degli altri, che non perdevano occasione di mormorare alle sue spalle.
Le mani in tasca, senza cappello anche d'inverno; non partecipava alle feste, ai brindisi, non era mai presente alle occasioni d'incontro. Lasciava cadere gli inviti, non stringeva amicizie e non si apriva alle confidenze. Gli occhi verdi spiccavano nel volto bruno, una ciocca di capelli sempre sulla fronte che ravviava con un gesto secco. Parlava pochissimo, con fredde ironie che non tutti coglievano. Ciononostante, la sua presenza calamitava l'attenzione.
Lavorava senza sosta, soprattutto quando seguiva un caso di omicidio, fra la malevolenza di quei colleghi che non erano in grado di avvicinarsi ai ritmi che imponeva alle indagini: i militari che gli erano assegnati lo maledicevano per le ore passate sotto la pioggia o il sole, in appostamenti lunghissimi e talvolta inutili. Commentavano velenosi che ogni volta pareva che fosse morto un suo parente, si trattasse di un nobile o un poveraccio.
D'altra parte le sue capacit erano indiscutibili. Senza seguire le procedure n attenersi alle disposizioni dei superiori, percorreva le sue strade incomprensibili e arrivava sempre al colpevole. Si era sparsa la voce che il commissario parlasse direttamente col diavolo, che gli suggeriva i pensieri degli assassini; questo gli incrementava il vuoto attorno, perch la superstizione era radicata nell'anima della citt. Della vita di Ricciardi non si sapeva nulla, o forse non c'era nulla da sapere. Viveva da solo con la sua vecchia tata, non se ne conoscevano parenti o amici. Niente donne e nemmeno uomini, nessuno che lo avesse incontrato in un bordello o a teatro, mai una serata fuori. Ispirava quella diffidenza che ispira chi sembra non avere vizi e quindi non pu avere virt.
Gli stessi superiori, e in primis Angelo Garzo, il vicequestore, non nascondevano il disagio alla presenza di un uomo che, nonostante le enormi abilit e competenze, non aveva ambizioni. Si diceva che fosse ricchissimo, un latifondista di una terra sperduta, e che quindi non aspirasse a un migliore stipendio. L'unica cosa che pareva interessargli erano le indagini.
Non che manifestasse una qualche soddisfazione, quando metteva finalmente le mani sul colpevole. Si limitava a uno sguardo fisso con quegli inquietanti occhi trasparenti, poi girava le spalle e passava oltre. A un altro delitto. Verso altro sangue.

Ricciardi arrivava presto in ufficio, anche quando era di turno la domenica. Nella lunga passeggiata da via Santa Teresa alla fine di via Toledo incontrava meno gente; e questo non gli dispiaceva; la citt che si svegliava lentamente, qualche carretto di frutta o latte che percorreva sgangherato la strada, i primi canti delle lavandaie dalle fontane nascoste nei quartieri popolari che attraversava. In quel terribile agosto, oltre due mesi senza una goccia di pioggia, procurarsi un po' di fresco residuo della notte era piacevole nel cammino.
Nella semioscurit delle imposte socchiuse, seduto dietro la scrivania, il commissario raccoglieva le idee per la giornata. Gesti meccanici, burocrazia, verbali da compilare, il foglio delle presenze: pochissime, quel giorno. La piazza sotto la finestra era ancora deserta. Un ubriaco cantava rauco: un altro che  di turno di domenica, constat Ricciardi.
La porta era semiaperta, per creare un minimo di corrente d'aria. Lame di luce sul muro, sotto i ritratti ufficiali del piccolo re e del grosso capo del governo. Un gabbiano fece da contrappunto al canto dell'ubriaco, e a Ricciardi parve senz'altro pi intonato. Oziosamente guardava dallo spiraglio della porta, verso la porzione di corridoio che riusciva a vedere.
Anche nella penombra i due cadaveri gli si presentavano nitidi. In piedi, uno di fianco all'altro, uniti per l'eternit dopo essersi appena incontrati in vita. Un monumento alla guardia e al ladro, si disse il commissario. Un monumento invisibile, per: quasi per tutti.
Dalla sua sedia, a diversi metri di distanza, Ricciardi vedeva il largo cratere bruciato sulla tempia del ladro, e il foro di entrata del proiettile su quella della guardia, il rivolo di sangue e di materia cerebrale che scorreva fino al collo; e sentiva il sommesso mormorio dell'ultimo pensiero dei due. Voi non avete turni, comment fra s con astio. Siete qua ogni maledetto giorno, ad ammorbare l'aria con l'inutile dolore delle vostre giovani vite buttate via.
Si alz dalla sedia; il caldo andava irrobustendosi minuto dopo minuto, per strada cominciava a borbottare qualche motore in cammino verso il mare. And al calendario e strapp il foglio della giornata precedente. Lesse la nuova data: domenica, 23 agosto 1931, nono. Anno nono. Della nuova ra. L'ra dei fiocchetti sui cappelli e degli stivaloni, delle fotografie a tutta pagina in maniche di camicia e con l'aratro. Dell'entusiasmo e dell'ottimismo. Dell'ordine e delle citt pulite, per decreto.
Magari bastasse un decreto, rimugin Ricciardi. Il mondo gira uguale a prima dell'anno primo, purtroppo: gli stessi delitti, le stesse passioni corrotte. Lo stesso sangue.
Sbirci il corridoio, ascolt il mormorio dei pensieri dei morti. And a chiudere la porta, come se questo bastasse a escludere l'emozione dall'anima, come se udisse le parole con le orecchie e non col cuore. Fece per gettare nel cestino il foglio strappato dal calendario, ma si ferm e lesse ancora la data: anno nono. E invece ne sono passati venticinque, dal mio primo agosto bollente. Venticinque oggi, per essere precisi.

La baronessa Marta Ricciardi di Malomonte era una donna minuta, elegante, silenziosa. Nel paese del Cilento dominato dall'antico castello tutti le volevano bene, ma da lontano; c'era qualcosa di strano, di distante nei suoi bellissimi occhi verdi e tristi. Qualcosa che metteva a disagio.
Il destino non era stato particolarmente benevolo con la sposa bambina del barone, tanto pi anziano, morto quando il piccolo Luigi Alfredo aveva solo tre anni; lei non aveva voluto tornare in citt e partecipava attivamente alla vita del villaggio, aiutando le famiglie pi povere e insegnando a scrivere e leggere ai pi piccoli perch facessero compagnia a quel figlio cos simile a lei. Ma la distanza sociale non era una buona premessa per l'amicizia; perci Luigi Alfredo preferiva passare il suo tempo con Rosa, la tata che stava con loro da quando era ragazzina, e col fattore Mario, un giovanotto appassionato di Salgari che gli raccontava di tigri e di guerrieri. Il bambino si perdeva in quelle storie e le ricostruiva giocando nel giardino del castello; circondato da compagni e nemici immaginari, combatteva la solitudine con la fantasia, brandendo la spada di legno che Mario gli aveva fabbricato con due frammenti di asse in croce.
Il mondo di Luigi Alfredo era fatto di realt e immaginazione in parti uguali; alimentava la seconda con la prima, scegliendo gli elementi di maggior fascino per inventarsi nuove avventure da vivere nei lunghi pomeriggi solitari. La madre e la servit si erano abituati a sentirlo mormorare in giardino, incitando truppe invisibili alla battaglia e decapitando mostri marini con un solo fendente; toccava a una brontolante Rosa, la sera, medicare ginocchia sbucciate e rammendare strappi nelle camiciole prima di un ruvido abbraccio consolatorio.
Un giorno per era rientrato urlando e, in lacrime, aveva raccontato alla madre e a Rosa di aver visto un uomo morto che gli parlava. La tata lo aveva calmato e la sera, alle cameriere, aveva chiesto a muso duro chi era stata cos sciocca da raccontare al bambino dell'omicidio del bracciante accoltellato per gelosia nel corso dell'inverno; le donne protestarono, giurando di non aver mai parlato in presenza del signorino "del Fatto". Luigi Alfredo, che ascoltava nascosto sotto il davanzale della finestra, avrebbe poi definito "il Fatto" quell'altra vista che aveva, la capacit di percepire il dolore sospeso nell'aria dopo una morte violenta. E di vederne la fonte.
Aveva quasi dimenticato quell'incontro, la mattina d'agosto che la madre gli disse di vestirsi perch avrebbero fatto una passeggiata; aveva sei anni, e stare con lei era il pi grande dei piaceri della sua vita, anche se la madre non gli raccontava le belle storie di Mario n lo stringeva nei ruvidi abbracci di Rosa. Lo guardava con quei suoi grandi occhi verdi colmi di dolce malinconia, e lo accarezzava sulla fronte ravviandogli la ciocca ribelle. A lui bastava. Quel giorno, per, l'espressione della madre era diversa, tesa, distante. Luigi Alfredo pens che non stesse bene, forse uno dei suoi soliti mal di testa.
Si erano avviati lungo la strada che portava fuori dal paese. A distanza di tanti anni, Ricciardi ricordava ancora il caldo soffocante e l'odore del letame e della campagna, man mano che procedevano lasciandosi le ultime case alle spalle. Aveva chiesto alla madre dove stessero andando: lei gli aveva stretto la mano nella sua e non aveva risposto. Lui sudava pochissimo, ma il caldo gli sottraeva tutte le energie, aveva sete e non vedeva l'ora di fare una sosta. La donna continuava a camminare. Dopo quasi un'ora arrivarono a una casa che sembrava abbandonata. C'era un cancello di legno divelto, erbacce e stoppie ricoprivano quello che un tempo era stato un vialetto. Dal ramo di un grande albero, al centro dell'aia, pendeva una corda con un'asse, una vecchia altalena rotta. La madre si ferm a qualche metro dall'albero, accigliata, incerta. Luigi Alfredo ne avvertiva il disagio. Dietro il tronco, in piedi, vide una bambina pi o meno della sua statura; ipotizz che gli fosse sfuggita perch nascosta dall'ombra.

Luigi Alfredo si avvicin e le disse: - Vuoi giocare?
La madre trasali e si port la mano alla bocca. La bambina era pallida, i capelli sporchi di terra sciolti su una veste di tela grezza. Nel ricordo Ricciardi la rivide reale come adesso il ritratto di Mussolini sulla parete. La parte anteriore della veste era di un altro colore, sembrava nera. Luigi Alfredo si avvicin ancora: il ventre della bambina era squarciato da pallettoni. Dalla carne bruciata e devastata spuntava il bianco delle costole. Fissandolo con gli occhi spenti, disse: Mamm, currite, hanno scassato 'o canciello, currite!
Luigi Alfredo fece un passo indietro, interdetto. Si volt verso la madre, indicandole la bambina.
- Mamma, aiutatela! Non sentite?
Marta pareva una statua. Guard verso l'albero, e Ricciardi si rese conto che non vedeva la bambina, pur sentendo qualcosa. Allora si gir verso la casa: sarebbe andato lui stesso a chiamare la mamma della ragazzina. Percorse qualche metro e vide un ragazzo seduto vicino a una grossa pietra. Gli sembr che stesse dormendo, ma quando si avvicin per svegliarlo si accorse che dalla bocca aperta veniva fuori un gorgoglio, come di acqua. Venne ancora pi vicino, e si accorse che erano parole: Pap, pap, li bbrigante, so' venute li bbrigante, ascite fore!
Da uno squarcio alla gola sgorgava un liquido nero e ribollente. Luigi Alfredo cominci a piangere. Gli arrivava addosso un dolore sordo e infinito, a fiotti come il sangue del ragazzo, e a ogni fiotto si sentiva pi sporco e disperato. Da lontano allung il braccio come a raggiungere la madre, ancora ferma in piedi vicino all'albero con l'altalena rotta, la mano sulla bocca. Fece qualche passo verso la casa. Sulla soglia una donna in ginocchio, quasi nascosta dall'ombra dell'interno, si protendeva verso il cortile: Lucia, Gaeta', fujte!
Dalla gola al ventre il corpo della donna era straziato di coltellate; la veste a brandelli lasciava scoperte le decine di ferite che le erano state inferte. Una pozza di sangue si allargava a terra in mezzo alle gambe. Alle sue spalle il bambino intravide un uomo, anche lui in ginocchio;
met del volto era scomparsa, cancellata da una fucilata a distanza ravvicinata. L'altra met era l'immagine del terrore. Dall'occhio spalancato scorrevano lacrime, dalla bocca deformata da una smorfia usciva un incessante biascicare: Piet, piet, pigliateve tutte cose, pigliateve 'a criatura e 'o guaglione, piet...
Una mano gli artigli la spalla e Luigi Alfredo url: era la madre che lo trascinava fuori.
Come lui, stava piangendo.
- Che hai visto? Quanti, quanti di loro hai visto?
Il bambino mostr la manina con quattro dita alzate. Non avrebbe dimenticato le parole della madre.
- Tutti, allora. Li vedi tutti. Sei maledetto, povero piccolo mio. Maledetto.

3.

Lo stesso irrespirabile caldo avvolgeva Ricciardi a venticinque anni di distanza, nel suo ufficio in questura. Il poliziotto, pens. E che altro avrei dovuto fare? Infettato dal dolore, perduto nella corruzione delle passioni, che altro avrei potuto fare? E forse non serve a niente, se non a mettere un tardivo riparo alle sofferenze.
Si era tenuto scrupolosamente lontano dalle passioni. Aveva lasciato ogni affetto fuori dalla sua vita, consapevole di quanto l'amore sapesse distruggere e corrompere. Le fosse dei cimiteri sono piene d'amore, rifletteva. E allora, meglio stare soli e guardarlo da lontano, l'amore; da pi lontano possibile.
Eppure da qualche mese quella distanza si era ridotta, in modo preoccupante e imprevisto. Ricciardi apr le imposte e fece entrare il sole; il primo raggio illumin la catasta di documenti da compilare sulla scrivania. Sospirando, si mise a scrivere. Meglio lavorare: benedetto il turno domenicale.

Maledizione al turno domenicale, pens sbuffando il brigadiere Raffaele Maione mentre scendeva da piazza Concordia verso la questura. Il caldo era gi infernale, ed erano solo le otto. Maledizione anche all'estate.
Il brigadiere era infuriato, e non avrebbe dovuto esserlo. Ma era certo di avere dei buoni motivi. In verit attraversava il miglior periodo che avesse avuto da tre anni a quella parte, da quando il figlio Luca era morto accoltellato da un rapinatore. Il terribile evento, oltre a straziarlo, aveva pure allontanato da lui e dagli altri figli la moglie, chiusa in un muto dolore senza consolazione.
Finch quella primavera non era avvenuto il miracolo, proprio quando ormai disperava di poter ritrovare l'incanto del sorriso di lei. Si erano incontrati e riuniti ancora una volta come tanto tempo prima, e a cinquant'anni Raffaele aveva avuto un'altra insperata occasione di essere felice. Di nuovo casa Maione risuonava delle risate squillanti della madre e dei figli, di nuovo il padre si lasciava bonariamente prendere in giro; di nuovo, la domenica, il profumo del leggendario rag di Lucia apriva lo stomaco e il cuore all'ottimismo. E allora, perch il brigadiere si avviava imbufalito verso il suo turno domenicale? E soprattutto, per quale motivo aveva scelto appositamente quel turno scambiandolo con un collega che non credeva alle proprie orecchie quando Maione glielo aveva chiesto?
Le cose erano andate cos: una settimana prima il brigadiere era uscito per una passeggiata, la bella moglie al braccio e i cinque figli dietro. Si erano avvicinati al negozio di Ciruzzo Di Stasio, fruttivendolo, vecchio com
pagno di scuola del brigadiere e da sempre fornitore ufficiale della famiglia. L'uomo si era fatto avanti, si era scappellato e aveva rivolto un galante complimento alla moglie di Maione.
- Donna Luci', siete una bellezza. Tenete l'oro nei capelli e gli occhi color del mare. Un giorno di questi vi scrivo una canzone, lo sapete che mi piace cantare. Ma che ci fate vicino a quest'orso qua? - e aveva dato un affettuoso buffetto sulla giacca dell'uniforme di Maione, tesa sulla pancia prominente.
Lucia aveva riso e aveva ringraziato. Maione era rimasto male, una fitta di gelosia gli aveva attraversato il cuore. Non aveva voluto per dimostrarlo, e aveva masticato amaro quando Lucia aveva commentato che pure Ciruzzo si manteneva bene, a cinquant'anni era migro come un chiodo. Maione, che pesava centoventi chili, si era sentito ancora peggio; in realt il commento di Lucia era dovuto alla preoccupazione per la salute del marito, il cui padre aveva avuto la medesima corporatura ed era morto giovane per un infarto.
Fu cos che da quel momento, ogni volta che ingeriva del cibo, la mente andava a Ciruzzo e a Lucia, e questo lo metteva di malumore. Allora aveva deciso di dimagrire, e subito, cos glielo faceva vedere a quel fruttivendolo cascamorto e cafone chi era il marito della donna pi bella dei Quartieri Spagnoli. E quindi, eccolo bestemmiare a mezza voce andando al lavoro di domenica per un motivo che non avrebbe confessato nemmeno sotto tortura: evitare il meraviglioso rag di Lucia.

Dalle imposte socchiuse per tenere lontano il sole gi feroce, Lucia guardava il marito andare in questura. Di domenica. Proprio quando lei aveva appena finito di cucinare il miglior rag della citt: nove pezzi di carne diversi, rosolati nello strutto e poi messi a bollire nella pignatta di creta per un giorno intero, con pomodori, cipolla e vino rosso. Non era possibile, conosceva bene suo marito. Al rag non avrebbe rinunciato mai. Il motivo poteva essere solo uno: Raffaele aveva un'altra donna in testa.

Soltanto cos si potevano spiegare i silenzi e i malesseri degli ultimi giorni, da quando erano usciti a passeggio con i ragazzi; era evidente, aveva incontrato qualcuna e la cosa gli aveva cambiato l'umore.
Si gir verso la pignatta con dentro la cucchiarella di legno. Lucia ricord che la madre diceva che l'umore della cuoca cambia il sapore del cibo che prepara: per cucinare bene bisogna essere felici. Questo rag sar amaro come il fiele, pens.
Una fitta acuta nel petto. La gelosia. Non avrebbe consentito che il destino le togliesse ancora chi le era caro. Mordendosi il labbro, Lucia si allontan dalla finestra.

Enrica Colombo amava svegliarsi presto la domenica, per preparare tutto l'occorrente per il pranzo mentre la famiglia poltriva a letto. Il suo carattere metodico aveva bisogno di ordine e l'ordine richiedeva tempo. Disponeva sul tavolo gli ingredienti per il rag e si chiedeva cosa avrebbero detto i genitori e i fratelli se si fosse messa a cantare.
Non era certo per la giornata di festa appena cominciata, visto il caldo, gi terribile di prima mattina; n per la passeggiata che avrebbero fatto in Villa Nazionale, con il tradizionale acquisto di nocciole per i pi piccoli da parte del padre. Il motivo era un altro.
Enrica aveva ventiquattro anni e non era mai stata fidanzata. Non si poteva dire bella ma nemmeno brutta, dotata com'era di una grazia e di una gentilezza tutte femminili e di lineamenti sottili. Un po' troppo alta, forse, e poco incline a concedere confidenza agli estranei; da dietro le lenti cerchiate di tartaruga gli occhi sapevano raffreddare chi incautamente tentava di annullare la distanza che metteva fra s e gli estranei. Quell'atteggiamento era fonte di grande preoccupazione per i genitori, che paventavano per la primogenita un destino da zitella; la sorella minore era sposata ormai da quasi due anni, mentre Enrica non sembrava disponibile nemmeno a una conoscenza. Aveva avuto dei corteggiatori, ma li aveva scoraggiati respingendo gli inviti con ferma cortesia.
In realt Enrica non era disinteressata all'argomento. Semplicemente, aspettava. Aspettava che l'uomo di cui si era andata innamorando, in lunghe sere ventose invernali e poi in dolci notti odorose di fiori in primavera, si facesse finalmente avanti in qualche modo.
Dopo un anno, aveva avuto l'occasione di parlargli. Certo, la circostanza non era stata quella che aveva immaginato: aveva scoperto che l'uomo dei suoi sogni era un commissario di pubblica sicurezza, quando l'avevano interrogata sull'omicidio di una cartomante da cui era stata una volta. L'interrogatorio non era stato amichevole, con lui ammutolito e lei furiosa per essersi fatta trovare impreparata all'incontro; ma almeno il ghiaccio era rotto e ora, quando di sera si sedeva a ricamare vicino alla finestra della cucina, faceva un lieve inchino con la testa verso di lui, e otteneva in risposta un incerto cenno di saluto con la mano. Poteva sembrare poco, ma a lei pareva tantissimo.
Adesso bisognava attendere che il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, cos si chiamava, si procurasse un tramite per conoscere suo padre e chiedergli il permesso di farle visita. Magari ci sarebbe voluto un po', ma di sicuro lo avrebbe fatto; perch, altrimenti, ogni sera tra le nove e le nove e mezzo, puntuale, si sarebbe affacciato alla finestra a guardarla ricamare? Era solo una questione di tempo.
Ma Enrica Colombo aveva un carattere quieto e determinato. E sapeva aspettare.

Livia Lucani, vedova Vezzi, riteneva di aver aspettato abbastanza. Per questo si trovava alla stazione di Roma, in attesa del direttissimo per Napoli, per prendersi una lunga vacanza. La scelta della meta non era casuale; e aveva destato le perplessit di amici e parenti, diventando l'argomento preferito dei pettegoli che popolavano l'alta societ della capitale.
Livia Vezzi era infatti un personaggio in vista: era molto bella, bruna e felina, la figura morbida e i lineamenti regolari impreziositi da una fossetta sul mento e un sorriso folgorante. Inoltre era stata la moglie del pi famoso tenore della nazione, Arnaldo Vezzi, un genio assoluto, protagonista delle cronache mondane per un decennio; lei stessa era stata una cantante d'opera, dotata di una bella voce da contralto e di una buona carriera interrotta col matrimonio. Il marito aveva avuto molte amanti prima di finire ammazzato nel suo camerino al San Carlo di Napoli, quattro mesi prima; e anche Livia aveva avuto fugaci incontri che niente avevano lasciato nel suo cuore se non una maggiore solitudine. Quanto al matrimonio, Livia non riusciva nemmeno a ricordarne l'ultimo tempo felice.
Quando era rimasta vedova si erano fatti avanti in molti; al di l della bellezza, attirava la sua posizione economica e sociale. Non erano tante le donne che potevano annoverare tra le amicizie la figlia del Duce, che non mancava mai di invitarla ai propri ricevimenti. Lei per non sembrava incline a nuove relazioni; si mostrava serena e allegra ma teneva tutti a distanza. Si diceva avesse altro per la testa.
Ostentando indifferenza ai due uomini che cercavano di attaccare discorso nella sala d'aspetto della stazione, la donna ammetteva con s stessa che quello che si diceva era vero: aveva altro per la testa. Quello che aveva per la testa era il ricordo di due straordinari occhi verdi che aveva incrociato in un momento assolutamente improprio: le indagini sulla morte del marito.
Due occhi che erano rimasti insensibili al suo fascino, alla qual cosa non era abituata; eppure non era un semplice capriccio, quello che la portava a riprendere un treno per la citt dalle luci accecanti e dalle ombre profonde. Alle amiche, ansiose di capire se ci fosse una storia d'amore dietro il proposito apparentemente macabro di tornare per le vacanze proprio dove era stato ucciso il marito, aveva detto che la sua scelta serviva per esorcizzarne il fantasma, una volta per tutte; la verit era che voleva capire cosa c'era dietro l'inquietudine dei suoi sogni. E per capirlo doveva rivedere quegli occhi.
Guardando il direttissimo entrare in stazione, e ringraziando con un cenno seducente i due che si erano offerti di portarle le valigie, pens che per capire qualcosa di s stessa aveva atteso abbastanza.
Anche troppo.

4.

La porta dell'ufficio di Ricciardi si apr e comparve il faccione sudato del brigadiere Maione.
- Commissa', buongiorno e buona domenica. Pure voi tra i fortunati che devono lavorare?
- Ciao, Maione. Entra, entra pure. Come si presenta la giornata?
Il brigadiere si asciug la fronte col fazzoletto e si lasci cadere su una sedia.
- Come ieri, commissa'. Calda, caldissima. A prima mattina gi non si respira, e personalmente ho fatto pure una bella nottata, rivoltandomi nel letto come una cotoletta. A un certo punto mi sono dovuto mettere sulla sedia fuori al balcone, per trovare un minimo d'aria: macch, niente; sveglio stavo e sveglio sono rimasto. Mi credete, commissa'? Non vedevo l'ora che veniva la mattina per alzarmi e venire a lavorare.
Ricciardi poggi le braccia sulla scrivania.
- Non capisco chi te lo fa fare, di venire qua di domenica. Hai una bellissima famiglia, magari oggi tua moglie ha fatto pure il rag. Ma non ti conveniva restartene a casa coi tuoi figli?
La faccia di Maione si contrasse.
- Non tocchiamo il tasto del mangiare, dotto'. Ho deciso che devo dimagrire, per forza: la giacca dell'uniforme estiva non si chiude e, lo vedete, mi sono dovuto mettere la giacca invernale e mi sento di svenire per il calore. Se lo volete sapere,  proprio perch Lucia ha fatto il rag che mi sono preso il turno di domenica, se no, gi lo so, non resisto e me ne mangio tre piatti. No: meglio qua. Tanto dovrebbe essere una giornata tranquilla, vi pare? E chi si mette a fare qualcosa di male, con questo caldo?
Ricciardi si era alzato dalla scrivania e guardava fuori dalla finestra con le mani in tasca.
- Non lo so. Non si pu mai dire. La gente, vedi,  strana: le passioni trovano energia nei momenti pi inaspettati. Il caldo fa impazzire, fa diventare insofferenti; cose che sopporteresti d'inverno o in primavera, ti irritano d'estate. Credimi, i fatti pi assurdi succedono in questa stagione.
Maione osservava intenerito la schiena di Ricciardi. Era l'unico in tutta la questura, e sospettava nell'intera citt, a essere affezionato al commissario. Gli piaceva come Ricciardi facesse proprio il dolore delle vittime e dei famigliari, ma anche come sapesse comprendere, se non giustificare, le motivazioni di certi delitti, partecipando allo strazio dei colpevoli.
A volte si era anche preoccupato per la solitudine del commissario e per la sofferenza che faceva da perenne sottofondo alla vita di lui. Ne aveva parlato anche con Lucia che, enigmatica, aveva detto che ogni frutto matura nella sua stagione. Chiss cosa aveva inteso.
Di certo, consider, tutto si poteva dire di Ricciardi tranne che fosse un ottimista.
- E che vi devo dire, commissa': speriamo che nessuno si irrita, oggi. Che invece di ammazzarsi o picchiarsi si vanno a fare un bel bagno a Mergellina, e si mangiano un bel piattone di pasta, maledetti loro che lo possono fare, e poi si addormentano al sole. E ci lasciano in pace a noi, che siamo quattro gatti e dobbiamo stare qua a sudare sette camicie.
Non aveva finito la frase che bussarono alla porta. Nello spiraglio comparve il naso aquilino di Ardisio, la guardia di servizio al centralino.
- Commissario, brigadie', scusate. E' arrivata una chiamata da Santa Maria la Nova. Hanno trovato un cadavere.
Maione si alz con un'espressione di sconforto.
- E figurati se ti fanno stare quieto. Certo, commissa', se uno poi le disgrazie se le chiama...

Ricciardi aveva gi indossato la giacca.
- Non fare lo spiritoso, e cerchiamo di non essere superstiziosi, almeno qua dentro. Ardisio, manda a chiamare un fotografo e il medico legale, vedi se c' il dottor Modo, dgli l'indirizzo e digli di raggiungerci l. Tu, Maione, chiama due guardie; chi c' in servizio?

Il sole ormai era alto e non dava tregua. La parte della piazza del Municipio scoperta dalle chiome dei lecci era deserta, se non per qualche automobile che passava veloce. I rari viandanti cercavano l'ombra dei palazzi, come il teatro Mercadante o l'Htel de Londres, a costo di allungare il percorso. Anche dal porto non arrivavano rumori, se non lo sciabordio quieto del mare.
La squadra mobile si muoveva a piedi, per la cronica carenza di mezzi motorizzati. D'altronde la meta non era distante, e ormai, stando alle informazioni registrate da Ardisio al telefono, quello che doveva succedere era successo e non c'era pi niente da prevenire. Ricciardi sapeva bene che non si avevano molte speranze di conservare la scena del delitto integra, a meno di non trovarsi gi sul posto; in una citt dove tutti vivevano impicciandosi delle cose altrui, nessuno avrebbe ammesso di aver visto, ma ognuno avrebbe tentato di portare aiuto spostando oggetti, raccogliendo reperti, manipolando cadaveri. Tanto valeva arrivare con calma e in forze, per raccogliere pi informazioni possibile secondo la particolare procedura imposta da Ricciardi.
Per arrivare a piazza Santa Maria la Nova conveniva percorrere via Emanuele Filiberto di Savoia, che il popolo che non leggeva le nuove targhe di marmo continuava a chiamare via Medina, come era stato per secoli. La parte all'ombra costeggiava antichi e nobili palazzi alle cui spalle si srotolava un gomitolo di vicoli fino al mare. La popolazione di quelle stradicciole, oscure anche in pieno giorno, non era censita, non sapeva n leggere n scrivere e viveva un'esistenza da topi, secondo codici che la legge non conosceva. Man mano che la squadra capeggiata da Ricciardi e formata da uno sbuffante Maione e dalle due guardie Camarda e Cesarano passava, si intravedevano ombre muoversi frenetiche negli stretti transiti fra i palazzi, per nascondere i traffici in corso.
Dall'altro lato, la strada, inondata dal sole, era deserta. Quasi. Ricciardi vide l'immagine di un morto, in piedi davanti a un portone. Ricordava il caso: il cadavere era stato ritrovato una mattina di un paio di mesi prima, picchiato a morte; pugni, calci e un corpo contundente, forse un bastone. L'assassino, o pi probabilmente gli assassini, si erano accaniti a lungo. Incredibilmente, e forse nemmeno tanto dati i tempi, la famiglia non aveva sporto denuncia, asserendo che si era trattato di una caduta; come se fosse possibile, cadendo mentre si cammina a piedi, spaccarsi la fronte a met come un'anguria. Ma, come aveva detto il vicequestore disponendo l'archiviazione, se due famigliari, un fratello e un cugino, erano stati presenti e testimoniavano in quel senso, non c'era altro da approfondire. Cimmino, l'anziano collega di Ricciardi incaricato di seguire la questione, era stato ben lieto di uniformarsi alle indicazioni del dottor Garzo, sia per compiacerlo sia perch il morto, un disoccupato, aveva fama di essere un attivista contro il regime.
Procedendo in fretta in un velo di calore che faceva tremolare le facciate dei palazzi, Ricciardi lo vedeva invece fermo e vivido, il viso gonfio di ematomi, la fronte spaccata dalla quale colava sangue sugli occhi, i denti spezzati. Dalla bocca, uno squarcio nero in mezzo alla faccia, usciva ripetuta all'infinito una frase sorprendentemente chiara: Buffoni pagliacci, siete solo quattro buffoni pagliacci. Quattro per uno, vergogna, vergogna, buffoni pagliacci.
Arrivarono alla meta proprio quando, dalla chiesa, la campana richiamava i fedeli per la messa delle nove. La piazzetta portava le tracce della festa che si era svolta la sera prima, con un mucchio di legna bruciata al centro e cartacce dovunque. Ricciardi si rivolse interrogativo a Maione.
- La festa di Santa Maria Regina, commissa'. Una tradizione, questo  il mese delle feste. Guardate qua quanti cartocci che si so' mangiati 'sti disgraziati, stanotte...

Di fronte alla chiesa c'era un antico palazzo padronale. Il fattaccio era avvenuto l: si capiva dalla piccola folla mormorante che, al solito, si era andata radunando in attesa di notizie. La campana suonava ancora ma nessuno si avviava verso la funzione. La messa, in fondo, c'era ogni domenica, un morto ammazzato invece era pi raro. Forse.
L'arrivo della polizia suscit un fremito di disagio e di curiosit; tutti avevano voglia di vedere che cosa sarebbe successo, tutti avevano qualcosa da nascondere. Maione pass avanti e si fece largo a manate.
Il portone era parzialmente chiuso. Sulla soglia, a fare da schermo agli sguardi invadenti, un ometto in livrea. Appena si avvide dell'arrivo di Maione, lo accolse con sollievo.
- Finalmente, finalmente, accomodatevi, prego,  qua che  successa la disgrazia.
La voce era stridula e quasi femminile; in mezzo alla folla un ragazzo gli fece il verso e alcuni risero. L'uomo non sembr farci caso: sotto il cappello troppo largo, che gli arrivava alla radice del naso enorme, sudava copiosamente. Era sconvolto.
Maione gli chiese:
- Voi chi siete?
Quello si raddrizz sull'attenti e accenn un saluto militare che in altre occasioni sarebbe stato comico.
- Sciarra Giuseppe, a servirvi, brigadie', custode dello stabile a servizio dei signori duchi Musso di Camparino.
L'effetto della pomposa presentazione fu rovinato dalla ridicola vocetta, prontamente imitata dall'anonimo emulo nella folla che provoc un'altra risata, stavolta pi corale. Maione si gir a muso duro.
- Ci divertiamo, eh? E allora adesso vediamo chi vuole venire a farci ridere in questura. Camarda, prendi un poco di nomi e cognomi qua in mezzo, tengo proprio voglia di ridere anch'io. E io rido quando vedo piangere.
Cal un silenzio preoccupato. Qualcuno si allontan di pochi metri. Ricciardi si rivolse all'ometto.
- Sono il commissario Ricciardi. Fateci passare.
Sciarra si tolse il cappello, scoprendo i radi capelli e rendendo in qualche modo pi evidente quel naso che gli riempiva il viso.
- Accomodatevi, commissa', prego; nel cortile trovate mia moglie, la cameriera, e la governante che vi accompagnano dove... dov' successo, insomma. Io resto qua a non far passare nessuno.
Ricciardi per voleva avere davanti tutti quelli che potevano dare informazioni.
- Accompagnateci voi, invece. Non vi preoccupate, rimangono le guardie, vicino al portone.
L'ometto fece una smorfia; avrebbe volentieri evitato di avvicinarsi ancora a quello che doveva essere un brutto spettacolo.
- Ai vostri comandi, commissa'. Prego, faccio strada.

5.

Acqua. Con questo caldo bestiale le piante hanno bisogno di tanta acqua. Tutto il lavoro di un anno, tutte le cure e l'impegno possono andare perduti, se si manca di dare tanta acqua in questi giorni impietosi. Il sole, cos necessario nelle altre stagioni, diventa il peggiore dei nemici: succhia le energie dalle foglie, come dai muscoli delle persone.
E voi, mie piccole e dolci amiche, non potete chiedere aiuto: senza di me morireste bruciate, seccate, coi rami verso il cielo a chiedere il ristoro di una goccia di pioggia. Settantasei giorni oggi, che non piove. Settantasei giorni che la vostra vita  nelle mie mani: foglia per foglia, bocciolo per bocciolo.
Devo darvi l'acqua, e ve la d la mattina, prima che il sole alto cominci a correre per il terrazzo alla ricerca di umidit da asciugare. Mi piacerebbe dormire, o anche starmene gettato sul letto a pensare. A ricordare. A fare progetti, forse irrealizzabili. Ma vi amo, mie silenziose, gentili amiche, e l'amore, lo sanno tutti,  sacrificio. Perci mi alzo, prendo il secchio e, viaggio dopo viaggio dalla fontana, vi regalo un altro giorno di vita. Non potete muovervi, il vostro posto  su questo terrazzo. Io che posso, prendo la vita e ve la dono.
E' bello vedere come mi ringraziate, con nuovi profumi e nuovi fiori. E regalate vita anche voi, senti quanti insetti, che festa di ronzii nell'aria. Questo  il miracolo, la vita che si moltiplica, che si divide in mille parti. Ognuno al suo posto, ognuno a fare la sua parte.
E' meraviglioso dare la vita. Si  dio. E si  dio anche a toglierla.

Ricciardi e Maione, dopo aver ordinato a Camarda e Cesarano di non far entrare e uscire nessuno dal portone, seguirono il minuscolo custode nel cortile. Oltre la statura, la voce stridula e l'enorme naso, anche l'andatura dell'uomo era ridicola: i passi brevi erano elastici, come dei saltelli interrotti; la divisa larga ondeggiava sulla schiena, e il cappello a ogni movimento scivolava di lato per essere poi raddrizzato con le mani, le dita che spuntavano da maniche troppo lunghe.
Il cortile non sembrava vasto come quelli degli altri palazzi nobiliari che Ricciardi aveva visto; lo spazio era ridotto da una grande aiuola al centro, coltivata a ortensie. Notando che i poliziotti osservavano i fiori, Sciarra disse senza rallentare l'andatura:
- I fiori, eh? Quello, il figlio del duca,  fissato... cio, al signorino ci piacciono assai, ci tiene che ci stanno fiori tutto l'anno.
Ricciardi si riserv di fare in seguito un sopralluogo approfondito, e not quattro grandi colonne agli angoli del cortile che potevano all'occorrenza offrire ombra e riparo. A un fornitore accaldato, ad esempio. O a un assassino.
In corrispondenza del portone, dall'altra parte del cortile, partiva un'ampia scalinata. Sulla destra invece, appena varcato l'ingresso, uno stretto vano senza porta con una sedia e un tavolino. Maione si rivolse al custode.
- Voi vi mettete l, per il vostro servizio?
- Signors, brigadie', proprio cos. Quando il portone  aperto, per tutto il tempo io mi metto l.
Ai piedi della scalinata due donne si avvicinarono; una era enorme, alta e larga, un grembiule bianco su un camice azzurro, i capelli legati a crocchia. Il viso pallido, una chiazza rossa sul collo, si torceva le mani; era palesemente sconvolta. L'altra, pi giovane, magra e spigolosa, indossava un camiciotto nero da sguattera; singhiozzava, asciugandosi continuamente le lacrime con un fazzoletto sporco.

- Questa  la signora Concetta, la governante, - la present Sciarra allungando la manica penzolante verso il donnone. - Lei  mia moglie Mariuccia, fa la serva.
Maione si tocc il cappello.
- Brigadiere Maione, della questura. Il commissario Ricciardi, che comanda la squadra. Concetta, e come fate di cognome?
Il donnone rispose in un sussurro. Era stata educata a parlare a bassa voce nel palazzo e, pur sconvolta com'era, non riusciva a evitarlo.
- Sivo Concetta, a servirvi. Come vi ha detto Peppino, qua io faccio la governante nel palazzo. La signora duchessa... sono stata io a trovarla... a vedere il fatto che  successo. La disgrazia.
Alle parole della governante la cameriera scoppi in un altro accesso di singhiozzi. Il marito le tocc il braccio, come per sostenerla. Ricciardi intervenne.
- Restate tutti e tre a disposizione, vi raccomando di non allontanarvi dal palazzo per nessun motivo. A proposito, oltre al portone c' qualche uscita? Porticine di servizio, cantine, qualsiasi altra apertura, insomma.
- No, no, commissa', nessun'altra uscita. O si passa dal portone o si rimane dentro. A meno di buttarsi dalla finestra, ma la pi bassa sar sei metri da terra.
Ricciardi punt verso le scale.
- Andiamo su. Signora Sivo, fateci vedere che cosa avete trovato.

La siepe di gelsomini  meravigliosa, d'estate.
Non  solo per il profumo, che pure non mi stancherei mai di respirare, dolce e leggero, che rimane nel naso anche per un'ora dopo che te ne sei andato. E per il colore, quel verde intenso screziato di bianco.
Mi piace che sia fitta, mi piace che copra la vista del terrazzo, che faccia in modo che da fuori, perfino dal campanile della chiesa di fronte, della casa e di questo spazio si abbia un'immagine di verde e di fiori.
Che si possa pensare che sia un posto bello.
Senza dolore.
Che non si capisca che invece  pieno di morte.

Dopo la prima rampa di scale, sulla destra, c'era un cancello che chiudeva l'ingresso al piano nobile, dietro il quale si vedeva una porta spalancata. Il cancello era accostato e da un'anta pendeva una grossa catena aperta, con un catenaccio chiuso all'estremit. A sinistra, la scala proseguiva.
Ricciardi chiese:
- Dove porta, la scala? Che c' di sopra?
La governante rispose, bisbigliando:
- Prima le nostre stanze, la mia, quella del custode e della serva coi figli, quattro bambini. Pi sopra sta l'appartamento del signorino, il figlio del duca.
- Chi abita invece a questo piano?
- Qua ci stanno solo i duchi. Il duca sta a letto,  molto malato. La stanza sua  in fondo, dall'altra parte del palazzo. Invece la stanza della duchessa  da questo lato.
Sul pianerottolo c'era ombra ma il caldo era comunque fortissimo. Le campane si erano finalmente fermate; il silenzio era rotto da una voce di donna che cantava, da qualche parte, lontano.
Ricciardi domand ancora:
- Dove avete trovato il cadavere?
Alla parola "cadavere" la moglie di Sciarra singhiozz pi forte nel fazzoletto. Il marito le teneva una mano sulla spalla, il cappello sghembo sulla fronte. La governante indic una porta.
- Qua, subito nella prima camera. L'anticamera, veramente. Sul divanetto.
- Avete toccato qualcosa? E tutto com'era?
La donna corrug la fronte.
- No, mi pare di no... Cio, ho toccato la duchessa, l'ho chiamata... Poi ho chiamato a Mariuccia, Mariuccia ha chiamato a Peppino. Abbiamo cercato di svegliarla, poi abbiamo visto... ci siamo accorti... insomma, mo' entrate e vedete quello che abbiamo visto.

Ricciardi guard verso la porta socchiusa. Una cosa era trovarsi di fronte al Fatto per caso, mentre si camminava per strada o si passava dove era successo un incidente; un'altra era andarselo a cercare. Il vero sacrificio da parte sua era questo: scegliere di prendersi addosso tutto il dolore, lasciare che l'ultimo terribile fremito della vita che se ne andava gli rotolasse incontro e lo attraversasse come una nebbia insanguinata.
Fece un cenno col capo a Maione; il brigadiere era abituato alle modalit operative del commissario, sempre uguali. Entrava da solo sul luogo del delitto, ci rimaneva qualche minuto e poi ne usciva. Semplice. Dal canto suo, doveva solo rimanere sulla porta, e stare attento che nessuno entrasse.
Non avrebbe mai voluto entrare col commissario per primo sul luogo di un delitto, per niente al mondo. Raffaele Maione, il brigadiere grande e grosso che non aveva paura di nulla e che era affezionato al suo superiore, non ne avrebbe avuto il fegato. E questo era tutto.

In fondo al corridoio, steso nel letto in cui certamente fra non molto sarebbe morto, Matteo Musso duca di Camparino ascoltava il silenzio che solo il suo rantolare spezzava.
Non era normale che ci fosse tanta pace, di domenica. Dalle imposte chiuse avrebbero dovuto venire le risate dei bambini che giocavano nella piazza, le chiacchiere delle comari all'uscita della messa, le urla dei venditori di spasso, il misto di noci, nocciole e lupini che avrebbe allietato le tavole dopo il pranzo.
Avrebbe dovuto sentirsi il rumore della vita, insomma. Quella stessa vita che lo stava lasciando. E invece, quel silenzio.
E la solitudine, naturalmente. Ma a quella ci era abituato. A parte l'infermiera due volte al giorno, per le inutili iniezioni: come se la morte si potesse fermare, e non solo rallentare un po'.
Che silenzio, pens Matteo.
Un silenzio di morte.
Forse tutto sommato la morte in casa c' entrata pri
ma del tempo. Forse  passata da un'altra porta: quella che nessuno si aspettava.
Rantolando, il vecchio duca fece un sorriso osceno.

6.

Dietro la porta c'era una vera e propria stanza, piuttosto che un'anticamera come aveva detto la governante. Era in penombra, le imposte accostate, come a favorire il sonno; ma la figura che si intravedeva sul divano non dormiva.
Ricciardi accost l'uscio e avanz. Distingueva le sagome dei mobili, le sedie, uno scrittoio. Quadri alle pareti, un tappeto molto morbido sotto i piedi. Odori. Lavanda, un profumo dolce, una casa pulitissima. Ma anche cordite: erano stati esplosi colpi d'arma da fuoco. Forse uno solo, l'odore non dominava. E qualcos'altro: sangue. Sangue rappreso, il caratteristico odore come di ferro arrugginito.
Il commissario osserv la sagoma del cadavere, che avrebbe esaminato meglio poi, alla luce. Ne individu la direzione del volto, consapevole che il Fatto gli avrebbe imposto l'immagine nel posto dove si era posato l'ultimo sguardo della vittima: era la strana fisica del suo potere, una delle regole create per essere disattese. Non quella volta, per: esattamente nell'angolo opposto al divano su cui era adagiata la morta, perfettamente visibile agli occhi della mente di Ricciardi nonostante l'oscurit, la duchessa Musso di Camparino continuava a ripetere il suo ultimo pensiero.
Era stata una donna molto bella: la morte non riusciva a nasconderne l'altezza, le forme generose fasciate da un vestito di seta nera. Doveva aver avuto una quarantina d'anni, ma portati con l'orgoglio della ricchezza e della sicurezza dei propri mezzi. L'immagine fissava davanti a s superba, ferma. Ricciardi non percepiva le emozioni pi frequenti, la paura, la rabbia, l'orrore. Piuttosto percepiva sorpresa, curiosit quasi: la donna non aveva creduto di poter morire, fino alla fine.
Eppure era morta; anzi, a essere precisi era stata uccisa. Al centro della fronte, netto e preciso, spiccava un foro: l'entrata di un proiettile. La faccia arrossata, la lingua nera che sporgeva dalle labbra. Ma anche lineamenti regolari, gli zigomi alti, la bocca dai denti grandi e bianchissimi.
Il commissario concentr l'attenzione su quello che l'anima della duchessa di Camparino aveva da dirgli, sul messaggio che lasciava; sulla porzione di pensiero che la morte aveva interrotto, il filo tagliato.
L'anello, l'anello, hai tolto l'anello, l'anello mi manca.
Come una preghiera, mormorata all'infinito, ripetuta finch non si sarebbe dissolta nell'aria con il simulacro di bocca che la pronunciava. Una frase semplice, chiara come se fosse urlata nel silenzio.
L'anello, l'anello, hai tolto l'anello, l'anello mi manca.
Ricciardi non aveva bisogno di memorizzare: avrebbe sentito quelle parole, e la sofferenza che c'era dietro, per molte volte ancora. A testa bassa, and ad aprire le imposte e fece entrare l'impietoso sole.

Maione era rimasto fuori a sudare con i coniugi Sciarra e la governante. Dalle scale, erano arrivati ridendo due bambini, un maschio e una femmina che brandiva due grossi pezzi di pane. L'amore per l'infanzia del brigadiere fu messo a dura prova da quella vista. Sciarra, con tono fermo, zitt entrambi e ne ferm la corsa prendendoli per la collottola come due cuccioli.
Il maschietto protest:
- Pap, quella Lisetta si  presa pure il pane mio, diteglielo voi...
Il custode tolse uno dei pezzi di pane dalla mano della figlia e lo diede al bambino. La piccola piagnucol:
- Pap, Totonno si  mangiato il formaggio mio, avevamo fatto a cambio e mo' si vuole mangiare pure il pane!
Sciarra diede uno scappellotto a entrambi e li minacci.

- Se non la finite vi levo il pane a tutti e due e lo d al brigadiere, qua, che si mangia tutto lui. Andatevene mo', e chiudetevi in casa!.
Maione si augur che non la finissero e che, per meri motivi educativi, sia chiaro, lui si vedesse costretto a mangiare i due pezzi di pane. Magari, per farli scendere un poco meglio, bagnati nel sugo di pomodoro. Invece i bambini, impauriti, sfrecciarono su per le scale ognuno col suo tozzo prezioso. Il brigadiere sospir.
- Belli. Sono vostri?
- S, brigadie', due chiodi di Dio. E altri due, uno pi grande e una piccolina, stanno sopra. Ma questi sono i pi fetenti.
Mariuccia aveva fatto per seguire i figli, ma Maione l'aveva fermata con un cenno della mano.
- No, signo', dovete aspettare qua finch non lo dice il commissario che vi potete allontanare. E mentre aspettiamo, ditemi un po': ma come  diviso l'appartamento dei duchi? Ci sono stanze personali, stanze comuni, e quante?
La governante assunse un atteggiamento che a Maione parve stranamente difensivo.
- No, sapete, brigadie', ognuno di tutti e tre tiene le stanze sue, non  che si vedono spesso.
Sciarra arricci l'enorme naso.
- No, se  per questo non si vedono proprio mai. Il duca sta a letto e non si muove, il signorino Ettore sta sempre sul terrazzo, lui, i fiori e le piante e la duchessa...
Concetta lo fulmin.
- Sarebbe meglio se ognuno stesse al posto suo, sarebbe meglio. Non vi volete imparare, voi, che noi stiamo a servizio e quello che fanno i duchi non  affare nostro.
- E perch, donna Conce', che ho detto di male? Io volevo dire solamente che ognuno sta per conto suo, per rispondere al brigadiere qua che le stanze comuni ci stanno, ma non servono.
Intervenne Mariuccia, che non aveva smesso di piagnucolare nel fazzoletto.
- S, non ci va nessuno, ma quella la duchessa ci tiene che sta sempre tutto pulito. Controlla, e se trova qualche cosa fuori posto subito mi chiama e mi fa la parte. Cio, me la faceva. Mo' non me la far pi, la parte... - e ricominci a singhiozzare disperata. Il marito intervenne:
- Ne', ma sei proprio scema, pare che ti dispiace che non ti pu pi rimproverare, la povera duchessa.
Ancora una volta Concetta ritenne di chiarire le idee a Peppino.
- No, siete voi che non capite che adesso, con la morte della duchessa, pu cambiare l'organizzazione di questa casa e magari pure di noi non ci sta pi bisogno e ci troviamo in mezzo a una strada.
Sciarra si strinse nelle spalle.
- Eh, ma quando mai. Anzi, il signorino e il duca mo' terranno ancora pi bisogno di noi. E chi la mantiene in piedi, tutta 'sta pezza di casa, se no?
Il brigadiere assisteva allo scambio di battute apparentemente 'distratto ma in realt attentissimo. Aveva capito che nel palazzo non abitava una sola famiglia ma cinque diversi nuclei: gli Sciarra, Concetta e i tre duchi che non si trattavano che il minimo indispensabile. Mentalmente, annot di riferire in tal senso a Ricciardi, proprio mentre il commissario si affacciava di nuovo alla porta e gli diceva di entrare.

Il sole aveva invaso l'anticamera e la temperatura stava salendo sensibilmente. Ricciardi e Maione osservarono i parati, i quadri, i mobili. Notarono la presenza copiosa di oggetti d'argento e dipinti preziosi, di due vasi cinesi e una statuetta antica in bronzo: non c'era stato un furto, o se mai c'era stato un tentativo, era stato interrotto e non portato a termine. Non rilevarono tracce di colluttazione: non c'era nulla di rotto o di rovesciato. Unico indizio di quanto era accaduto, un cuscino quadrato a terra, ai piedi del cadavere, che recava un buco sul lato visibile. Ricciardi non lo gir, non volendo alterare nulla fino all'arrivo del fotografo, ma era pronto a giurare che dall'altro lato il tessuto avesse evidenti segni di bruciatura, quelli che non vedeva attorno al foro sulla fronte della morta. L'assassino aveva sparato attraverso il cuscino.

La duchessa, se non le si guardava il volto, avrebbe potuto essere addormentata; morbidamente adagiata sul divano, le gambe allungate e le mani in grembo. Ricciardi si avvicin e not che la mano sinistra non portava anelli, ma ne aveva il segno sia sul medio che sull'anulare. Il medio sembrava addirittura rotto o almeno lussato, anche se non gli pareva ci fossero ematomi. C'era da attendere il medico legale e il fotografo, prima di spostare il cadavere. Ma era fin troppo evidente la causa della morte: un colpo d'arma da fuoco in fronte.
Maione, sempre pi sudato, si era accovacciato vicino al divano e cercava qualcosa sotto il mobile.
- Dove sei, ma dove sei, maledetto... ah, eccolo l. Commissa', ecco il bossolo, sta sotto al divano, proprio dove mi immaginavo io.
- E bravo, Raffaele. Non lo toccare, per; aspettiamo il fotografo. E mentre aspettiamo, fai venire la governante, sentiamola un po'.
La Sivo entr nella stanza, silenziosa e ingombrante. Gett uno sguardo fugace al cadavere della duchessa e subito lo distolse, sbiancando. Ricciardi, in piedi con le mani in tasca, la vide sudare e cerc altri segni di disagio che peraltro non trov.
- Allora, signora. Raccontatemi come avete scoperto il cadavere della duchessa.
- Mi alzo presto, verso le sei. Quando non devo andare al mercato o a fare altri servizi fuori, come oggi che  domenica, mi trattengo un poco nella mia stanza. Metto in ordine le cose mie, insomma. Poi vado alla prima messa, quella delle sette.
- Quindi anche stamattina siete andata alla messa delle sette.
- No, perch volevo vedere un po' in giro. Ieri sera, non so se lo sapete, c' stata la festa di Santa Maria Regina. Quando c' questa festa fanno di tutto, sporcano davanti al portone, accendono un fal in mezzo alla piazza. Volevo dare qualche disposizione a Mariuccia per cominciare a pulire.
Ricciardi cercava di ricostruire i tempi.
- E per uscire passate dall'anticamera?
- S, per forza. Io la sera, quando mi ritiro, chiudo il lucchetto del cancello qua fuori. La signora, che ritorna tardi, lascia le chiavi del catenaccio in quel cassetto, - e indic una consolle di fianco alla porta d'ingresso, - cos io la mattina posso aprire e far entrare Mariuccia per
le pulizie.
- E il lucchetto lo chiudete con una chiave vostra?
- No, no. Io le chiavi del lucchetto non le tengo. Lo chiudo a scatto, e la mattina prendo le chiavi dal cassetto.
D un'occhiata alla stanza e normalmente la trovo in ordine. Invece stavolta ho trovato... ho trovato la duchessa. - E che avete fatto?
Il tono della donna restava sommesso ma l'espressione tradiva la forte emozione.
- Credevo si fosse addormentata sul divano, vestita.
Qualche volta  successo, la duchessa... a volte tornava stanca, molto stanca.
Ricciardi decise di chiamare le cose col proprio nome. - Intendete ubriaca?
La Sivo non intendeva pronunciare parole che non si riteneva autorizzata a dire.
- Non lo so, commissa'. Non mi riguarda, e quando le cose non mi riguardano io mi giro dall'altra parte.
- Per stavolta non avete potuto guardare da un'altra parte. Che avete fatto quando vi siete accorta che la duchessa non dormiva?
- Mi sono affacciata nel cortile e ho chiamato Sciarra.
Gli ho detto di salire e di rimanere vicino alla duchessa, e sono andata all'ultimo piano a chiamare il signorino Ettore. Ricciardi cercava di ricostruire gli eventi con precisione. - E il cancello era gi aperto o lo avete aperto voi? La Sivo parve sorpresa. Corrug la fronte.
- Era aperto. Ora che mi ci fate pensare, il cancello era aperto ma col catenaccio chiuso, come lo lascio di giorno. - Andate avanti. Il signorino era in casa?
- S, era gi sul terrazzo che dava acqua ai fiori. Anche lui si sveglia presto. - Che gli avete detto?
- Gli ho detto che la duchessa secondo me era morta. Che aveva un buco nella fronte. Ricciardi incalz.
-, E lui,  sceso subito con voi? La donna esit.
- No. Ha detto che non  un medico. E di andare a chiamare la polizia. Ma non  sceso.
Ci fu un lungo silenzio. Ricciardi elaborava l'informazione.
- Quanto tempo  che siete a servizio dei duchi?
- Venticinque anni, commissario. Da quando ne avevo ventuno. Prima come sguattera, poi come cuoca e da dieci anni come governante, da quando la duchessa  venuta a mancare.
- Come, da quando la duchessa  venuta a mancare? - chiese Maione voltandosi verso il cadavere.
- La prima duchessa, voglio dire. Il duca  gi stato sposato, il signorino Ettore  il figlio della prima moglie, la signora Virginia. La duchessa Adriana ... era la seconda moglie.
Ricciardi volle andare un po' pi a fondo. Era intenzionato a capire quali fossero i rapporti fra le due donne.
- Dunque, quando il duca si  risposato voi eravate gi in casa. E con la duchessa andavate d'accordo?
La donna si strinse nelle spalle.
- La duchessa stava quasi sempre fuori. In pratica la casa va avanti da sola, non c' molto da fare. Io faccio il mio lavoro e, soprattutto, mi faccio i fatti miei.
A Ricciardi non sfugg il giudizio implicito nella risposta della Sivo e si riserv di approfondire.
Una cosa per la volle vedere subito: si avvicin alla consolle e apr il cassetto. All'interno, in quello che la Sivo aveva detto essere il suo posto, c'era la chiave del catenaccio con cui veniva chiuso il cancello del pianerottolo.

Si vede la strada da uno spiraglio nella siepe di bougainvillea sul lato sud del terrazzo. L'ho lasciato apposta, tanto non c' nessuno che pu guardare dentro da quella parte. E la strada davanti al portone  piena di gente.
Curiosi, passanti. Chiss che si aspettano di vedere. Non sanno gi che cosa  successo? Basta che uno si fermi e subito si ferma qualcun altro; in questa citt nessuno si fa i fatti suoi.
Mi ricordo quando ero all'universit, in quattro o cinque andavamo in Villa Nazionale o in via Toledo e ci mettevamo a fissare il cielo. Dopo due minuti, almeno una decina di persone col naso in alto, e nessuno che chiedesse: giuvino', ma che state guardando? Nessuno. Poi, appena decidevamo di finire il gioco, uno diceva: vabbe', andiamo, tanto il ciuccio che vola oggi non passa pi. E a casa lo raccontavo a mamma, e lei rideva anche nel dolore.
Ti vedo ancora, sai, mamma, nel tuo letto che sorridi perch non ce la fai pi a ridere. Ti vedo che non vuoi farmi capire che stai soffrendo, nel cuore e nell'anima. Perch avevi gi intuito quello che stava organizzando la meretrice vestita da infermiera.
Ma adesso  morta, sai, mamma? E' morta anche lei. E non come te, nel tuo letto, col rosario tra le mani e con le mie lacrime. E' morta come meritava. Ammazzata.
Come la cagna che era.

7.

Ormai in casa Colombo erano tutti in piedi, intenti a creare il disordine della domenica mattina. Enrica si era rassegnata a rinunciare alla bella quiete che si era guadagnata svegliandosi presto; in compenso, terminata la colazione, aveva messo tutti fuori la porta della cucina con la scusa di rigovernare e continuare i preparativi per il pranzo.
Andando avanti e indietro nell'ampia stanza, e quando passava per la finestra, lanciava una fugace occhiata di l della strada, verso un'altra finestra. Era pur sempre domenica e si aspettava di incontrare uno sguardo casuale per una volta diurno; invece non vide l'oggetto del suo interesse, ma la donna anziana che viveva con lui che metteva ordine. In un modo strano aveva appreso che si trattava della vecchia tata e non, come aveva creduto per quasi un anno, della madre di lui.
A dirlo a Enrica era stata la signora Maione, la moglie del brigadiere; un vero e proprio angelo che le aveva raccontato del carattere chiuso e della solitudine del commissario; e della sua tristezza.
Luigi Alfredo. Lasciava che il nome le rotolasse sulla lingua, affascinante e un po' misterioso come chi lo portava. Lo pronunciava tra s, la sera prima di addormentarsi o mentre faceva il bagno nella vasca nuova di metallo che il padre, trionfante, aveva fatto portare a casa. Era stata la signora Maione a convincerla che nulla era perduto, che valeva la pena di aspettare, perch lui, anche se non lo confessava, aveva certamente interesse per lei.
Facendo un largo e inutile giro per raggiungere l'acquaio passando davanti alla finestra, Enrica pens che valeva la pena di aspettare. Per tutto il tempo che ci sarebbe voluto.

Livia pens che non ci sarebbe voluto molto tempo.
Quando era venuta in citt in inverno, chiamata a riconoscere il cadavere del marito, non aveva trovato posto sul direttissimo che percorreva la nuova via per Formia e aveva perci preso il treno che andava sulla vecchia linea, quella che passava da Cassino. Ricordava un lungo, tedioso viaggio di oltre quattro ore, costellato di infinite fermate, di passaggi a livello e greggi di pecore sui binari, che i macchinisti e gli inservienti scendevano a sgombrare. Tuttavia, in quell'occasione l'inconveniente era stato gradito; Livia non aveva nessuna voglia di trovarsi di fronte ad Arnaldo, anche da morto. Pi lungo era il tragitto, meglio era.
Stavolta invece avrebbe volato, se avesse potuto. Presa la decisione di vedere Ricciardi per capire come mai non riusciva a toglierselo dalla testa, ogni giorno era stato un tormento.
Mentre il direttissimo sferragliava attraverso le campagne, Livia, disinteressandosi della conversazione che aveva luogo nello scompartimento di prima classe, fantasticava su come sarebbe stato l'incontro. I posti vicino a lei erano occupati da due coppie, i cui mariti la fissavano incantati attirandole la silenziosa malevolenza delle mogli; per quanto le importava, avrebbero potuto danzare nudi, e non li avrebbe nemmeno visti.
Dal finestrino, confusi nel mare che si cominciava a distinguere e nel caldo tremolante che asfissiava, vedeva solo due occhi verdi. E pensava a che strana cosa  l'amore.

La porta si apr ed entr il dottor Modo, seguito dal fotografo carico di macchina, cavalletto e lampade al magnesio. Sotto la larga tesa del cappello bianco il medico sudava abbondantemente. Senza salutare, come continuando un discorso gi iniziato, disse:
- Ora, io non dico che ci siano momenti migliori o peggiori per essere ammazzati, ci mancherebbe altro. Per, una volta che uno decide, ma come si pu organizzare una cosa cos di domenica, e con quaranta gradi? Qualcuno me lo spiega, per cortesia?
Bruno Modo era medico ospedaliero, chirurgo e all'occorrenza medico legale. Era stato ufficiale sul Carso durante la guerra e aveva sviluppato un'eccezionale esperienza, preziosa per le indagini di polizia; purtroppo, non aveva peli sulla lingua e la sua decisa inclinazione antifascista lo rendeva pericoloso da frequentare, motivo per cui, pur avendo un carattere estroverso, non aveva molti amici, e alcuni funzionari della questura evitavano di servirsi di lui.
Non Ricciardi, che invece lo cercava ogni volta che c'era bisogno di. un dottore. E ne apprezzava la straordinaria competenza e anche la profonda umanit. E poi possedeva il dono dell'ironia, come lo stesso Ricciardi; per cui avevano un rapporto che se non poteva dirsi di amicizia ci andava comunque vicino. Era l'unico che dava del tu al commissario.
- Oh, Ricciardi, e chi se no? Dimmi la verit, l'hai uccisa tu questa dolce signora, al solo scopo di farmi fare una sudata e rovinarmi la domenica? La prossima volta ti consiglio il suicidio, giusto per cambiare reato: in quel caso ti prometto che vengo gratis.
- Ciao, Bruno, buongiorno anche a te. Sapevo che quest'occasione sociale ti avrebbe fatto piacere, per riempire un giorno di festa. Apprezzerai sicuramente la compagnia della signora, abituato come sei all'allegria dell'obitorio.
Il dottore si sventolava col cappello, sudando sotto la disordinata chioma candida.
- Almeno, a naso, la duchessa non ci ha lasciato perch picchiata da qualche squadraccia, come il tizio di via Medina. Ho preparato una relazione di quaranta pagine sugli effetti della "caduta", come invece avete concluso voi della questura. Siete senza vergogna, questo siete. Certe volte mi pare che era meglio in guerra.
Ricciardi protest.
- Guarda che a me non hanno chiesto nemmeno di fare un sopralluogo. Altrimenti stai sicuro che, denuncia o non denuncia, qualcuno in galera ci andava. Invece qua che mi dici?
Modo si era tolto la giacca e arrotolato le maniche, per poi chinarsi sul cadavere.
- Mah... in linea di massima direi un infarto del miocardio. O forse  morta di noia. Tu che dici?
- Io dico che, a quanto so, al Salone Margherita cercano un nuovo macchiettista. Forse cambiando mestiere ti potresti risparmiare il confino.
- Bene, ci vado a parlare e vedo se cercano un duo. Io d il meglio in coppia, e tu hai una risata contagiosa. Lasciami lavorare, va', tra due minuti ti dico. Ho gi avvertito l'obitorio, stanno mandando un'ambulanza; con questo caldo non  opportuno lasciare un cadavere all'aria per troppo tempo.
Intanto il fotografo, sudando copiosamente, punteggiava di lampi la scena da tutte le angolazioni: la morta, il cuscino, la porta. Maione, che si era allontanato per perlustrare le scale, rientr.
- Buongiorno, dotto', che piacere, - disse, toccandosi la visiera.
- Eccolo qua, un altro comico. Buona giornata a voi, brigadie'. La prossima volta vediamoci in trattoria, se dev'essere un piacere.
Maione sospir: - Eh, magari. Dunque, il cortile offre assai riparo, commissa'. Le quattro colonne, rientranze, la guardiola del custode. Il lucchetto  normale, la catena non  stata forzata: chi ha aperto, ha aperto con la chiave. Le scale portano a due altri piani, ricavati da questo che secondo me, quando lo hanno costruito, il palazzo, doveva avere i soffitti pi alti della chiesa del duomo. Subito sopra ci stanno due porte: una  chiusa, dev'essere dove sta il famoso signorino; l'altra  aperta e ci stanno i bambini degli Sciarra che stanno mangiando. E poi c' una scala pi stretta che arriva al terrazzo.
Ricciardi intervenne.
- E gli spettatori, qua fuori, che dicono? Nessuno ha sentito niente, scommetto. E per hanno pur sempre sparato almeno un colpo di pistola.

Maione si pass il fazzoletto ormai zuppo sulla faccia.
- No, commissa', e quando mai. Per stavolta una scusante c': ieri ci stava la festa del quartiere e hanno cantato e ballato fino alle tre di notte. Il pezzo forte  una tarantella che dura un'ora, con i ballerini che girano attorno a un fuoco di legno vecchio, ancora ci stanno i resti, stanno pulendo mo'. Ma ci pensate, con questo calore? La gente  pazza. E poi alla fine hanno pure sparato i fuochi d'artificio.
Il fotografo tossicchi.
- Commissario, io ho fatto. Domani sera o al pi tardi dopodomani avrete le stampe. Arrivederci.
Ricciardi fece un cenno di saluto e sollev il cuscino. Era un quadrato di una trentina di centimetri per lato, contornato da un cordoncino color oro e con dei fiocchetti agli angoli. Di seta, con decorazioni floreali, imbottito di piume. Come il commissario aveva immaginato, la parte coperta portava pi o meno al centro una vasta bruciatura, mentre nell'altra c'era una vasta depressione corrispondente al volto della duchessa, con il foro d'uscita del proiettile.
Avvicinandosi per vedere meglio, Ricciardi scorse tracce di umido: saliva, forse anche un po' di sangue. Era stato premuto con violenza.
Nel riporlo al suolo, si accorse che, seminascosto dal cuscino, c'era anche un segno sul tappeto. Sembrava un alone lasciato da una scarpa, non proprio un'orma. Per assurdo che fosse, giacch non pioveva da una vita, avrebbe potuto essere proprio l'impronta di fango di una scarpa umida: si vedevano minuscoli frammenti di terriccio. Nell'angolo opposto, a intervalli regolari, l'immagine morta ripeteva: L'anello, l'anello, hai tolto l'anello, l'anello mi manca.
Ricciardi si rivolse al dottor Modo.
- Bruno, scusami; puoi dirmi subito qualcosa anche della mano sinistra?
Il dottore si era alzato in piedi, asciugandosi la fronte col fazzoletto. La camicia, schiacciata sul torace dalle bretelle, era madida di sudore.
- Non sono pi fatto per 'sto maledetto mestiere, sono troppo vecchio. Devo fare una bella autopsia, se no giuro che non ti dico niente. Basta con le notizie immediate dopo l'esame superficiale, si corre il rischio di dire un sacco di fesserie che poi mi si rivoltano contro, e perdo la fama di infallibilit.
- Oh, non c' da temerlo. Da anni tutti sanno che dici un sacco di sciocchezze. Quindi, una pi, una meno... Dimmi qualcosa adesso.
- Questo adoro di te: la capacit di gratificare i collaboratori. Allora, direi il colpo di pistola, frattura dell'osso frontale e di quello occipitale con attraversamento del cervello. Il proiettile  qua, conficcato nella spalliera del divano. Nessuna ustione, il colpo non  stato sparato a bruciapelo, ma ti vedevo studiare il cuscino, quindi lo avevi gi capito. Dal sanguinamento ti posso dire che era viva quando le hanno sparato. Di pi non azzardo senza autopsia, mi puoi pure torturare.
- Dimmi solo della mano sinistra.
- C' il dito medio lussato, ma non c' ematoma: lo hanno fatto dopo morta. E un piccolo livido sull'anulare, quindi l era ancora viva. Forse  morta tra un dito e l'altro. Ah, ecco l'ambulanza dell'obitorio.
Ricciardi guard la duchessa lasciare per l'ultima volta il suo palazzo. Almeno in forma fisica. Alle sue spalle, lei stessa gli disse: L'anello, l'anello, hai tolto l'anello, Panello mi manca.

8.

Ricciardi volle andar via insieme al dottor Modo. La cosa sorprese Maione.
- Commissa', ma come, non interroghiamo subito il duca e il signorino? Se in casa c'erano solo loro, e ci sono ancora, non conviene sentire che hanno da dire?
Il superiore spost la ciocca dalla fronte con la mano.
- No. Mi serve prima sapere con certezza a che ora  morta la duchessa, e soprattutto se ci sono altre risultanze dall'autopsia. Interrogarli adesso significherebbe metterli sull'avviso. Tu comunque lascia qua Camarda, digli che prenda nota di chi esce. E che non entri nessuno, fino a nuovo ordine.
Mentre lasciavano il palazzo gli si fecero incontro Sciarra e la Sivo, ai quali Maione disse di tenersi a disposizione e di non allontanarsi, n loro. n la famiglia di Sciarra. Il custode strinse le spalle nella giacca enorme.
- E dove dobbiamo andare? Non ci muoviamo, brigadie', state sicuro.
Maione riport le disposizioni del commissario a Camarda con sottile piacere, perch lo trov che mangiava un grosso pezzo di pane con gli zucchini fritti. Al di l dell'invidia, lo stomaco gli ricord rumorosamente che l'ora di pranzo era passata da un pezzo. Maledetto fruttivendolo e maledetta pancia.
Fecero un tratto di strada col dottore, prima che questi si avviasse verso l'ospedale. Modo manifest la propria perplessit.
- Non mi convince, c' qualcosa di strano. Ma come, tu mi metti un cuscino in faccia, lo schiacci tanto da farmici lasciare l'impronta della bocca, ci spari attraverso, e io mi faccio ammazzare buona buona senza nemmeno alzare un braccio? No, no: c' qualcosa di strano. E poi, va bene che c'era la festa e tutto il rumore, la musica, le urla, fischi e pernacchi. Ma uno sparo  uno sparo, almeno in casa l'avrebbero dovuto sentire.
Maione intervenne:
- Non  detto. Il colpo  stato sparato nel cuscino, e poi bisogna vedere in casa chi c'era.
Ricciardi era assorto, come al solito a capo scoperto. I pochi passanti lo fissavano e si scansavano.
- Bruno, devi farci avere i risultati dell'autopsia prima possibile. Ho idea che qualche spiegazione l'avremo da li.
Modo sbuff teatralmente.
- Ma che novit! Mai che mi dite: dottore, vai tranquillo, con comodo. Goditi la domenica, riposati, poi domani con calma fai il tuo lavoro e ci fai avere una bella relazione.
- Allora facciamo cos: dottore, con comodo, entro domattina e non oltre fammi avere una bella relazione.
Il dottore si ferm e guard Maione.
- Brigadie', seriamente: mettiamoci d'accordo e facciamolo fuori. Voglio avere il piacere di fargli io stesso l'autopsia. In quel caso, lavoro anche la notte di Natale.
- No, dotto', e che sfizio c' poi senza il commissario a lavorare di domenica?
Modo scosse il capo.
- Va bene, ho capito: tutti d'accordo contro di me. Tanto, pi di una visita sopra al casino di piazza Trieste e Trento non avevo in programma, stasera. Vuol dire che le puttane per una volta piangeranno.
Ricciardi lo salut con un cenno della mano.
- S, piangeranno di gioia. Mi hai suggerito un'idea: forse sono state loro ad ammazzare la duchessa, pur di evitare la tua visita. A domattina, allora.

Lungo la strada Maione mise al corrente Ricciardi di quello che aveva appreso interrogando la servit circa le abitudini del palazzo.

- La Sivo, commissa', non parla volentieri dei duchi. E fedele, troppi anni in quella casa. Ma a me mi  parso che la chiave  il signorino, che per andarsene a stare nel sottotetto per i fatti suoi un motivo lo deve avere avuto, che vi pare a voi?
- Anche secondo me questa  una cosa da appurare. E poi bisogna capire se il duca  proprio immobile a letto o se all'occorrenza pu arrivare fino all'anticamera.
- No, su questo sono stati decisi tutti e tre, pure la moglie di Sciarra tra un singhiozzo e l'altro. Il duca sono anni che non si muove, anzi, si aspettano da un momento all'altro che se ne va. Invece vi d una notizia: sapete chi  il cappellano che va a dire messa a palazzo Camparino? Una nostra vecchia conoscenza: don Pierino Fava, ve lo ricordate?
Ricciardi ricordava benissimo don Pierino, il piccolo viceparroco di San Ferdinando appassionato d'opera lirica che lo aveva aiutato a risolvere l'omicidio del tenore Vezzi. Con un collegamento involontario ripens a Livia, la bellissima vedova della vittima, e prov un misto di disagio e sottile piacere.
- Me lo ricordo bene, ci potr dare qualche informazione utile. Lo andremo a trovare. E degli altri, che mi dici?
Maione si pass per l'ennesima volta il fazzoletto sulla faccia.
- Non  una cosa normale, questo caldo che sta facendo. Sciarra  un custode per modo di dire, a me mi pare pi un Pulcinella, con quel pezzo di naso e la divisa troppo grande che ci balla dentro. E poi, quella voce... Per  sveglio, e qualche notizia ce la pu dare. La moglie, invece, tra la casa e i figli, tenendo conto che mi sembra piuttosto scema, secondo me pi di qualche conferma non ci d.
Erano arrivati in questura; il portone con la sua ombra diede loro l'illusione di un po' di fresco.
- Tu continua a prendere informazioni in giro. Potresti parlare con qualcuno nel quartiere, tanto nessuno si fa i fatti suoi e quella sicuramente  una famiglia in vista. E quell'amico tuo, come si chiama? Quello che sa tutto di tutti.
Maione assunse un'aria guardinga.
- Quale amico, commissa'?
- Come, quale amico? Avrei dovuto dire "amica"? Il brigadiere fece una faccia sofferente.
- Commissa', non scherzate... se parlate di Bambinella, non  n un amico n un'amica:  un personaggio equivoco e io non ci ho a che fare. E che siccome, come dite voi, sa tutto di tutti, a volte torna utile, solo questo. - E io questo intendevo, non ti preoccupare. Ci pu far sapere se in certi ambienti si sa qualcosa di quella famiglia. Vedi un po'. Faccio un salto da Caflisch e mi prendo qualcosa da mangiare, tu vuoi niente?
Maione sospir allargando le braccia.
- Pure voi, commissa'? Grazie, no. Non ho fame. Questo caldo mi chiude lo stomaco.

Ricciardi torn in questura che il sole stava ormai tramontando.
Sulla porta del suo ufficio trov Ponte, l'usciere del vicequestore; un ometto saltellante e manieroso, che proprio non ce la faceva a nascondere il superstizioso disagio che gli dava il commissario. Quel timore si traduceva nella spiacevole tendenza a far saettare gli occhi attorno senza mai posarli sulla faccia dell'interlocutore, cosa che dava a Ricciardi enorme fastidio.
- Commissario, buonasera. Siete stato chiamato stamattina, ho saputo; per un omicidio, no?
Guardando la porta, il pavimento e il soffitto.
- Ponte, sapete benissimo dove sono stato e perch,  inutile fingere di essere all'oscuro. L'ho lasciato detto e sono stato reperibile tutta la giornata.
L'usciere fiss la ringhiera delle scale.
- Certo, commissa', avete ragione. Ho ricevuto la telefonata del dottor Garzo, che mi ha detto di avvertirvi che domani per prima cosa vi vuole parlare.
Ricciardi fece una smorfia.
- Ecco, appunto. E' morta una duchessa, e naturalmente i vertici si muovono. Dici pure al dottor Garzo che domani mattina mi trover qua, come al solito. E ci saranno anche altri colleghi, se vorr affidare le indagini a qualcuno di loro.
Ponte puntava il corridoio con una tale intensit da far credere a Ricciardi che vedesse anche lui le immagini della guardia e del ladro morti.
- No, che dite, commissario, quello il dottore non ci pensa proprio. Lo sa che qua dentro come a voi non ci sta nessuno. Vi vuole solamente sentire.
- E mi sentir. Buona serata.

Ricciardi saliva verso casa; anche dopo il tramonto il caldo non dava tregua. Via Toledo di domenica sera e d'estate assumeva una veste diversa: le famiglie uscivano dai bassi dove la temperatura era insopportabile, e per non soffocare stavano per strada. I pi anziani sulle sedie portate fuori, i pi giovani su cassette di legno usate come panche, chiacchieravano o giocavano a carte per passare il tempo, fino a notte inoltrata. Dalle finestre aperte ai piani alti veniva la musica dei ballabili trasmessi dalle radio, insieme alle risate dei bambini e a qualche litigio.
Ricciardi rifletteva che in quel contesto non era possibile conservare il diritto ai fatti propri. E in quel miscuglio inestricabile di affetti, passioni, ricchezze e povert nascevano invidie e gelosie, e quindi i delitti.
Camminando si rendeva conto che il suo passaggio portava silenzio e disagio, come un alito di vento freddo; lui era altro, una figura sconosciuta e inquietante, percepita come pericolosa.
Non gli dispiaceva, mentre risaliva la strada a capo scoperto, le mani in tasca, il rumore dei passi sulle lastre di pietra; non avrebbe voluto essere parte di tutte quelle emozioni, che si mescolavano ai pensieri dei morti che intravedeva qua e l, dove erano stati accoltellati o arrotati dai tram e dalle carrozze. Il rimpianto per la vita, la sofferenza del distacco dal mondo e il dolore per la morte improvvisa non erano cos lontani dalle passioni dei vivi e dai loro mille mercati.
La fame, l'amore; il desiderio di possesso, l'ansia di potere, la menzogna, l'infedelt. Il delitto di cui Ricciardi era quotidiano testimone era figlio di tutto quello. La mente and alla frase della duchessa.
L'anello, l'anello, hai tolto l'anello, l'anello mi manca.
A chi aveva parlato? All'assassino, probabilmente. Ma spesso aveva udito frasi che invece erano rivolte ad altri, presenti o anche assenti. Quale anello? Quello del medio, strappato dopo la morte? Con l'ultimo alito aveva visto chi glielo avrebbe tolto? O quello dell'anulare, con il livido che testimoniava che la donna era ancora viva quando le era stato portato via?
Quale che fosse, l'anello doveva avere un particolare significato, perch nessun altro oggetto di valore, dei numerosi che c'erano, era stato portato via. Qualcosa diceva a Ricciardi che trovare l'anello avrebbe significato trovare l'assassino. Delitto d'amore, allora.
Ricciardi intravide una ragazza che trascinava per mano un uomo in un portone. L'amore. Con la mente vol a Enrica. Per oltre un anno era stata un'immagine dalla finestra, n pi n meno di un quadro di Vermeer, la normalit vicina e irraggiungibile che gli sarebbe sempre stata negata. Vederla ricamare, rigovernare, i gesti lenti e precisi della sua mano mancina erano uno spettacolo serale al quale mai avrebbe rinunciato, e le cose stavano bene cos: lei era al sicuro da lui e dal Fatto, riparata dalle due lastre di vetro.
Poi, quella primavera, interrogando testimoni nel corso di un'indagine, se l'era trovata davanti. E l'immagine lontana, la normalit distante, il quadro di Vermeer erano diventati una figura in carne e ossa, una donna con un profumo, una pelle e un viso da ricordare. Non avrebbe saputo dire se era meglio prima: certo quando Enrica era soltanto un nome e un ritratto di vita altrui, la sua solitudine aveva un colore diverso. Adesso, che ogni sera la salutava con un gesto, e che lei gli rispondeva con un lieve cenno del capo, gli sembrava di stare sul ciglio di un burrone in cui poteva precipitare da un momento all'altro.
Ma non ne avrebbe fatto a meno.
Quel giorno, poi, la sua memoria gli aveva fatto uno scherzo: aveva ricordato Livia. Tutta la vita a portare la croce di una natura che lo obbligava alla solitudine e alla contemplazione, e poi, nello stesso anno, anzi, nel volgere di pochi mesi, si era trovato di fronte a emozioni che mai avrebbe creduto di provare. Anche Livia in qualche modo lo aveva sconvolto, facendogli capire chiaramente che voleva conoscerlo a fondo, per l'uomo che era.
Non poteva negare di essersi sentito in bilico: contrariamente a Enrica, Livia sin dall'inizio era stata un turbine di sensazioni, col suo profumo di spezie, la pelle morbida, le labbra piene, l'andatura felina. E le calde lacrime di donna che con la pioggia le rigavano il viso, quando si erano salutati.
Salendo le scale di casa, Ricciardi aveva nella mente e nel cuore tre donne: una vicina, una che credeva lontana e una morta.

9.

Oggi  stato un risveglio diverso, per te. Dopo anni, finalmente un nuovo risveglio.
Non che in apparenza sia cambiato niente. Hai visto l'alba dal letto, come sempre; come sempre il cuscino al tuo fianco non portava segni. Lo hai guardato, il cuore stretto dalla solita malinconia; come sempre ti sei alzata per prima, ti sei mossa nel silenzio di una casa cos diversa da come ti piace ricordarla, quando i figli erano piccoli e ridevano e litigavano e correvano, e tuo marito alzava gli occhi su di te e sorrideva.
Prepari la colazione, che forse qualcuno manger o forse no. Ci sono volte che riponi stoviglie e getti via pietanze intatte. Non dici niente, non ti lamenti. Non lo sai fare, non lo hai mai fatto. E' una colpa, forse, non avere la forza di piangere? Di urlare la propria vergogna, il proprio orgoglio ferito a morte? E' una colpa non reagire, vedere sfuggire tra le dita la propria felicit come sabbia?
Ci avevi creduto, quando giurasti che era per sempre in una luminosa mattina di primavera. Sono passati mille anni. Leggi la compassione nei vicini, nei parenti, negli amici. Sai che insieme alla pena c' anche la derisione, per i tuoi silenzi, per il tuo chinare il capo. La dolcezza che diventa vigliaccheria. Io al suo posto, dicono tutti. Ti sembra di udirli.
Il sole comincia a entrare dalla finestra della cucina. Il caldo non  diminuito, per tutta la notte. Pensi a lui. E pensi che ormai la notizia sar arrivata.
A spalle chine, faccia al muro verso l'acquaio, aspettando che i figli si sveglino, ridi. Ridi piano.

Ricciardi osservava il luned mattina, andando in questura. D'estate l'inizio della settimana portava pi rimpianto, come se la domenica fosse stata un'occasione perduta; come se la gente avesse ancora bisogno di un'appendice di riposo o di divertimento.
Il commissario lo percepiva vedendo i ragazzi seminudi e scalzi, la pelle abbrustolita dal sole, che scendevano dai vicoli e si mettevano alla rincorsa dei primi tram a cui appendersi, nel pericoloso viaggio verso il mare di via Caracciolo. Lo percepiva nel ritardo con cui si aprivano i primi negozi, gli stessi che nel suo mattiniero percorso normalmente trovava gi attivi; invece solo adesso vedeva garzoni assonnati intenti a rimuovere le pesanti ante di legno ed esporre fuori la merce coperta da teloni parasole. Lo percepiva dalle finestre ancora chiuse, a rubare sonno e ombra al sole gi alto e caldissimo.
Ricciardi aveva un altro senso fortemente sviluppato: l'olfatto. E quell'estate senza pioggia era per lui particolarmente dolorosa. L'odore di marcio che saliva dalle fogne e dai vicoli era nauseante. Tutto quello che il caldo faceva marcire e non veniva rimosso prendeva alla gola e permeava la strada coi suoi miasmi, ammorbando l'aria e togliendo il respiro.
Decine di bambini e anziani si ammalavano ogni giorno per carenza d'igiene e morivano nelle case e negli ospedali, nel silenzio assoluto della stampa e della radio. Ricciardi si chiedeva come fosse possibile che i quotidiani nascondessero quella situazione terribile, parlando con tono ameno di visite di principi e trasvolatori di oceani. Ognuno ha i suoi fantasmi, si diceva: tutto sta ad avere la capacit di ignorarli.
Arrivato in ufficio trov Ponte sulla porta, balzellante come se avesse urgenza di andare alla latrina. Contrariamente al solito, il vicequestore era gi nella sua stanza e voleva parlargli subito. Sospirando, Ricciardi segu l'usciere che guardava ovunque tranne che in faccia al commissario.
Mario Capece fumava sul balcone del giornale. Si tratteneva sempre pi degli altri, dopo la notte di lavoro frenetico che precedeva l'uscita della prima edizione. Gli piaceva vedere i fattorini con le risme in spalla, ansiosi di strillare i primi titoli alla citt che dormiva ancora. Quello di quel giorno, per, era un titolo che non avrebbe mai voluto sentire.
Mario Capece stava piangendo. I colleghi lo osservavano di spalle, dall'interno della redazione, incapaci di confortarlo. Quando nel primo pomeriggio un giovanissimo apprendista era arrivato trafelato e senza il coraggio di riferire, si era capito subito che qualcosa di grave era successo. Capece dalla sua stanza non aveva visto giungere il ragazzo, che cos aveva potuto informare prima il suo vice, un vecchio compagno di mille battaglie.
L'uomo si era assunto il terribile compito di dirlo a Capece. Gli altri giornalisti lo avevano visto chiudersi la porta alle spalle, avevano aspettato col fiato sospeso l'attimo di silenzio che ne era seguito, poi avevano udito l'urlo disperato del loro capo.
La relazione di Mario Capece, caporedattore della cronaca cittadina del "Roma", con Adriana Musso di Camparino era di pubblico dominio; quello che in pochi conoscevano era la forza del sentimento che il giornalista provava. Un sentimento che gli aveva bloccato una brillante carriera, fermata alle soglie della direzione del giornale pi antico della citt; che gli aveva attirato il ridicolo e la commiserazione degli avversari, che gli aveva fatto il vuoto attorno. Che aveva allontanato da lui oltre alla moglie anche i figli, rigidi e conservatori come sapevano talvolta essere i giovani.
A tutto aveva rinunciato Capece per amore. Per inseguire i capricci di una donna bellissima e instabile, insicura e fatua. Mille volte Arturo Dominici, il vice di Capece e suo migliore amico, aveva provato a ricondurlo alla ragione. E mille volte si era scontrato con la forza e la virulenza di un sentimento profondo e incurabile come un tumore.

Proprio a lui era toccato dare a Mario la notizia, alla fine di una giornata in cui l'amico era stato pi nervoso e irritabile del solito. Era convinto che sarebbe subito volato da lei, ma quello non era pi uscito dalla stanza fino all'alba.
La sera del sabato Capece era arrivato in redazione tardissimo e ubriaco. Dominici aveva attribuito il pietoso stato del compagno all'ennesimo litigio, come ultimamente sempre pi spesso avveniva. Lo aveva aiutato a sdraiarsi sul divano dell'ufficio e lo aveva rassicurato, lo avrebbe sostituito ancora una volta nell'organizzazione del lavoro. Prima di addormentarsi, con la voce impastata, Capece gli aveva detto:
- E' finita,  finita, Arturo. Stavolta  finita per sempre.
Dominici non gli aveva creduto. La stessa frase gli era stata ripetuta mille volte negli ultimi tre anni. Per quella volta l'amico, stringendogli il braccio, aveva tirato fuori qualcosa dalla tasca e gliel'aveva mostrato.
Un anello.

Garzo ricevette Ricciardi in piedi, andandogli incontro sulla porta. Il commissario aveva imparato a temere la cordialit del superiore molto pi del suo tono imperioso e dell'ottusit professionale: da questi poteva difendersi con competenza e ironia, da quella non poteva che cercare di ristabilire le distanze.
Stavolta per si accorse di una condizione psicologica che non aveva mai visto nel vicequestore. Sembrava che non avesse dormito: la cravatta slacciata, gli occhi cerchiati, perfino un velo di barba mal rasata.
Una cosa sorprendente: Angelo Garzo, un burocrate che aveva fatto dell'immagine e delle relazioni i motori della propria carriera, non si concedeva mai un atteggiamento o un aspetto meno che formalmente perfetto. In quei tempi in cui ci si rivolgeva a Roma per ogni questione, la sua straordinaria capacit diplomatica lo rendeva l'uomo pi importante della struttura. Il questore faceva costante riferimento a Garzo per i contatti col ministero, e lui, che non sapeva fare altro, ne era ben lieto. Era
rimasta celebre una sua frase, di fronte al ritrovamento di un colpevole secondo logiche che non aveva compreso: lisciandosi il capo ben pettinato, aveva detto che per capire i malviventi si doveva pensare come loro, e dunque lui, che era una brava persona, non avrebbe mai capito un assassino.
Quel luned mattina a ricevere Ricciardi fu per una persona diversa. Indic al sottoposto una delle due sedie davanti alla scrivania sgombra, conged Ponte con un secco gesto della mano e si sedette a sua volta dallo stesso lato del commissario.
- Ho saputo del delitto Camparino. Si tratta di una cosa gravissima, il destino di tutti noi dipende da quest'indagine. A che punto siamo?
Ricciardi era in difficolt. Non riusciva a comprendere cosa ci fosse di tanto diverso da ogni altro omicidio.
- E stata uccisa in casa sua, probabilmente con un colpo di pistola in mezzo alla fronte. Sto aspettando i riscontri dell'autopsia, se n' occupato il dottor Modo. Se sar il caso, andr io stesso pi tardi in obitorio.
Garzo si torceva le mani.
- Avete sentito... avete gi interrogato qualcuno, a casa Camparino?
Ricciardi non intendeva dare sponda al superiore pi del necessario.
- Per ora, soltanto la servit. Sono tre persone. Poi parleremo con il resto degli abitanti del palazzo, con la famiglia. E dopo ancora con fornitori, vicini. Secondo la procedura, insomma.
Garzo abbranc il braccio di Ricciardi.
- Ecco, appunto. La procedura. Non la guardiamo, stavolta, la procedura, Ricciardi. Non la guardiamo. Dobbiamo procedere con i piedi di piombo, con estrema attenzione.
Ricciardi sottrasse con difficolt la mano dalla stretta di Garzo.
- Dottore, scusatemi ma non capisco; che vuol dire, non guardiamo la procedura? C' qualcosa che dovrei sapere e che non so?

Garzo si alz di scatto e cominci a camminare nervosamente per la stanza.
- Che non sapete? No. Anzi, s, probabilmente s. Mi dimentico sempre che voi fate, diciamo cos, vita ritirata, che non frequentate. Allora: Adriana Musso di Camparino ... era, voglio dire... una donna molto, molto in vista. Faceva una vita... come dire... esposta, ecco. Una donna tanto bella e tanto ricca attirava per forza, per forza, capite, pettegolezzi, chiacchiere. Non dobbiamo ascoltare le chiacchiere, no, Ricciardi? Noi siamo la polizia, dobbiamo attenerci ai fatti.
Ricciardi attendeva; si capiva che Garzo voleva dire qualcosa, ma non ne aveva il coraggio.
- E quindi, dottore, non sarebbe meglio che chi conduce le indagini conoscesse queste... chiacchiere prima, e magari da una voce obiettiva? Invece che andare in giro a raccogliere pettegolezzi, insomma.
Garzo si ferm dal suo passeggiare nervoso.
- S. Naturalmente. Allora, Ricciardi, dovete anzitutto sapere che nell'andare avanti con l'indagine si entrer forzatamente in contatto con... ambienti particolari. Insoliti, diciamo. Nei quali non  che si potranno fare domande cos facilmente come se si interrogasse, che so, un tranviere o un netturbino. Gente in vista, potente.
Ricciardi si alz di scatto.
- Dottore, forse  il caso che l'indagine venga affidata a un altro. Cimmino, per esempio. Io sono a disposizione per riferire le attuali risultanze, e d'altronde non abbiamo ancora appurato molto.
Garzo sembrava disorientato.
- Che dite, Ricciardi? Io non ci penso nemmeno ad affidare le indagini a qualcun altro. Voi siete il migliore che abbiamo, lo sappiamo bene tutti e due.
- Vi ringrazio, dottore. Ma  anche vero che io purtroppo sono poco diplomatico. E che ho il difetto di essere poco ossequioso, ecco. Non vorrei disattendere le indicazioni, involontariamente, s'intende.
Garzo fece un passo verso Ricciardi.
- Non se ne parla, Ricciardi. E' vitale che il colpevole si trovi e che si trovi presto. Presto, capite? Una nobildonna, una persona cos in vista non pu essere uccisa a casa sua. Non in una citt sicura come la nostra e come tutte le citt dell'Italia fascista. Il colpevole, sicuramente un folle, un maniaco, deve essere assicurato alla giustizia.
- E allora, dottore, qual  il problema? Andiamo avanti regolarmente con le indagini, e faremo come al solito del nostro meglio.
Garzo si pass la mano tra i capelli.
- La duchessa... dunque, Ricciardi: la duchessa Musso di Camparino aveva una relazione. Da anni, si accompagnava con un uomo. La cosa era di dominio pubblico.
Ricciardi era rimasto in piedi, a sottolineare che non era ancora sicuro di essere il titolare dell'indagine.
- Se era di dominio pubblico, non avrei dovuto saperlo anch'io?
- Il problema  chi era l'uomo. Si tratta di Mario Capece, il caporedattore della cronaca del "Roma". Per intenderci, quello che non perde occasione per metterci in croce, anche dopo le note disposizioni sulla stampa impartite dal ministero. Capite, adesso?
Ricciardi capiva. Effettivamente non si trattava di una situazione facile per Garzo. O si indagava per trovare il colpevole, inevitabilmente pestando i piedi alla stampa pi ostile, o si soprassedeva correndo il rischio di fare pubblica professione di incapacit, non trovando il responsabile di un caso di omicidio cos clamoroso. Garzo, e questo in qualche modo gli faceva onore, aveva ritenuto preferibile trovare l'assassino. O almeno provarci.
- I rapporti fra i due non erano facili. La duchessa era, diciamo, un po'... instabile. Le piacevano le feste, i balli, i complimenti. Le piaceva. essere corteggiata. Cinquant'anni fa Capece, e quando stava bene lo stesso duca, avrebbero sostenuto duelli ogni giorno. Di questi tempi, invece, l'unica possibilit di difendersi erano litigi e interminabili discussioni in pubblico.
- E questo, se posso permettermi, voi come lo sapete?
Garzo non sembr offeso dalla domanda sgarbata.
- Lo sanno tutti quelli che hanno occasione di frequentare il teatro. L'ultima discussione c' stata proprio sabato sera, al Salone Margherita.
- Che discussione?
Garzo pareva in difficolt. Da un lato voleva minimizzare, dall'altro non voleva omettere particolari che potevano essere importanti.
- Credo sia stato per gelosia. Capece accusava la duchessa di guardare un giovane, l'accompagnatore della signora De Matteis, una signora che... lasciamo perdere, questo non c'entra. Insomma, hanno cominciato a rinfacciarsi situazioni passate. Poi lui l'ha schiaffeggiata. Siamo rimasti allibiti. E subito dopo le ha preso la mano e le ha tolto l'anello, urlandole in faccia...
Ricciardi si era sporto in avanti, interrompendo Garzo con una mano.
- Come, come? Le ha tolto un anello? E che cosa le ha urlato?
Garzo era disorientato.
- Non ricordo, cosa le ha urlato. Credo un insulto, sapete la parola che si dice alle donne quando le si accusa di qualche infedelt. E le ha detto che non si meritava n l'amore n l'anello.
- E ricordate da quale mano ha tolto l'anello? E' importante.
Garzo mim il gesto di Mario Capece, cercando di ricostruire la posizione della duchessa.
- Dalla sinistra, mi pare. S, la sinistra. Perch, significa qualcosa?
Ricciardi aveva socchiuso le palpebre. Rivedeva l'immagine della donna morta, in piedi, le mani lungo i fianchi. L'anello, l'anello, hai tolto l'anello, l'anello mi manca. - Potrebbe, s. Potrebbe significare qualcosa. E poi, che  successo?
- Poi lui se n' andato, senza salutare nessuno. Ha addirittura spostato mia moglie, da vero maleducato, la poverina un altro po' e cadeva per terra. La duchessa, invece,  andata nella stanza da bagno a rifarsi il trucco e dopo poco era al suo palchetto a ridere e scherzare con un paio di gentiluomini che si erano affrettati a prendere il posto di Capece. Lei era fatta cos.
- E Capece non si  pi visto?
Garzo corrug la fronte, cercando di fare mente locale.
- No, io almeno non l'ho visto. Ma ieri mattina, al circolo dell'Unione, quando ancora non si sapeva quello che era successo, mi  stato detto dal cameriere che era stato l fino a tardi, sabato sera, a bere e a farneticare. Poi se n' andato.
Ricciardi cerc di sapere altri particolari.
- A farneticare di che? E poi, a che ora se n' andato?
Garzo pareva in difficolt.
- Il circolo chiude a mezzanotte. E quello diceva... Diceva che certe donne non meritano di vivere. Ecco. Ma questo non vuol dire niente: si dicono tante cose, no, Ricciardi?
Il commissario fissava il superiore, senza rispondere.
- Comunque, Ricciardi, vi raccomando, vi prego, anzi, di non pestare per una volta i piedi alla gente soltanto per il gusto di farlo: C' di mezzo la stampa, e forse non solo. Anche nell'interrogare la famiglia dovrete stare attento. Il duca  anziano e malato, sta morendo: ma rimane uno degli uomini pi ricchi e influenti della citt. E il figlio del duca, Ettore...  molto stimato e apprezzato, un uomo di cultura, un filosofo.
Ricciardi aveva capito che da quel colloquio non sarebbe venuto fuori pi niente di utile, se non raccomandazioni alla prudenza.
- Va bene, dottore; terr da conto tutte le utilissime informazioni che mi avete dato. E vi terr informato. Ora vado in obitorio, il dottor Modo mi ha promesso che mi dar in anticipo le risultanze dell'autopsia. Se non avete altri ordini, buongiorno.
E se ne and, lasciando Garzo nell'insicurezza.

10.

Affacciata al balcone della sua camera al terzo piano del Grand Htel du Vsuve, Livia si godeva la vista di via Partenope. Il mare calmo accoglieva i tuffi di centinaia di ragazzi e ragazze dagli scogli e dalle mura del castello, adagiato sull'acqua da innumerevoli secoli.
Il giorno prima, all'arrivo alla stazione di Chiaia, aveva subito avvertito nell'aria la buona accoglienza della citt. Aveva sorriso alle offerte di un passaggio di almeno tre uomini, uno dei quali si era dichiarato disponibile ad accompagnarla in capo al mondo; era stata indulgente con i bambini che l'avevano circondata per avere un soldino, una caramella o una sigaretta. Le torn in mente una discussione in un salotto romano, qualche settimana prima, in cui un supponente uomo d'affari aveva espresso insofferenza nei confronti di quegli scugnizzi che, a nugoli, aspettavano i turisti al porto e alla stazione per mendicare e infilare le mani dappertutto, allo scopo di rubacchiare qualsiasi cosa. Lei era intervenuta affermando che la causa di ci era la condizione di bisogno in cui i potenti avevano messo la citt, aggiungendo che comunque a lei i bambini facevano sempre allegria; ben pi di certe noiosissime compagnie che si incontravano a Roma. Ricord il gelo imbarazzato che era sceso sulla riunione; nessuno aveva il coraggio di contraddire una donna che era buona amica della moglie e della figlia del Duce.
Livia aveva noleggiato una delle caratteristiche auto pubbliche rosse con la fascia gialla, a tre posti, dicendo al vetturino di voler fare un giro prima di andare in albergo. Doveva riprendere contatto con le strade e le piazze che rammentava battute dal vento dell'inverno, e che aveva attraversato in un momento tanto triste. Ora aveva trovato sole e allegria, il vocio dei venditori ambulanti, cantanti improvvisati, belle vetrine e ragazzini che giocavano con palle di stracci in campi inventati al momento fra automobili e tram.
Era una pazza, ridente citt, e a lei piaceva.
Non era in grado di dire quanto pesasse, in quel giudizio, il fatto che fosse la citt di Ricciardi; sospettava comunque che il ricordo del commissario giocasse un ruolo importante. Aveva deciso di lasciar passare quella giornata, per perlustrare il campo di battaglia prima di sferrare il suo attacco. Pens a quale vestito avrebbe indossato, a quale cappellino.
Sorrise al mare e al cielo.

Maione aveva fatto il giro dei negozianti di Santa Maria la Nova, secondo le consegne di Ricciardi. Non era stato facile: non perch ci fossero reticenze o resistenze, ma solo perch la famiglia Musso di Camparino non aveva contatti diretti col quartiere.
Il duca veniva tenuto in grande considerazione per l'umanit e la munificenza verso le organizzazioni che assistevano i bisognosi, ma da oltre un anno era costretto a letto da una grave malattia dei polmoni, e si attendeva la notizia del suo decesso da un momento all'altro.
Il signorino Ettore, che aveva circa trent'anni, viveva in pratica sul terrazzo in mezzo alle piante, della cui coltivazione era un appassionato. Scriveva articoli su giornali e riviste di filosofia, materia della quale era uno studioso celebre. Si diceva uscisse talvolta di sera, ma nessuno lo vedeva in giro.
La duchessa invece era ovunque. Non c'era festa, incontro o riunione mondana che non la vedesse nel gruppo degli animatori. Bella ed elegante, ostentava ricchezza e opulenza in ogni occasione. Era la seconda moglie del duca, da dieci anni; lui l'aveva sposata un anno e mezzo dopo la morte della prima, della quale Adriana era stata l'infermiera. Maione rilev la disapprovazione della salumiera che raccontava, per il fatto che non era stato atteso nemmeno il compimento del secondo anno di lutto.
Per quanto riguardava la servit, il quartiere fu invece prodigo di informazioni. Concetta Sivo era una signora molto rispettata, attenta nelle spese e molto abile nella conduzione della casa. Non aveva parenti in citt, una volta ogni paio di mesi andava al paese dove vivevano una vecchia zia e i cugini. Quando si parlava degli Sciarra tutti ridevano, per la comicit di lui, la semplicit di lei e la voracit dei quattro bambini, sempre a litigarsi l'ultimo boccone o a girare per i negozi del circondario a elemosinare qualcosa da mangiare.
Si trattava insomma di persone coscienziose nell'esercizio del proprio lavoro, ma facilmente aggirabili se qualche malintenzionato voleva introdursi nel palazzo. La sera della festa, poi, era stata particolarmente rumorosa e affollata, e si era conclusa tra potenti fuochi d'artificio che avevano illuminato la piazza e assordato gli abitanti. Maione era pi che convinto che non si sarebbe sentito nemmeno un cannone, figuriamoci un colpo di pistola attutito da un cuscino.
Niente di interessante, insomma; se non che ognuno degli esercenti gli aveva offerto da mangiare e che lui, con la morte nel cuore e soprattutto nello stomaco, aveva dovuto rifiutare.
Decise di anticipare la visita a Bambinella: se c'era qualcosa da sapere, quello l'avrebbe saputo.

Il cavaliere Giulio Colombo vide arrivare la moglie e si preoccup. Non che fosse infrequente che la sua energica consorte facesse delle visite di perlustrazione; quello che gli mise agitazione era il cipiglio che intravide dalla vetrina.
La fonte del reddito della famiglia era il bel negozio di cappelli all'angolo tra via Toledo e piazza Trieste e Trento, vicino alla chiesa di San Ferdinando. Nei trent'anni di attivit, si era formata una clientela affezionata alla quale veniva offerto un servizio meticoloso direttamente dal cavaliere e dai tre commessi, fra i quali il marito della figlia minore, ragazzo valido e gran lavoratore; l'unico cruccio che dava al suocero, vecchio liberale, era l'entusiasta adesione al fascio, che Colombo riteneva acritica e quindi al limite del fanatismo.
Il cavaliere stava appunto discutendo sulle sempre pi frequenti scorribande notturne delle squadre che, nascondendosi dietro la bandiera fascista, si macchiavano di atti di brutalit, quando si accorse dell'arrivo della moglie. La signora Maria aveva un carattere forte, anche se sapeva essere una compagna dolcissima e una madre perfetta: il problema era quando le due cose andavano in contrasto, e questa era una di quelle volte. Il cavalier Giulio intu subito, prima che si spegnesse il suono della campanella che ne segnalava l'ingresso, qual era l'argomento della visita: la figlia Enrica; e il suo matrimonio.
Non che fosse un evento imminente, anzi, a dire il vero, il problema era proprio quello: che non c'era nessun matrimonio all'orizzonte. Maria si avvicin alla cassa, un enorme macchinario di metallo lucido che era l'orgoglio del negozio, e dietro il quale il marito aveva cercato di celarsi.
- Ti posso parlare, e da solo, per piacere?
Ahi. La cosa era seria.
- Certo. Marco, stai tu alla cassa. Io vado nel retro.
Come tutti i negozi di cappelli e sartoria, sul retro c'era un locale adibito a laboratorio in cui venivano effettuati gli aggiusti. In quel momento era vuoto perch le due lavoranti erano in pausa per la colazione.
Maria entr subito in argomento.
- Che intendi fare per Enrica?
Era una discussione frequente. Il padre era molto affezionato alla figlia maggiore, che aveva il suo stesso carattere ordinato e sereno; non gli dispiaceva tenerla in casa per pi tempo possibile. La moglie, che intuiva quella tendenza, non perdeva occasione per far presente a lui e soprattutto a Enrica che ormai, a ventiquattro anni compiuti, era ora di farsi una vita propria; tanto pi considerando i tempi difficili che attraversavano, e il commercio che non bastava pi alle esigenze di una famiglia numerosa, anzi, di due famiglie, visto che l'altra figlia con marito e figlioletto era ancora con loro. Almeno si fosse prestata a qualche conoscenza, invece di maltrattare ogni giovanotto che si faceva avanti.
La sera prima, quando aveva iniziato la solita geremiade, il marito era intervenuto con un gesto di insofferenza, chiedendole di lasciargli ascoltare la radio. Maria sul momento si era zittita, ma il suo sguardo non prometteva niente di buono: e infatti eccola qui, constat Giulio, pi determinata e combattiva che mai.
- Tu non capisci la gravit della questione. Tua figlia  zitella, e zitella si avvia a rimanere per tutta la vita. Adesso ci siamo noi, ma non siamo eterni; domani che ce ne saremo andati, che far Enrica? Andr in un ospizio per vecchi, senza il sostegno di un fiffio?
Non c'era modo di fermarla quando cominciava la sua tiritera, Giulio lo sapeva fin troppo bene. Tanto valeva essere conciliante.
- Ma che cosa vuoi che faccia, io? La prendo, la trucco, la vesto e la metto per strada? Se lei non vuole uscire, io che ci posso fare?
Maria non aspettava altro.
- Se lei non vuole conoscere nessuno, dobbiamo essere noi a portare qualcuno in casa. Ecco che cosa ho pensato di fare.

Maione aveva conosciuto Bambinella un anno e mezzo prima, quando il femminiello era stato portato in questura insieme a quattro passeggiatrici.
Erano molte le libere professioniste che facevano concorrenza ai casini autorizzati; ma non si tolleravano deroghe al principio che la citt proponesse un volto apparentemente pulito, e inoltre le tenutarie, dovendo pagare le tasse sulle marchette, presentavano lamentele alle autorit che frequentavano le loro "case". Cos periodicamente la squadra faceva un po' di pulizia, togliendo dalla strada chi adescava i passanti, soprattutto nelle vie del centro.
Quella sera Maione, che era di turno, si era trovato a gestire una situazione non facile: le altre se ne stavano buone in attesa dell'inevitabile rilascio; la pi giovane invece si agitava e si divincolava, e a un tratto aveva dato un morso alla mano di una guardia, che la schiaffeggi violentemente. A quel punto la giovane aveva cominciato a urlare, e il timbro della sua voce ne aveva rivelato inequivocabilmente la natura. Maione era intervenuto a dividerlo dalle altre, ma nelle lunghe ore in cui lo aveva trattenuto in cella non era riuscito a saperne le generalit; era venuta invece a galla una personalit complessa, quella di un ragazzo che aveva imparato ad accettare di essere diverso dagli altri, ma non per questo si era rassegnato a nascondersi. Anzi, si sentiva donna e da donna voleva pagarsi da vivere. Allo stesso modo in cui le donne povere e disperate spesso dovevano mantenersi.
Nei mesi successivi il brigadiere aveva incrociato spesso Bambinella, che aveva l'abilit di trovarsi sempre in contatto con gli ambienti in cui maturavano i delitti. Si era sviluppato uno strano rapporto di stima, se non di amicizia, tra due uomini che pi diversi non avrebbero potuto essere. Inoltre, Bambinella aveva una fittissima rete di conoscenze e di relazioni, e quindi un patrimonio sterminato di informazioni, che metteva a disposizione solo del brigadiere, senza mai arrivare alla delazione. Si trattava di pettegolezzi con un fondamento di realt, che non di rado erano stati di enorme aiuto nelle indagini. In cambio, la squadra mobile aveva l'ordine non scritto di ignorare la presenza di Bambinella fra le adescatrici che esercitavano al limite dei Quartieri Spagnoli con via Toledo. Una mano lava l'altra.
Bambinella abitava in un sottotetto fatiscente alla fine di un vicolo, non lontano da corso Vittorio Emanuele. Dalla sua finestra si vedeva uno scorcio della campagna che fiancheggiava la collina del Vomero e, dall'altra parte, uno spicchio di mare. Maione ci arriv in un bagno di sudore, dopo una lunga salita e un centinaio di gradini, affamato come un lupo.
E, nemmeno a dirlo, Bambinella stava mangiando.

11.


Tutto deve essere normale. Tutto deve essere come ogni giorno.
Hai sistemato la casa, che non si possa mai dire che i figli siano trascurati o che ci sia un dito di polvere sulla credenza. Che non si possa dire che le tende siano macchiate, o che le lenzuola siano sporche.
Ora sei andata a comprare quello che serve per fare da mangiare. Porti un cartoccio di maccheroni, il pane, i pomodori. Devi preparare un bel pranzo e poi una bella cena. E domani un altro pranzo, e un'altra cena. E ancora e ancora, perch lui torner a casa, e si sieder di fronte a te e ti sorrider. Sar di nuovo tutto com'era. Tutto com'era.
Fa caldo, e tu cammini carica di involti sotto il sole feroce. Ti gira un po' la testa, e nessuno ti aiuta. Ma sei felice lo stesso.

- Brigadie', ma che grande piacere. Accomodatevi, entrate, sedetevi qua sul pouf vicino a me. Vi dispiace se continuo a mangiare? Oggi proprio mi muoio di fame, con tutto che fa caldo di questa maniera. Favorite?
Maione si sent girare la stanza attorno e si lasci cadere sul grosso cuscino damascato.
- Per carit, brigadie', ma state bene? Siete bianco bianco! Venite qua, mo' vi d un poco di acqua e zucchero! Maione agit debolmente la mano davanti al viso.
- No, no, lascia stare, quello  il caldo. Ma che ti stai mangiando, piuttosto?
- Mi sono fatta un piatto di pasta. Lo so che devo mantenere la linea, per vi ho detto, oggi chiss perch tengo fame. Sar che mi aspettavo che dovevate venire voi, un maschione di questa posta, e ho pensato che mi dovevo fare trovare in forze.
- Oh, te l'ho detto mille volte che non ti devi permettere, hai capito o no? Vedi che io non vado nemmeno con le... con quelle come te, figurati con te! Ma che mi fai dire... Insomma, ma com' che mi aspettavi? Chi ti ha detto che dovevo venire?
Bambinella si strinse il kimono di seta sul petto e si mise una mano davanti alla bocca, per nascondere un risolino.
- Nessuno, me l'ha detto. Ma lo sanno tutti che ieri hanno ammazzato la duchessa di Camparino, e una compagna mia che lavora da serva nel palazzo di fronte mi ha detto che siete andato voi con il commissario vostro; ma com', lavorate pure di domenica?	.
Maione, semidisteso sul cuscino, si sventolava col cappello.
- E che, devo dare conto a te? In questa citt non si muove una foglia che tutti subito lo sanno. Io mi chiedo come si pu fare un lavoro come il mio se poi stai in mezzo a un mercato. Comunque s, sto qua per vedere se mi sai dire qualcosa di questa duchessa. Nel quartiere pare che nessuno sa niente, come al solito, e invece sanno tutto.
Bambinella cincischiava con la pasta rimasta nel piatto, che Maione guardava famelico.
- Eh, brigadie', la duchessa... Quella, la duchessa, ha una storia che per molte di noi  come una favola, di quelle che si raccontano ai bambini. Solo che, come avete visto, non  una storia che finisce bene.
- Cio? Come, una favola?
- La duchessa non  nata ricca. Era la figlia di un militare, il padre  morto in guerra. Per era bella, bella assai. Io ho conosciuto a uno che ci aveva perso la testa, un commerciante di seta, mi pare. Per lei teneva in capo altri programmi, voleva essere indipendente, non voleva dire grazie a nessuno. E allora cominci a fare l'infermiera.

Maione cercava di controllare la tendenza a divagare di Bambinella.
- S, ma il matrimonio col duca?
- E ve lo sto dicendo, se avete la pazienza di ascoltare... Dunque, la prima duchessa era una signorona, una perbene assai. Molto religiosa, stava sempre in chiesa, aiutava i poveri, insomma la classica Madame. Si ammal, una brutta malattia, lo sapete, no? Di quelle che cominciano con un giramento di testa, uno svenimento... Ma voi davvero state bene, brigadie'? Non so come vi vedo, oggi...
Maione mim un calcio dal pouf dov'era seduto.
- U, non fare lo spiritoso, ti ho detto! Io non tengo nessuna malattia, sono sano come un pesce! Vai avanti.
- Eh, e che carattere che tenete! Allora, per curare la duchessa chiamano l'infermiera Adriana, bella come il sole e piena di salute. La malattia fu lunga assai e alla fine, per non portarvela a lungo, la duchessa se ne va. E l'infermiera si corica al posto dell'ammalata.
- E questo quando  successo?
Bambinella port le unghie laccate alla punta del naso.
- Dunque, vediamo... una decina di anni fa.
- E il matrimonio come  andato?
Bambinella si strinse nelle spalle.
- E come vanno i matrimoni, brigadie'? Bene all'inizio, poi sempre peggio, e alla fine male, malissimo. C' da dire che i matrimoni d'interesse vanno meglio degli altri, perch ognuno si vede bene i fatti suoi. Per la povera duchessa, pace all'anima sua, non se li sapeva fare i conti. E quando il duca, che  vecchio assai, si  ammalato pure lui, non si  chiusa in casa facendo finta di soffrire.
Maione ascoltava con attenzione.	
- Cio? Che vuoi dire, non si  chiusa in casa?
Bambinella ridacchi di nuovo.
- Brigadie', certe volte mi fate tenerezza. Vivete in una citt come questa, fate il mestiere che fate e non sapete le cose che sanno tutti quanti. Perci ci sto io, qua, che vi devo informare. Tra voi e il vostro bel commissario muto che non ride mai, siete fuori dal mondo.
Maione sbuff infastidito.
- Ma che fuori dal mondo. Diciamo che qualcuno si deve pure interessare alle cose serie, invece di passare la vita a vedere chi si infila nel letto di chi. Vai avanti.
- La cosa  semplice: Adriana incontra uno giovane come a lei, allegro, intelligente e ambizioso. Si innamorano. Non conviene a lui, che ci rimette la carriera, e non conviene a lei, che nessuno la vuole pi nei salotti. Per si innamorano, e di fronte all'amore, se ne fottono di tutti e di tutto. Questa  la parte della storia che piace a me.
Il brigadiere finalmente capiva arrivato al nocciolo della questione.
- E chi , questo principe azzurro?
- Il principe azzurro  Mario Capece, brigadie'. Il giornalista del "Roma". Quello che a quanto pare alla fine l'ha ammazzata, alla duchessa.

Non ti vedr mai pi.
Questo  il mio solo pensiero.
Ti ricordi, la prima volta? Ci presentarono a teatro. Parlavano, ma io mi ero perso nei tuoi occhi, in quel viso. La passione dentro di me esplodeva, la stessa che non mi ha mai lasciato.
Non ti vedr mai pi. Non  possibile.
Il tuo viso tra le mie mani. L'odore della tua pelle. Mi hai insegnato che ci si pu ubriacare senza vino, come dicono le canzoni. Mi sembrava tutto perso, il tempo senza di te. Anche i miei figli erano tempo perso. Il lavoro, era tempo perso. Qualsiasi prezzo mi facessero pagare era poco, per un'ora con te.
Non ti vedr mai pi.
La tua risata, mille coralli d'argento sul marmo, il suono della vita stessa.
Non ci credo che non ti sentir pi ridere. Mi hai fatto impazzire, mi hai fatto ammalare di te. La felicit pi pura nell'abbraccio pi impuro.
E la rabbia, la rossa rabbia di vederti sorridere a un altro, di vederti guardarlo di nascosto. Non posso credere che l'ultima volta che questa mia mano ti ha toccata  stato per farti del male. Non ci posso credere. E non posso credere che non ti vedr mai pi.

Un attimo di silenzio segu l'affermazione di Bambinella; dalla finestra, insieme al calore terribile del primo pomeriggio, entravano il frinire delle cicale e il richiamo di qualche uccello. Maione conosceva la propensione alla teatralit dell'informatore, ma era rimasto colpito lo stesso.
- Come sarebbe, a quanto pare l'ha ammazzata? Come lo sai che l'ha ammazzata Capece, alla duchessa?
- No, brigadie', non mi fate dire cose che non voglio dire. Io non lo so chi l'ha ammazzata alla duchessa. Anzi, vi devo dire che spero proprio che non sia stato Capece. A me mi piacciono assai le storie d'amore, e non mi piacciono gli ammazzamenti, invece.
- E allora? Mica stiamo a teatro, che la storia ti deve piacere. Capece l'ha ammazzata all'amante, o no?
- E io che ne so, brigadie'? Quello che vi posso dire  che tutti so' convinti che  stato proprio lui. Donna Adriana era una che la testa agli uomini la faceva perdere, ve l'ho detto, e si divertiva pure. Secondo me a Capece gli voleva bene veramente, per un poco la zoccola la faceva sempre. E sabato sera al Salone Margherita  successo brutto, il fatto.
Maione faceva una fatica del diavolo a mantenere il discorso sugli argomenti che gli serviva conoscere.
- Quale fatto,  successo sabato sera? Bambine', ti prego: fa caldo, a me mi gira la testa e mi muoio di fame, non posso mangiare e non ti posso dire perch. Non ti ci mettere pure tu. Raccontami quello che mi devi raccontare e non mi fare perdere tempo.
- Uh, brigadie', vi siete messo a dieta? E perch, che siete affascinante proprio cos, un uomo di panza e di presenza?
Lo sguardo feroce del brigadiere valse pi di ogni richiamo all'ordine.
- Va bene, va bene. Allora vi racconto. Premetto che queste cose le so perch ci sta una compagna mia che fa la cameriera proprio al Salone Margherita, anzi, a dire la verit mo' dovrebbe passare guardarobiera... Eh, brigadie', non vi incazzate, ma che carattere! Insomma, nell'intervallo tutti stavano a fumare, a bere e a chiacchierare, ch poi al teatro si va pure per questo. Bello e buono, . Capece comincia a strillare con la duchessa, che lei non si doveva permettere, che faceva sempre questo, che lui non ce la faceva pi.
- Perch, che aveva fatto la duchessa?
Bambinella allarg le braccia.
- E chi lo pu dire? Sicuramente aveva salutato a qualcuno, o aveva sorriso a qualcun altro. Lo faceva. Insomma, lui strillava e lei rideva. Proprio cos, la compagna mia mi ha raccontato che rideva forte, ah ah ah, ah ah ah, come se lui era una macchietta. Allora lui ha fatto il fatto dell'anello.
- Come, il fatto dell'anello?
- Le ha preso la mano, e strillandole in faccia che non se lo meritava, che non la voleva vedere mai pi, le ha tolto un anello dal dito.
Maione voleva di pi.
- Quale anello? Che anello era?
Ancora una volta Bambinella si strinse nelle spalle.
- E io che ne posso sapere? Lei allora gli ha detto: e pigliatelo, questo schifo di anello, daccelo un'altra volta a quella morta di tua moglie.
- E perch, Capece  vedovo?
- No, che vedovo. E che la moglie di Capece dicono che  una tutta casa e chiesa, tutto il contrario della duchessa. Al marito dicono che non lo pensa proprio pi da anni.
- E allora?
- E allora lui, davanti a tutti, le ha dato uno schiaffone a mano aperta che le ha fatto girare la testa torno torno. Un paio di uomini si sono fatti avanti,  una cosa brutta assai che picchiano una donna in pubblico. Ma lei ha fatto segno di fermarsi, si  asciugata il sangue che le usciva dalla bocca, si  aggiustata i capelli ed  tornata dentro alla sala.
- E Capece?
- Se n' andato; prima per ha urlato una cosa. Maione si sporse verso Bambinella, cogliendone l'esitazione.
- Che cosa ha urlato, Capece?
- Ha urlato: ti ammazzo con le mie mani.

12.

Questa  l'ora peggiore. Quella in cui il sole non ha rispetto per chi non pu ripararsi, non perdona. Io devo aiutarvi, sposto all'ombra quelle di voi che posso spostare, i gerani, le begonie. Le siepi, gelsomini, bougainvillea, edere; posso solo vedervi consumare le riserve, l'acqua che vi ho dato stamattina. Dovete stare l. Al vostro posto. Ognuno ha il suo posto.
E il mio posto qual ? Qua, con voi. In questo palazzo vuoto, stanze e stanze deserte, silenzio su silenzio. Un palazzo pieno di fantasmi. Anche lui  un fantasma. Mio padre. Non me lo ricordo cos, a rantolare in un letto, combattendo una battaglia perduta. Me lo ricordo grande e forte, che ride felice con mamma.
Mamma. Mamma. Che parola incantata, che non pronuncio con la bocca ma col cuore mille volte al giorno.
Mamma, tu lo sai. Lo sai che la cosa pi importante  l'amore. E' l'amore che ti d il posto in cui stare. Me lo dicevi sempre che era l'amore la vera casa, la patria. Non mi hai spiegato per come fare, se l'amore  quello sbagliato.
Ora lei  morta.
Morta, mamma.
Come te. Come mio padre, anche se ancora rantola. E forse come me, e il mio amore sbagliato.
Apro il cassetto del secrtaire, quello a molla nascosto. Prendo l'anello. Il tuo anello, mamma. Lo pulisco di nuovo, che non rimanga traccia del suo sangue sporco. Che torni com'era.
Quando era al tuo dito, mamma.

Ricciardi ragionava su quanto fosse paradossale che i posti dove il Fatto gli riservava meno visioni fossero ospedali e cimiteri. Era logico, d'altronde: erano le passioni a generare le morti violente, non il dolore; e l abitava soprattutto il dolore.
Aveva deciso di aspettare l'esito dell'autopsia all'ingresso della sala mortuaria, sul retro dell'edificio. L'ospedale si vergognava della morte, e quindi la nascondeva. Rappresentava l'insuccesso, la sconfitta.
Gruppi di persone in lacrime, visi impalliditi dalla stanchezza, dalla sofferenza. Donne vestite di nero sorrette da giovani compunti, diventati adulti in poche ore al cospetto di una perdita. Genitori, figli, mogli, mariti. Rimpianti, parole non dette. Ricordi.
Ricciardi stava in disparte, non potendo fare a meno di essere testimone di un altro dolore. Non avrebbe saputo dire qual era peggiore, se l'ottuso ripetersi dell'ultima emozione dei morti o il baratro in cui precipitavano i sopravvissuti.
La porta dell'obitorio si apr e il dottor Modo venne fuori, asciugandosi le mani con l'orlo del camice macchiato.
- Ma guarda chi  venuto a portare la gioia nel luogo della sofferenza. Ciao, Ricciardi: benvenuto al teatrino. Eri cos ansioso di rivedermi che non hai resistito, o pensi che l'ambiente dell'obitorio ti si confaccia pi della questura?
- Prima o poi qualcuno si accorger che  a te che l'ambiente della questura  pi adatto dell'ospedale. E io dovr venire a prenderti, e getter la chiave. Com' andata, hai finito con la duchessa?
- Oh, abbiamo parlato a lungo, la tua cliente e io. E mi ha dato un sacco di informazioni, ma sono molto, molto riservate. Sono autorizzato a rilasciarle solo a fronte di un lauto pasto, offerto da te.
- Ci siamo. Reticenza. Ecco il reato che mi permetter di metterti al fresco. E con questo caldo ti faccio anche un favore. Va bene, ma ci vediamo a fine turno alla trattoria vicino alla questura; aspetto Maione con altre informazioni. Gratuite.

Maione non aveva tirato fuori da Bambinella altre notizie interessanti; in particolare aveva cercato di sapere qualcosa sugli altri abitanti del palazzo e sulle loro abitudini, ma non c'era nulla che l'informatore potesse dire di diverso da quanto era stato gi riferito.
Solo sul figlio del duca, Ettore, aveva colto un'esitazione; Bambinella sapeva che l'uomo usciva quasi tutte le sere molto tardi, e che a volte dormiva fuori, ma non aveva idea di dove andasse. Maione aveva pensato che, trattandosi di uno studioso, era difficile che l'ambiente che frequentava avesse qualcosa in comune con Bambinella.
Nel caldo terribile del pomeriggio, e affamato pi che mai, decise di raggiungere Ricciardi per aggiornarlo sulle indagini. Trov il commissario nel proprio ufficio, che lo aspettava.
Si scambiarono la cronaca della giornata: il commissario condivise col brigadiere le impressioni sul colloquio con Garzo, e Maione inform Ricciardi sulle notizie raccolte nei dintorni del palazzo Camparino e da Bambinella. Ricciardi se ne stava seduto, assorto, le dita intrecciate davanti alla bocca.
- E quindi tutti sono convinti che sia stato Capece. Alle volte la soluzione pi ovvia  anche quella giusta, la vita non  come un romanzo. Dobbiamo interrogarlo.
- S, commissa', ma si deve andare piano. Lo avete sentito a quell'ignorante di Garzo, no? Finisce che lo mettiamo sull'avviso e quello si muove con qualcuno e ci mettono un bavaglio.
- Hai ragione. Andiamo con ordine, per lo meno con l'ordine che seguiremmo normalmente. Domani torniamo al palazzo e parliamo con i duchi superstiti, vediamo che ci sanno dire. Anche perch, da quanto mi dici, non doveva correre tanto buon sangue fra marito e moglie, matrigna e figliastro.
Maione si gratt la testa col fazzoletto.
- Avete saputo qualcosa dal dottor Modo? Il bossolo l'ho controllato con i modelli che teniamo in archivio,  come vi eravate immaginato voi: una Beretta 7,65 della guerra; non il modello vecchio, ma la pistola che diedero agli ufficiali alla fine, nel '17. Ce ne stanno ancora migliaia in giro. Nessuna particolarit. Ho mandato due guardie a passare la stanza al setaccio: nessun'altra traccia. L'assassino ha sparato solo quel colpo.
Ricciardi annu.
- Quel ricattatore di Modo ha detto che riferir sull'autopsia solo se gli pago la cena. Vieni anche tu, qua vicino, a Santa Brigida, in trattoria; cos ascolti cos'ha da dire.
Maione impallid.
- No, dotto', grazie, non tengo fame. Casomai domani mi dite voi.
- No, insisto: quattro orecchie sono meglio di due. E poi, quando mai hai avuto problemi a cenare due volte? Anch'io non voglio fare tardi, stasera. Raccogliamo quello che ci dice Modo e ce ne andiamo.
Maione si rassegn.
- Va bene, ai vostri ordini. Ma io per non mi mangio niente. Guardo a voi, e poi ceno a casa.

Enrica percepiva nell'aria qualcosa di strano. La madre era rientrata dalla sua passeggiata e sembrava eccitata: aveva portato dei fiori e aveva detto alla serva di tirare fuori le posate d'argento e lucidarle. Lei aveva cercato di capire quale fosse il motivo di tanta cura per la tavola in un giorno qualsiasi, e in risposta aveva ottenuto una risatina nervosa e un'alzata di spalle.
Quando Maria si comportava cos era inutile insistere, Enrica lo sapeva; ma aveva addosso una strana inquietudine.
A un certo punto vide entrare la donna che veniva a pettinare i capelli alla madre; chiese allora se c'era un'occasione speciale, e le fu detto che la donna era l per lei.
E prima che potesse ribattere, si sent dire:
- E metti il vestito buono. Stasera abbiamo persone a cena.
Nel breve tratto dalla questura a via Santa Brigida, dove avevano appuntamento con Modo, Maione e Ricciardi incrociarono pochi vivi e un morto. I primi erano ragazzi vocianti di ritorno dal mare, i vestiti raccolti in involti umidi, piedi scalzi e capelli bagnati, che riempivano l'aria di risate e sfott. Il morto, che naturalmente solo Ricciardi vide, andava dissolvendosi piano nella calura con la sua pesante giacca risalente alla fine dell'inverno.
Si trattava di un lavorante caduto dal tetto di un palazzo, dove stava riparando una grondaia. La schiena curva come un manico di ombrello e il sangue che gli usciva dalla bocca, continuava a ripetere: Mi mantiene, il cornicione mi mantiene.
Le ultime parole famose, constat Ricciardi come ogni volta che gli passava vicino, distogliendo lo sguardo. Il brigadiere interpret male l'espressione del superiore.
- Che , commissa', pure a voi vi fa male la testa? A me mi gira come una trottola, in questi giorni.
Ricciardi rispose:
- In effetti ti vedo pallido, da qualche giorno a questa parte. Ma stai bene?
- S, s, sto bene, ma sto mangiando di meno. E con questo caldo...
- Lo capisco. Ma per me, o caldo o freddo, la fame  la stessa. E per Modo pure, come vedi. Eccolo l che ci aspetta.
Il dottore era gi seduto a uno dei tavolini sul marciapiede, sotto il tendone che dava ombra dagli ultimi raggi del sole che tramontava.
- Oh, ecco la mia cena che arriva. Caro brigadiere, pure voi qua? Vuol dire che offrirete il caff: non vi voglio fare torto.
Maione fece un leggero inchino.
- Buonasera, dotto'. Mi dispiace, io sono solo uno spettatore, vi devo sentire parlare e guardare mangiare. Di pagare non si  parlato.
Ricciardi si sedette; all'oste indic il piatto di pasta al forno che torreggiava davanti a Modo.
- Anche a me lo stesso, per favore. Allora, Bruno; mi puoi parlare della duchessa o questo ti toglie l'appetito?
Modo masticava a quattro ganasce.
- Nulla al mondo mi toglie l'appetito. Sul Carso mangiavo sotto le bombe austriache:  una questione di sopravvivenza. Allora, la tua cliente: una gran bella donna, che si manteneva benissimo nonostante-avesse una quarantina d'anni. Mi sbaglio?
- Quarantadue, precisamente. Era dell'89, 15 gennaio.
- E il corpo di una ragazza, credetemi. A quanto mi dicono, era una che faceva perdere la testa. Allora, parliamo prima del proiettile. Lo avete visto, hanno sparato attraverso il cuscino: ci sono frammenti di stoffa e perfino di piume nel cervello, lungo il tragitto fino alla spalliera del divano. Frattura del frontale, dell'occipitale eccetera. E sicuramente il cuore batteva ancora, quando  stata colpita.
Ricciardi si sporse in avanti, avendo colto il giro di parole.
- Che vuoi dire, quando dici che il cuore batteva ancora?
Modo ridacchi, sempre a bocca piena.
- Che bello, avere un uditorio attento. Voglio dire che clinicamente la duchessa era ancora viva. Ma solo clinicamente.
- Cio? Come, clinicamente?
- Allora: il vostro assassino, forse per impedirle di urlare, le teneva premuto il cuscino su bocca e naso. E la signora stava gi morendo soffocata. In pratica, agonizzava. Maione era impressionato.
- Scusate, dotto', e da cosa lo avete capito? Che so, i polmoni, la gola...
Modo fece di no con il capo.
- Niente di cos interno, brigadie'. Si vedeva dalla faccia. Dalle chiazze rosse attorno alla bocca e sul collo, per esempio. E poi da certe macchioline all'interno della palpebra, che si chiamano petecchie. Sono vene e capillari che si rompono nello sforzo di respirare. E' tipico del soffocamento.
Ricciardi pensava che l'immagine della duchessa, che ripeteva la sua frase sull'anello, aveva un bel buco in fronte; dunque, quando le avevano sparato, era ancora viva. Chiese:
- Ma se  morta soffocata, come  possibile che fosse clinicamente viva quando l'assassino le ha sparato?
Modo si strinse nelle spalle, senza smettere di ingurgitare maccheroni al forno.
- L'assassino voleva essere sicuro, evidentemente. Non  che si ha sempre coscienza, quando si uccide qualcuno, dell'irreversibilit di quello che si  fatto. Forse credeva di essere stato riconosciuto. O, gi che ce l'aveva, voleva vedere se la pistola funzionava. E comunque una bella lotta l'avevano fatta.
Fu la volta di Maione, a rimanere sorpreso; sollevando a fatica lo sguardo dal sugo che il dottore stava tirando su dal piatto con un pezzo di pane, disse:
- Ma come, dotto'? Se pareva che dormiva, la duchessa.
Modo, che aveva ripulito il piatto completamente, si appoggi allo schienale.
- Non ve lo aspettavate, eh? La duchessa  stata risistemata, bella comoda in corrispondenza col colpo sparato in fronte. L'autopsia  stata proprio rivelatrice, stavolta. In ogni caso, tutto  successo molto rapidamente. La donna  morta fra mezzanotte e le due, fra sabato e domenica. Su questo non c' dubbio.

Non dovevi ridere. Se non avessi riso, non l'avrei fatto. Ti amavo, ti amavo disperatamente. Non ti avrei mai fatto del male.
Non capivi il mio dolore, la mia disperazione. Io non ti ho mai avuta, forse; ma ti ho sempre sentito mia, da quando ti ho incontrata la prima volta. E non vedr niente di tanto bello come il tuo viso tra le mie mani, non prover niente di cos meraviglioso come il tuo respiro nelle mie braccia.
Vorrei spiegarti quanto era terribile percepire il tuo fascino rivolgersi altrove, per incatenare un uomo e poi un altro, e un altro ancora. Senza rispetto, senza alcun riguardo per me. Ma tutto avrei sopportato, pur di averti ancora vicino. Perch ti amavo. Ma hai riso. Mi hai riso in faccia. E io non ce l'ho fatta.

Ricciardi chiese:
- E che altro hai scoperto?
Modo alz la mano, contando sulle dita.
- Uno: due costole rotte, non per trauma ma per pressione. Le hanno appoggiato qualcosa di curvo sul torace, forse per tenerla ferma. Un ginocchio, magari. O forse qualcos'altro, chiss. Due: quattro unghie spezzate, in tutte e due le mani. E nessuna traccia di pelle, quindi ha cercato di abbrancare un corpo vestito o forse qualcos'altro, chiss. Tre: la mano sinistra, in condizioni davvero strane. L'anulare con un bel graffio profondo, sanguinante: qualcuno le ha strappato un anello, evidentemente. Il medio lussato, senza ematomi. Qualcuno le ha tirato il dito dopo morta, forse per toglierle un altro anello. O forse...
Ricciardi concluse per lui.
- ... qualcos'altro, chiss. E che c', ancora? Dalla tua faccia capisco che hai una sorpresa.
- La tua cliente, mio caro e triste Ricciardi, aveva uno squarcio all'interno della guancia sinistra. Qualcuno l'ha picchiata, prima di ammazzarla.


13.

Annodandosi la cravatta davanti allo specchio, Giulio Colombo era decisamente arrabbiato. E, quel che era peggio, non poteva prendersela con nessun altro se non con s stesso.
Al ritorno a casa quella sera, come sempre la sua Enrica gli era andata incontro per prendere cappello, bastone e il solito bacio sulla fronte, e lui non aveva avuto il coraggio di guardarla in faccia. Per tutta la strada aveva cercato di convincersi che aveva agito per il bene della figlia, ma non riusciva a liberarsi della sgradevolissima sensazione di averle invece fatto una cattiveria.
Quando la mattina la moglie lo aveva affrontato in negozio con determinazione, rappresentandogli la necessit di fare qualcosa per evitare a Enrica un terribile destino di indigenza e solitudine, pur essendo certo dell'esagerazione della donna, non aveva avuto la forza di ribattere e si era lasciato persuadere.
A qualche metro dal suo c'era un altro grande esercizio, nel quale si vendevano tessuti; a condurre il commercio un vecchio amico, Luciano Fiore, con la moglie Rosanna. La coppia, decisamente benestante, aveva un unico figlio, Sebastiano, che a ventott'anni era ancora scapolo. Questo perch ai genitori, e soprattutto alla madre, ogni ragazza sembrava inadeguata per bellezza, salute o patrimonio. In realt Giulio sospettava che nessuna volesse il giovanotto, fatuo e vanesio, il quale viveva troppo bene sulle spalle della famiglia per decidere di metterne su una propria. Aveva manifestato quel dubbio alla moglie, che lo aveva accusato di non avere il coraggio di affrontare la questione. Per cui si era arreso, ed era andato nel negozio di Fiore per invitarlo a cena con moglie e figlio, quella stessa sera. La moglie dell'amico gli aveva comunicato un'entusiastica adesione: da tempo anche lei fantasticava sull'opportunit dell'unione, gi immaginando un unico, immenso negozio di cappelli e tessuti condotto dal figlio.
A Giulio, Rosanna Fiore era cordialmente antipatica, cos come il figlio, che aveva incontrato solo poche volte. Il povero Luciano, pensava, era vittima costante del carattere della moglie. Poi consider che forse anche lui stesso era nella medesima situazione, e la riflessione peggior il suo umore gi nero. Faceva caldo, molto caldo, e il doversi mettere in giacca e cravatta anche la sera non contribuiva a migliorare le cose.
Ancora una volta si chiese perch si era fatto convincere a organizzare quell'inganno alla sua dolce Enrica.

Maione risaliva il vicolo che lo portava a casa. La giornata era stata lunga e difficile, aggravata dal terribile caldo che ancora adesso che era buio non dava tregua. Rifletteva su ci che Bambinella gli aveva detto di Capece, e a come l'amore porti alla passione e questa alla rabbia, e la rabbia al sangue. Quello che aveva affermato Modo, circa il fatto che la duchessa prima di morire era stata picchiata, concordava con il racconto di quanto era avvenuto al teatro.
In un certo senso anche il maldestro tentativo di sistemare la duchessa come se stesse dormendo era un atto di rispetto postumo; il brigadiere si era abituato ad accettare i controsensi degli assassini passionali, che prima ammazzavano senza piet e poi compivano atti di tenerezza verso le loro vittime.
D'improvviso si sent chiamare, ed ebbe un tuffo al cuore; ricordava fin troppo bene quella voce profonda e musicale. Rispose:
- Buonasera a voi, Filomena. Come state?
La donna era in piedi all'ingresso del piccolo budello che era vico del Fico, sotto un'edicola votiva con un'antica immagine della Madonna dipinta sul muro.
- Come vuole la Madonna, brigadie'. Vedete, mi occupo di tenere in ordine i fiori e le candele; ogni tanto ne accendo una anch'io, pregando per il bene delle persone care. Anche per voi: non mi scordo dell'aiuto che mi avete dato.
Sottoline le parole con una breve carezza sul lato sfregiato del volto, che era nell'ombra. L'altro profilo, lievemente illuminato dal lampione, era come Maione lo ricordava: di una bellezza straziante.
- Figuratevi, Filomena;  mio dovere aiutare le persone. E con voi  stato pure un piacere, lo sapete. Avrei voluto fare di pi, anzi. Vostro figlio Gaetano, come sta?
- Bene, grazie. Ormai non  pi un apprendista, il capomastro lo ha preso con lui, dice che  bravo. Ha pigliato il posto del padre di Rituccia, ve la ricordate? Quella bambina che abitava vicino, mo' sta con noi.
Maione ricordava benissimo: una bambina seria, con lo sguardo addolorato e inquietante. Uno degli incontri avuti nella vicenda in cui si era imbattuto qualche mese prima; quando, in una mattina di primavera, si era trovato a tamponare la ferita insanguinata che aveva deturpato il viso della donna. In un attimo di vertigine, il brigadiere rivisse l'emozione nuova e profonda che frequentare Filomena gli aveva dato.
- Vi volete fermare a cena? Vi preparo qualche cosa di fresco, magari i maccheroni col pomodoro e il basilico. Mi ricordo che vi piacciono, o mi sbaglio?
Maione ud distintamente il proprio stomaco brontolare come un tuono lontano.
- No, grazie, Filome', sto un poco imbarazzato di stomaco; preferisco saltare la cena, stasera.
Nella semioscurit la donna si avvicin, scrutandolo in faccia.
- Ma state bene, Raffae'? Vi vedo pallido, sciupato. E siete pure dimagrito. Non mi fate preoccupare, lo sapete che ci tengo a voi.
Migliore complimento Maione non avrebbe saputo sollecitare. Dimagrito. Come se gli avesse detto che gli erano spuntate le ali e l'aureola.
- Figuratevi, no, no,  che ho avuto una giornata lunga, lunga assai. Forse sto solamente un po' stanco.
Filomena lo guardava preoccupata. Era bellissima. Allung la mano verso il viso del brigadiere e lo accarezz. A lui la mano parve fresca e leggera come un alito di vento. Si tocc appena la visiera del cappello e fugg, sentendosi un vigliacco come ogni volta che la incontrava.

Rosa Vaglio era una di quelle donne d'altri tempi che sfogavano il proprio affetto facendo da mangiare. E siccome era nata poverissima, per lei pi si amava pi bisognava nutrire, aggiungendo condimento. E siccome amava Luigi Alfredo Ricciardi pi di ogni altra cosa al mondo, cucinava per lui delle orribili pietanze che avrebbero ammazzato un toro.
Lo aveva visto coperto di sangue, fra le mani della levatrice. Lo aveva tenuto in braccio prima della sua povera mamma, la dolce baronessa Marta che non c'era pi da tanti anni. E lo aveva guardato giocare, lavorando a maglia o lavando panni con un occhio solo per sorvegliare che non si mettesse in pericolo, silenzioso e temerario com'era.
Aveva vegliato sul suo sonno inquieto, chiedendosi che cosa di terribile stesse sognando quando lo vedeva sobbalzare e mormorare. Gli aveva baciato la fronte, alla ricerca di qualche grado di febbre. Alla morte della madre, e anche da prima, era diventata l'inflessibile amministratrice delle consistenti sostanze della famiglia, alle quali Ricciardi non si interessava; era lei che teneva, con una grafia grossa e sgraziata, la corrispondenza con i fattori e i mezzadri: non le sfuggiva un centesimo, teneva tutto sotto controllo per poterne rendere conto quando Luigi Alfredo si fosse svegliato da quella fissazione di fare il poliziotto e finalmente avrebbe deciso di fare il barone di Malomonte, mettendo su famiglia.
Quello della famiglia era il vero, grande cruccio di tata Rosa. La sua mente semplice aveva pochi punti fermi, e uno era che senza figli una vita non poteva dirsi completa. Lei aveva votato la propria a Ricciardi, che era stato pi di dieci figli per la pena e le preoccupazioni che le dava
con la sua ostinata solitudine; non poteva accettare che lui invece volesse lasciar finire il nome della famiglia. Pur consapevole di essere petulante e ossessiva, aveva cercato di spingerlo a frequentare persone, a conoscere ragazze, ottenendone in risposta un'alzata di spalle e una carezza. Aveva perfino ipotizzato che il suo ragazzo fosse di quelli disinteressati alle donne: ma il cuore le diceva che non era cos, che il problema era che non si riteneva pronto. Doveva solo venire il momento.
E ora, dopo tanti anni, Rosa, mentre metteva in tavola una piramide di maccheroni al forno ripieni di ogni ben di dio, pensava che il momento fosse finalmente arrivato: si era accorta che da un po' di tempo, nell'affacciarsi da camera sua, Luigi Alfredo faceva un breve cenno di saluto con la mano verso la finestra di fronte. Ricciardi ignorava che la tata vedeva tutto da una fessura nello stipite della porta; e come avrebbe potuto sapere altrimenti che stava bene, quando lui si chiudeva dentro?
Poi Rosa, dalla finestra della sua stanza, aveva visto che dall'altra parte c'era una ragazza, che rispondeva al saluto di Ricciardi con un lieve inchino del capo. Il ghiaccio si stava sciogliendo. Del resto, con quel caldo, per il ghiaccio non c'era scampo, si disse Rosa.

Ricciardi aveva cominciato a fiutare l'odore della cucina di Rosa da almeno duecento metri. Era consapevole di avere un olfatto molto sviluppato, ma si chiedeva come fosse possibile che il vicinato non protestasse contro l'ammorbamento dell'aria di cui la sua tata era responsabile. Doveva tuttavia ammettere che gli odori che arrivavano da casa sua non erano peggio del marciume che il caldo tirava fuori dai vicoli vicini. Non c'era scampo, insomma.
Lungo il tragitto, dall'incontro con Modo a casa, aveva continuato a rimuginare su quanto aveva appreso dal dottore. Era chiaro che l'assassino era conosciuto dalla duchessa: il catenaccio non forzato, le chiavi riposte nel cassetto, nulla di rotto fra gli innumerevoli soprammobili dell'anticamera. Per una colluttazione c'era stata, lo provavano i segni sul corpo della vittima; e il cuscino sulla faccia, premuto con forza, certamente per non far urlare la duchessa. Forse aveva ragione Maione, che prima di andarsene a casa gli aveva detto che secondo lui lo stesso assassino aveva ricomposto il corpo, per rispetto, per amore.
Per amore. Quante cose strane, assurde aveva visto fare per amore. E quanto subdolo, si diceva mangiando sotto l'occhio vigile di Rosa, era questo sentimento che si infiltrava nelle pieghe della mente infettando l'anima. Lui aveva combattuto e combatteva, ma non poteva esimersi dal pensare con crescente ansia al suo innocente appuntamento serale, e al lieve saluto che si scambiava con la dirimpettaia. Non avrebbe saputo dire se era meglio o peggio di prima, quando la guardava ricamare di nascosto solo per sorbirne la normalit, come fosse una benefica tisana.
Non sapeva nulla dell'amore. Ma se avesse dovuto parlarne, avrebbe detto che si dovrebbe mettere al riparo dal male l'oggetto del sentimento, anche se il male  proprio in chi ama. Soprattutto se il male  in chi ama. E quindi nel suo caso, se era amore quello che provava per Enrica, doveva tenerla lontana dalla sua maledizione, dal dolore selvaggio di cui era portatore.
Era quello il motivo dello starle lontano, del non cercare un modo per incontrarla, per parlarle tenendole la mano. Cos era stato per oltre un anno, finch il caso non li aveva messi di fronte. E ora quell'emozione pura e gentile, vissuta a distanza di sicurezza, era stata inquinata dall'odore della pelle.
Per ventitre ore al giorno, Ricciardi avrebbe voluto che si fosse ricostituita la precedente situazione di stallo, insoddisfacente forse, ma almeno tranquillizzante.
Per un'ora al giorno, per quell'ora, invece, avrebbe attraversato in volo i cinque metri che lo separavano da lei per abbracciarla e baciarla mille volte. E adesso quell'ora era arrivata.
Col cuore in gola, dopo aver chiuso la porta della sua stanza, Ricciardi si avvicin alla finestra.
Enrica era furiosa.
Le era stata tesa una trappola.
Aveva cercato per tutta la sera di incrociare gli occhi del padre, ma questi era stato attentissimo a guardare dovunque tranne che verso la figlia. Quanto alla madre, poi, era perfettamente a suo agio nel ruolo di padrona di casa, e non cessava mai di ciarlare sulle doti domestiche di Enrica.
Aveva trovato insopportabili gli amici del padre, una coppia mal assortita in cui la moglie era una megera untuosa e prevaricatrice e il marito un pover'uomo senza qualit, pressoch muto. Quanto al figlio, era il motivo principale della sua rabbia. Un essere insulso, sgradevole, ignorante; sapeva parlare, e non smetteva un attimo, solo di vestiti, automobili e mondanit, argomenti che da lei non potevano essere pi distanti.
Era stata sua madre, lo sapeva. Aveva deciso di passare all'offensiva, dopo aver piagnucolato per anni sulla necessit di trovarle un fidanzato. Si era fatta sempre pi insistente, ma Enrica non credeva che sarebbe arrivata a tanto: portarle uno in casa, e senza nemmeno chiederglielo! L'educazione e il condizionamento sociale le impedivano di essere sgarbata, ma nessuno poteva imporle di essere amabile. Se ne era stata allora in silenzio per tutta la cena, per una volta imbandita in salotto; le ore erano passate lente, con il chiacchiericcio ininterrotto di quel bellimbusto nelle orecchie, e i continui inviti della madre a partecipare alla conversazione, e i complimenti della megera, ma che bella ragazza, che belle mani, che bel viso. Era nauseata.
E ora anche disperata, perch ormai erano le dieci e gli ospiti non accennavano ad andarsene. E lei non sarebbe stata alla finestra per incontrare l'unico uomo che le interessava ascoltare, se solo le avesse parlato.

Ricciardi era rimasto a guardare la finestra spenta della cucina per mezz'ora, in attesa. La delusione era via via accresciuta, mista a un po' di preoccupazione per la salute di Enrica; si era convinto che non sarebbe mancata al loro appuntamento se non per qualche motivo rilevante come un malanno, e gli dava pena non poter sapere.
Quando stava per rinunciare e andarsene a letto, intravide uno spicchio di luce all'angolo del palazzo di fronte: un'altra stanza di casa Colombo aveva una lampada accesa.
Una parte di lui inorrid all'idea che volesse vedere chi c'era e che cosa succedeva, invadendo la vita di una famiglia come l'ultimo dei pettegoli; ma l'altra parte l'ebbe facilmente vinta.
Giustificandosi con il pensiero che voleva soltanto assicurarsi che Enrica stesse bene, calcol quale fosse la finestra che offriva miglior visuale della stanza illuminata, e con sgomento si rese conto che era nella camera della tata.

Rosa era ormai pronta per andare a dormire, avendo terminato il rosario con le invocazioni ai santi. La cuffia in testa per raccogliere i capelli, la lunga camicia da notte abbottonata dalla gola ai piedi, stava coprendosi col lenzuolo quando sent bussare alla porta.
- Chi ? - chiese.
- Sono io, chi vuoi che sia? Siamo solo io e te in casa, - disse Ricciardi.
- Che  successo, state bene?
- S, sto benissimo, non ti agitare. Voglio solo vedere una cosa dalla tua finestra, posso entrare?
- Prego, accomodatevi.
E Rosa vide Ricciardi aprire la porta; lo vide rivolgerle uno sguardo colpevole; lo vide appressarsi alla finestra, farfugliando qualcosa sul fatto che aveva visto un movimento sospetto per strada; lo vide sostare con le mani aggrappate al davanzale per un lungo attimo, trattenendo il fiato; lo vide sostenersi al muro come se avesse avuto un principio di svenimento; lo ud gemere piano; lo vide girarsi, mortalmente pallido, mentre si mordeva un labbro; infine, lo vide uscire dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle dopo aver detto:
- Niente, niente, mi sono sbagliato. Buonanotte.
Allora Rosa si alz dal letto e si avvicin a sua volta alla finestra; e vide una certa ragazza contegnosamente seduta su un divano, irrigidita come se avesse ingoiato una scopa, con un giovanotto ben vestito che le sussurrava all'orecchio.
Dapprima si preoccup. Poi per pens che il ghiaccio si scioglie prima, se ci si accende sotto un bel fuoco.
E sorridendo se ne torn a letto.

14.

L'indomani, incrociando Maione e Ricciardi che andavano a palazzo Camparino per interrogare i duchi, nessuno avrebbe rilevato sostanziali novit nell'espressione dei due: cupo e silenzioso il commissario, sudato e arrabbiato il brigadiere. In realt, l'umore di entrambi era sensibilmente peggiorato.
Maione aveva avuto un incubo. C'era Lucia che dava da mangiare piatti immensi di maccheroni al rag al maledetto fruttivendolo Ciruzzo, ridendo e dicendogli che doveva rimettersi perch era troppo magro. Dietro la porta chiusa - ma lui la vedeva benissimo, come solo in sogno accade - Filomena piangeva chiedendogli per carit di mangiare quello che aveva cucinato apposta per lui; non si vedeva che cosa c'era nel piatto, ma si sentiva un odore celestiale. Maione, che la sera ostentando un'eroica mancanza di appetito aveva mangiato solo due pesche, nel sogno rifiutava e rimaneva sofferente davanti al pasto dell'odiato Di Stasio.
L'incubo aveva aggravato sia la fame che la rabbia del brigadiere, che la mattina aveva di nuovo provato a indossare la divisa estiva senza riuscirci; per cui adesso percorreva via Medina soltanto in apparenza dello stesso umore nero del giorno prima: in realt era furioso.
In Ricciardi dominava invece la perplessit. Si trovava di fronte a un'emozione del tutto nuova, e non aveva idea di come gestirla.
Contrariamente a Maione, il commissario non aveva avuto incubi, semplicemente perch non aveva chiuso occhio. L'immagine di Enrica con accanto uno sconosciuto che le sussurrava all'orecchio parole dolci, lo perseguitava. La parte di lui che aveva insistito per mantenere le distanze, consapevole dell'impossibilit di avere un rapporto normale, riproponeva a voce alta le proprie ragioni; ma Ricciardi sospettava e temeva che fosse ormai troppo tardi, e ci in qualche modo lo terrorizzava.
Contemplava affascinato l'emozione che aveva provato, la cui eco gli era risuonata in petto per tutta la notte. Un malessere fisico, reale: non mentale come aveva sempre immaginato che fosse, le mille volte che ne aveva udito parlare dai morti per amore, suicidi o assassinati che fossero. In realt si trattava di un dolore dietro lo stomaco, in un punto imprecisato sotto i polmoni, che aveva riflessi sulla respirazione e sull'intestino. Una fitta violenta e permanente che, se provavi a distrarti, richiamava subito l'attenzione impedendoti di pensare ad altro.
L'irrazionalit della sensazione non gli permetteva di affrontare il problema come era solito fare col lavoro. Si ripeteva: se hai sempre creduto di non poterti avvicinare a Enrica, di doverla preservare dal tuo dolore e dalla tua assurda natura, come osi adesso soffrire come un cane per averla vista con un altro? Che senso ha questa tua sofferenza? Non ha senso, si rispondeva. Ma non per questo la morsa dietro lo stomaco, da qualche parte sotto i polmoni, si allentava.
Nessuno dei due uomini, alle prese con il proprio turbamento, aveva notato la condizione dell'altro; le guardie che li avevano visti uscire dalla questura invece s, e si erano scambiati cenni ammiccanti: non era davvero giornata.
Ricciardi incroci il morto per percosse, che lanciava la sua invettiva contro chi lo aveva ucciso: Buffoni pagliacci,
siete solo quattro buffoni pagliacci. Quattro per uno, vergogna, vergogna, buffoni pagliacci.
Il commissario si incup ulteriormente. Si disse: avresti potuto vivere una vita normale, avere una moglie, dei figli. Avresti potuto mangiare e bere, ridere, scherzare. Avresti potuto sedere su un divano, di sera, a sussurrare parole dolci a una ragazza. E invece eccoti qui, ammazzato a botte per toglierti lo sfizio di provocare chiss quale imbecille con un manganello. Il solito maledetto spreco.

Il portone del palazzo era chiuso a met, secondo l'uso quando c'era un lutto. Sull'anta serrata, un cartello diceva:

PER LA MORTE DELLA SIGNORA DUCHESSA ADRIANA MUSSO DI CAMPARINO.

Sciarra, il custode, stava ramazzando il cortile, cercando di tenersi nella parte all'ombra che per era ormai pulitissima.-A ogni colpo di scopa doveva rialzarsi le maniche della blusa, che gli coprivano le mani. Vicino a lui, i bambini della volta prima stavano mangiando due enormi pezzi di pane e formaggio. Appena l'uomo vide Ricciardi e Maione, si fece loro vicino con la sua andatura saltellante.
- Commissario, brigadiere, buona giornata. In che cosa vi posso servire?
Maione non perse tempo in convenevoli, anche perch chiaramente irritato dalla vista dei bambini che si abbuffavano senza sosta.
- Ci devi solo accompagnare dentro. Vogliamo parlare col duca e col figlio.
Ricciardi intervenne:
- Prima voglio vedere la camera della duchessa, per.
Non c' la governante?
- S che c', commissa', subito ve la chiamo.
- Una cosa, Sciarra. Dove stavi tu, l'altra sera, quando  successo il fatto?
Il custode allarg le braccia, lasciando pendere le maniche.
- E dove potevo stare? A casa al piano di sopra, a tenere a bada questi due diavoli.
Il maggiore interloqu senza smettere di masticare.
- Quello se non torna pap e ci fa mangiare, noi a dormire non ci andiamo. Mangiamo solo quando ci sta pap!
Maione fece una smorfia.
- E allora pap ci sta sempre, perch tutte le volte che vi ho visto stavate mangiando.
- E che ci volete fare, brigadie'? Questi sono lupi, non so' creature. Da chi avranno preso, non lo so. Aspettatemi qua, che vado a chiamare a Concetta.

Eccoli che arrivano. Li vedo bene tutti e due, il grosso brigadiere in divisa e l'altro, quello magro: il commissario. Ho chiesto a Concetta e mi ha detto che cosa le hanno domandato ieri.
Mi sono meravigliato: credevo che ci avrebbero sentito subito, me e il vecchio cadavere. Invece se ne sono andati. Avranno voluto farci cuocere un poco nel nostro brodo. Ma io non mi sono cotto, anche se fa un caldo infernale. Me ne sono rimasto buono buono, a dar conto alle mie piante, qui sul terrazzo. Senza cambiare un gesto, senza pronunciare una parola che non avrei pronunciato.
Non per i sospetti, non per questo. E che in nessun modo ho voluto che oggi e ieri fossero giornate diverse. Non  successo niente. Succede forse qualcosa quando nei vicoli sporchi muore un topo di fogna? Succede qualcosa se una cagna randagia viene ammazzata a sassate dai ragazzini? No. Non succede niente. La vita continua uguale a prima, ognuno al suo posto. Pi grande  il disegno, meno contano i particolari. E qui non  successo proprio niente.
Cio, proprio niente no, a dire il vero. Ho di nuovo l'anello.

Concetta si materializz in cima alle scale, in silenzio; questa donna, pens Maione, aveva la capacit di comparire e scomparire senza che nessuno la vedesse. Eppure era grande e grossa.
- Signori, buona giornata. Sono ai vostri ordini.
Ricciardi la guard come se si fosse appena svegliato da un sonno.
- Buona giornata a voi. Dobbiamo parlare col duca e con il figlio, ma prima vorrei visitare la camera della duchessa. Potete accompagnarci?
- Certamente, commissario;  ancora come l'ha lasciata la duchessa, come sapete non ha fatto in tempo a ritirarsi. Accomodatevi.

Nell'anticamera, Ricciardi vide subito di fronte a s l'immagine di Adriana di Camparino, che fissandolo col suo sguardo morto ripet: L'anello, l'anello, hai tolto l'anello, l'anello mi manca.
E noi vediamo di trovarlo, disse lui tra s.
Seguirono la Sivo nel suo incedere silenzioso, attraverso una lunga sequenza di stanze. C'era odore di pulito e l'ordine era assoluto, ma l'impressione era di un luogo senza vita.
Passarono per una interminabile teoria di salotti, ognuno dalla tappezzeria di un diverso colore. Attraversarono anche una cappella, dominata da un altare con un reliquiario. Concetta si ferm e si genuflesse, segnandosi rapidamente; il brigadiere si tolse il cappello e chin il capo, Ricciardi si sofferm a osservare una lettiga su ruote. La governante spieg:
- E' per il duca, quando viene il prete per la messa.
Li fece entrare in una stanza ampia, al centro della quale c'era un letto a due piazze con un baldacchino, circondato da una zanzariera. Qui il colore prevalente era il rosa antico, dai parati in seta ai grandi cuscini, alla tappezzeria del divano e delle due poltrone in un angolo. La portafinestra dava su un balcone che affacciava sulla piazza.
Quadri e fotografie celebravano la bellezza della duchessa, ritratta in ogni posa: alla guida di un'automobile sportiva, in abito lungo, vestita da sposa. Il quadro che campeggiava sulla parete di fronte al letto la ritraeva bellissima e seminuda, coperta da un lenzuolo che tratteneva sul seno con una mano. Sapeva di essere molto bella e di ci aveva fatto pieno uso.
Ricciardi pensava alla morte, a come la donna si era presentata ai suoi occhi. Da viva, lo vedeva dalle immagini nella stanza, era stata sempre molto attenta al proprio aspetto: il trucco curato, i capelli in piega, gli abiti ben stirati. Nell'altra immagine, quella a esclusivo uso del commissario, oltre al buco in fronte aveva il belletto sparso dal cuscino sulla faccia, come la tavolozza di un pittore, il bel vestito di seta stazzonato, una calza sfilata. L'ultimo oltraggio. La morte disordina.
L'odore che pervadeva l'ambiente era lo stesso che aveva avvertito sotto la cordite nell'anticamera: un'effluvio floreale, piuttosto pesante. Quell'essenza, riflett il commissario, rispecchiava la vera natura della duchessa, ricca ma di origini non certo raffinate. Sui vestiti si pu essere consigliate dalle amiche e dalle proprietarie di boutique, ma il profumo  una scelta troppo personale.
Dalla disposizione degli oggetti si intuiva che la donna era uscita in fretta, senza preoccuparsi della toeletta in disordine e dell'armadio semiaperto. Anticipando la domanda di Ricciardi, Concetta, che era rimasta sulla porta, sussurr:
- Lasciava sempre tutto per l'aria, la duchessa. Tanto lo sapeva che noi avremmo riordinato. Per adesso, non so perch, mi fa impressione entrare in questa stanza. Nell'anticamera no, eppure c' ancora il sangue sul divano, che non si leva. Qua invece s.
Ricciardi fece un cenno a Maione, che apr i cassetti del com. Nel primo, sopra la biancheria in piena vista, un fascio di lettere legate da un nastro blu. Il brigadiere le soppes nella mano, dopo averci dato un rapido sguardo.
- Tutte a firma "Mario tuo". Non si metteva certo paura che qualcuno le vedesse, eh, la signora?
Concetta non sembrava sorpresa. Si strinse nelle spalle.
- E chi le doveva vedere? Qua dentro il duca e il signorino non ci sono mai entrati. Io a queste cose non bado e Mariuccia non sa leggere. Le poteva pure attaccare alle pareti: sarebbe stata la stessa cosa.
Ricciardi registr la disapprovazione pi nelle parole che nel tono. Gli pareva fosse sarcasmo, non risentimento. Certo, non si poteva mai dire.
- E se non il duca e il figlio, chi altro entrava in questa stanza oltre alla duchessa?
- E io che ne posso sapere, commissa'? A una certa ora me ne vado a dormire, ve l'ho detto. E la signora teneva le chiavi del lucchetto.
Abbiamo capito, pens Ricciardi. "Mario tuo" aveva accesso alla stanza, oltre che al cuore della bella duchessa.

- D'accordo. Qua rimane tutto cos com' finch non ve lo diciamo noi. Annunciateci al duca, adesso.
Dopo una notte insonne, dominata dal pensiero di Ricciardi che l'aveva aspettata invano alla finestra, Enrica si era alzata cupa e determinata. Se il carattere dolce e l'educazione ricevuta non le avevano concesso di essere sgarbata con gli ospiti la sera prima, ora era decisa a parlare chiaro ai genitori. Avrebbe detto non solo che Sebastiano non le interessava, ma che vietava loro di ordire trame alle sue spalle, anche per quello che credevano essere il suo bene. Intuendone le intenzioni, per, la madre era uscita all'alba dicendo alla serva che andava a trovare una zia monaca, mentre il padre si era recato al negozio almeno un'ora prima del solito.
E va bene, si disse Enrica. Allora verr io da te, caro pap; voglio proprio vedere che hai da dirmi.
Non dimentic tuttavia i propri doveri, e soltanto dopo aver rigovernato, fatto la spesa e dato disposizioni per il pranzo si vest, prese il cappello e si incammin verso la bottega di via Toledo.

15.

La stanza dove Matteo Musso duca di Camparino stava perdendo la sua ultima battaglia era immersa nell'oscurit. C'era odore di disinfettante e putrefazione, di liscivia e di orina vecchia, di medicinali e di polvere. L'olezzo della morte, riconobbe Ricciardi.
Quando si furono abituati al buio, i due poliziotti distinsero una sagoma nel letto, dalla quale proveniva il ritmico rantolare che avevano udito entrando. Pareva che il duca dormisse.
A un tratto, per, una voce rauca disse:
- Conce', aprite appena appena le imposte. Fatemi vedere chi mi viene a fare visita.
La donna si mosse senza rumore nell'oscurit, dando prova di una perfetta conoscenza della disposizione di mobili e oggetti, e apr uno spiraglio della finestra. Una lama di luce penetr nella stanza, illuminando Ricciardi e Maione come un faro nella notte.
- Duca, mi chiamo Ricciardi e sono commissario di , pubblica sicurezza. Con me c' il brigadiere Maione. Anzitutto, le mie condoglianze per la vostra perdita.
L'ombra indistinta aveva acquisito qualche contorno. Sul cuscino era appoggiato un teschio, guance scavate, cranio lucido e calvo; un collo magrissimo affondava sotto il lenzuolo dal quale usciva un braccio incartapecorito. La mano sembrava l'artiglio di un rapace, le dita giallastre si agitarono piano.
- Lasciate stare. E' morta un'estranea, che volete che m'importi. Sedetevi. Conce", fate accomodare il commissario e il brigadiere.
La voce sembrava il raspare di una lima sulla carta vetrata. Dava i brividi. Nella stanza il caldo era tremendo.
- Non vi incomodate, signora, grazie. Tanto stiamo poco, solo qualche domanda, se non vi disturba, duca.
Di nuovo la mano si agit piano, come a concedere il permesso. Maione consider che col tempo il duca si era abituato a esprimersi cos, a cenni, per risparmiare il fiato. Ricciardi riprese:
- Quando avete visto la duchessa per l'ultima volta?
Ci fu qualche attimo di silenzio. Proprio mentre il commissario cominciava a credere che il duca si fosse addormentato, la voce graffiata disse:
- Avete mai parlato con un morto, commissario?
Fu la volta di Ricciardi, di rimanere senza fiato. Cos, a bruciapelo, quella domanda. Come se il duca avesse avuto, dal suo letto di dolore, la facolt di vedere attraverso il buio dentro l'anima.
- Che significa?
Il tono era stato pi brusco di quanto avesse voluto, ma il duca sembr non accorgersene.
- Lo vedete da voi, quello che significa. Io sono morto, commissa'. Non oggi, non domani quando mi porteranno via. Io sono morto quando mia moglie  finita. Non questa, naturalmente. Mia moglie, quella vera.
Ricciardi aveva ripreso con qualche sforzo a respirare regolarmente. Una metafora. Era stata solo una metafora.
- Perch dite questo, duca? E se permettete, che c'entra con la mia domanda?
- C'entra, commissario. Un uomo muore nel momento stesso in cui non significa pi niente per nessuno. E l'ultima persona per la quale io ho significato qualcosa  stata Carmen. Sono morto quando  morta lei.
Ricciardi non sapeva che cosa dire, quindi aspett.
- State parlando con un morto, adesso. Un'esperienza nuova, no?
Non sai quanto, pens Ricciardi. Il duca continu.
- Un morto non si merita attenzioni, affetto. Basta poterne sfruttare le sostanze, le ricchezze, commissario, l'ultima volta che  venuta qua dentro era Pasqua. Entr ridendo, spalanc le finestre, faceva freddo. Mi guard, si mise a ridere, secondo me era ubriaca. Disse:  Pasqua, Ges  risorto, risorgi pure tu. Mise un mazzo di fiori in un vaso, l sopra, e usc. Chiss chi glieli aveva dati, quei fiori. Non vi saprei dire la volta precedente.
Lo sforzo che l'uomo sosteneva nel parlare era enorme. Le frasi erano frammentate, doveva riprendere fiato ogni tre, quattro parole. Maione avrebbe voluto andar via: il caldo, il cattivo odore e il disagio che gli metteva il duca erano insopportabili. Ricciardi invece pareva intenzionato a porre altre domande.
- Da quanto tempo eravate sposati?
Il sottinteso fu chiaro a Maione e anche al duca: la differenza d'et era grande, come aveva potuto supporre che sarebbe andata diversamente? Il duca ridacchi, fino a quando il risolino fu interrotto da un violento colpo di tosse. Concetta si appress al letto con un fazzoletto e gli tampon la bocca.
- Lei era giovane e io gi vecchio. Vedete, commissario, che brutti scherzi fa l'et. Una parola, un sorriso: e uno si sente ancora interessante. Io lo sapevo, l'ho sempre saputo che Adriana voleva la posizione, i soldi. E me la sono presa lo stesso. Perch era bella e giovane. Io le ho dato quello che voleva, e mi sono preso quello che aveva. Finch ho potuto, finch ce l'ho fatta. Uno scambio. Solo uno scambio.
La freddezza del ragionamento faceva a Ricciardi pi impressione della voce spezzata e rantolante.
- L'amore non esiste, commissario. L'amore  un'illusione. Esiste l'interesse, ognuno vuole qualcosa che ha qualcun altro. Se pensate che l'amore sia voler bene, mentite a voi stesso.
Ricciardi socchiuse le palpebre, e vide una giovane donna seduta su un divano ad ascoltare le promesse di un uomo. Avrebbe dovuto lasciarla andare, se veramente quello che provava era amore; e invece gli pareva di morire. La morsa dietro lo stomaco si fece viva per un attimo.

- E l'odio, duca? Che cosa fa fare, l'odio? Quando l'illusione dell'amore svanisce, che cosa rimane?
Maione strusci il piede a terra. Concetta sembrava una statua nell'ombra.
- L'odio  un pensiero, commissario. Un'istanza, forse un desiderio. Chi  impegnato a morire ora dopo ora, chi non si muove da un letto e dipende dalla carit di chi viene ad assisterlo, non si pu permettere l'odio. E un lusso anche quello.
Ricciardi consider ci che il duca aveva detto. Non si poteva immaginare che quel relitto d'uomo avesse ammazzato la duchessa; per era lucido, poteva dare ordini e disposizioni. Osserv Concetta, che non sembrava nemmeno respirare.
- Voi avete un figlio, vero?
La domanda cadde nel vuoto. A Ricciardi parve che anche il rantolo dei polmoni morenti del duca avesse cambiato tono. Dopo qualche attimo, l'uomo rispose.
- S, ho un figlio. Si chiama Ettore.
Nessun affetto, nessuna emozione. Una semplice enunciazione asettica. Ricciardi attese, ma il duca non parve intenzionato ad aggiungere altro; quando parl di nuovo, fu per dire:
- Mi scuserete, adesso, commissario; sono stanco. Vi ricever ancora, quando crederete, ma ora madama morte reclama il mio sonno.
- Certo, duca; scusatemi. Una cosa soltanto: vostra moglie portava un anello... particolare, che voi sappiate? Qualcosa di valore, che so, una pietra rara?
Il duca toss, e ci mise un po' a riprendere fiato e forza di rispondere.
- Mia moglie, quella vera, la mia Carmen aveva un anello. L'anello della mia famiglia, con il nostro stemma; quello portato da tutte le duchesse di Camparino. L'ho tolto dalla sua mano morta... non l'avessi mai fatto, me ne pento ogni attimo della mia vita... e l'ho dato a lei, ad Adriana. Come se fosse stata degna di portarlo. Quando avrete finito col... con lei, restituitelo a noi. A mio figlio. E' l'unica cosa di lei che voglio indietro.
Ricciardi non ritenne opportuno dire al duca che l'anello era stato gi tolto all'usurpatrice; e per il momento la sommaria descrizione dell'oggetto gli bastava. Salut e lasci la stanza, seguito con sollievo da Maione.

Livia usc dall'ascensore nella sala d'ingresso dell'albergo; subito le si fecero incontro un facchino, un vetturino e un cameriere che, fino a un istante prima, sonnecchiavano nel calore di fine mattinata. Due uomini che prendevano il caff leggendo il giornale alzarono lo sguardo, e uno emise un sommesso fischio di ammirazione.
La donna era bellissima: aveva impiegato oltre due ore a provare e riprovare alcuni tra gli innumerevoli vestiti che aveva portato con s, scegliendo alla fine un leggero tailleur grigio chiaro con borsa e scarpe nere. Il cappello, vezzosamente inclinato sui folti capelli bruni tagliati corti, aveva una veletta nera, unica concessione alla sua condizione di lutto. Avrebbe evitato anche quello, ma non sapeva come Ricciardi la vedesse in proposito, e aveva voluto mantenere almeno un segno della sua perdita sociale, non affettiva. Le mani erano coperte da guanti neri, a rete come le calze.
L'eleganza era una caratteristica di Livia, come i movimenti felini e l'odore di spezie che emanava. Come sempre, il suo arrivo in qualsiasi ambiente catturava immediatamente l'attenzione e non l'abbandonava pi.
I due uomini si erano alzati e si erano avvicinati; evidentemente appartenevano alla ridotta, discreta schiera di gigol che allietavano le vacanze delle turiste solitarie, preferibilmente straniere. Livia indic con la mano l'unico della pattuglia i cui servizi le interessassero: il vetturino.
L'uomo, col cappello tra le mani, si inchin e chiese:
- Dove vi porto, signo'?
Livia glielo disse. La sua offensiva aveva avuto inizio.

16.

Il commissario aveva chiesto a Concetta di verificare se il figlio del duca poteva riceverli.
Attesero nell'anticamera, in compagnia dell'immagine della duchessa che ripeteva incessante la sua denuncia sulla scomparsa dell'anello.
Ricciardi rifletteva in silenzio, le mani in tasca, guardando dalla finestra il cortile del palazzo. L'altezza della costruzione teneva gran parte dello spazio all'ombra, compresa la lussureggiante aiuola di ortensie multicolori. Il commissario si chiedeva se l'assassino si era nascosto in uno dei tanti anfratti o se invece era entrato con la duchessa, al suo ritorno a casa.
Una parte dei suoi pensieri era rivolta per a quanto aveva detto il duca, che lo induceva a riflettere su di s e sulla propria vita. Un uomo muore nel momento stesso in cui non significa pi niente per nessuno; quelle parole gli avevano scavato un solco in petto. La mente and a Rosa, alle sue cure eccessive e materne; a Maione, alle ruvide, parziali confidenze che qualche volta si facevano; al dottor Modo, alle graffianti ironie e ai raffinati sfott che caratterizzavano il loro rapporto, e alle sporadiche birre bevute insieme; alla madre, al suo amore silenzioso.
Sono vivo, io?, si chiese. E se no, quand' che sono morto? Dalla finestra, in basso, vide Sciarra che si dava da fare a togliere le foglie secche dall'aiuola. Non lontano, i due bambini litigavano. La bambina nascondeva qualcosa sotto la veste; probabilmente roba da mangiare. L'ometto dalle maniche troppo lunghe ogni tanto si girava verso di loro e faceva finta di inseguirli, per poi tornare
al lavoro. Quello era ancora vivo, certamente. La donna in piedi dietro di lui, di cui percepiva sulla nuca il dolore immenso del distacco dall'esistenza, no.
Pens a Enrica, a chi fosse l'uomo che le sussurrava all'orecchio. Non era come lui: non era condannato alla solitudine. Avvert la morsa dietro lo stomaco: anche quella sensazione cominciava a essergli familiare.
Concetta venne a chiamarli. Il signorino poteva riceverli.
Finalmente, ti dedichi un po' a te stessa. Hai lavato i capelli nel catino grande del servizio da camera. Li risciacqui con la brocca, hai riscaldato l'acqua nel pentolone in cucina, non lo facevi da tempo. Ora li spazzoli, davanti allo specchio, come non succedeva da tanto. Ti chiedi se valga la pena di arricciarli con una permanente, invece di raccoglierli dietro la nuca come sempre: non sono poi brutti, una volta lavati e sciolti, non pi opachi. Hanno una luce nuova.
Anche gli occhi hanno un'espressione diversa; ti domandi cosa sia. Che cosa ci sia di nuovo.
Forse ti vuoi far trovare pronta.

Percorrendo le scale si aveva una sensazione di fresco, data dallo spessore delle mura del palazzo. Maione, che ansimava e sudava comunque, chiese alla vasta schiena di Concetta che saliva davanti a lui:
- Ma con tante stanze vuote, com' che questo signorino se n' andato all'ultimo piano?
Concetta rispose senza alzare la voce, come fosse in chiesa.
- Il signorino si  trasferito dopo la morte della mamma, dieci anni fa. Gli piacciono le piante, le tiene sul terrazzo; vuole stare l vicino. Poi sta comodo, ci stanno due stanze grandi.
Ricciardi intervenne:
- Non c' accesso diretto, dall'appartamento al primo piano? Si deve passare per forza dalle scale?
- S, si deve passare per forza dalle scale.
Giunti a un pianerottolo, Maione chiese, indicando una porticina di legno:
- E l chi ci sta?
Prima che Concetta potesse replicare alla domanda, la porticina si apr e si affacci un ragazzo, la cui somiglianza con Mariuccia, la serva, era evidente. Aveva in mano un libro e un pezzo di pane e pomodoro.
Fissando velenoso la merenda, Maione si diede da solo la risposta.
- E come si pu sbagliare? La famiglia Sciarra. Tu devi essere il maggiore, no?
Il ragazzo, intimidito dalla divisa, accenn di s col capo. Era talmente somigliante alla madre che Maione si aspett di vederlo singhiozzare da un momento all'altro.
- Signors, Sciarra Vincenzo, a servirvi. Sto andando al doposcuola.
- E vai, vai. Ma non si stancano le mascelle, a masticare in continuazione? Vai, levati di torno.
Il ragazzo si dilegu, mentre Ricciardi guardava il brigadiere scuotendo il capo.
- A te questo digiuno ti sta facendo male: stai diventando intrattabile.
Caspita, si disse Maione. Secondo questo criterio, il commissario sta digiuno da quand' nato.
Erano arrivati davanti a una porta istoriata, qualche gradino pi in alto.
Concetta, che nel frattempo era entrata ad annunciarli, usc di nuovo.
- Prego, accomodatevi. E' laggi in fondo. Io vi aspetto in casa.

Attraversarono una grande stanza disordinata, a met fra un salotto e una biblioteca. C'era un'imponente scrivania ingombra di libri aperti e chiusi, con dei fogli sparsi riempiti da una scrittura fitta e inclinata; una parete era interamente coperta da una libreria in legno scuro, traboccante di volumi; c'erano due poltrone, e in mezzo a queste un tavolino con un grammofono a tromba. A terra, alcuni dischi a settantotto giri. Su un altro
tavolino basso, una bottiglia di liquore e alcuni bicchieri vuoti, sporchi.
L'impressione era di un luogo dove una o pi persone vivevano tutti i momenti della giornata, lavoro, svago, riposo; e dove si concedeva raramente l'ingresso a chi dovesse metter ordine. La luce e un intenso profumo di fiori entravano da una portafinestra aperta a met, dalla quale si udiva fischiettare.
Ricciardi e Maione si avviarono verso l'apertura. Il brigadiere chiese:
- E permesso?
Il fischio si ferm e una voce bassa, musicale, disse:
- Prego, venite. Sono qui, sul terrazzo.
L'ambiente era sorprendente. Il sole, in quel momento al massimo dell'altezza, era filtrato da piante di ogni genere: mancavano solo gli alberi, anche se alcuni rampicanti avevano tronchi di ragguardevole dimensione. Ricciardi non conosceva bene la botanica, ma era cresciuto in. campagna, a contatto con campi e giardini, e capiva l'attenzione e l'immenso amore che comportava creare quell'intrico solo apparentemente selvatico di vegetali. Chi curava quella serra a cielo aperto doveva per forza dedicare alla coltura moltissimo tempo e un grande trasporto.
Da un angolo venne avanti un giovane di circa trent'anni, di aspetto gradevole. Esile, di colorito bruno, il naso adunco su un paio di baffetti sottili. Portava una camicia bianca con le maniche rivoltate sugli avambracci. I capelli neri, con la scriminatura al centro, erano mossi e curati. Tese loro la mano.
- Piacere. Sono Ettore Musso.
- Piacere nostro, signor duca. Sono il brigadiere Raffaele Maione, della questura di Napoli. Questo  il mio superiore, il commissario Ricciardi. Sentite condoglianze per il vostro lutto.
L'uomo rimase assorto, come se non avesse capito quello che Maione aveva detto. Poi scoppi in una risata.
- Questa  forte! No, scusatemi, signori, ma  veramente forte. Il mio lutto, dite? Condoglianze?
Maione guard Ricciardi, interdetto. Il commissario guardava invece Ettore; non aveva cambiato espressione. Quando ebbe smesso di ridere, l'uomo riprese:
- Scusatemi. Sono imperdonabile. Accomodatevi, prego. Bevete qualcosa? O mangiate, magari?
Si sedette su una sedia in ferro battuto, vicina con altre due a un tavolino piastrellato. Al centro c'era una caraffa di caff con un piatto di panini dolci e della marmellata. Con aria di scusa aggiunse:
- Una colazione tardiva. Temo di essermi addormentato a notte fonda, ieri; sono sveglio da poco. Come vi posso aiutare?
I poliziotti sedettero. L'atteggiamento dell'uomo era accattivante e l'ambiente piacevole. Le piante, annaffiate da poco, rilasciavano ombra e umidit, arrecando fresco. L'angolo col tavolino era privo del ronzio di insetti che invece si avvertiva nel resto del terrazzo. Intuendo il pensiero di Ricciardi, Ettore disse:
- Bravo, commissario. L'avete notato, eh? Per non avere insetti attorno basta stare attenti a quali piante tenere dove si decide di stare. Bisogna evitare i fiori: quelli sono belli anche da lontano, e il profumo arriva lo stesso.
Mentre parlava aveva preso un panino e lo aveva spalmato di confettura, per poi sbocconcellarlo con gusto. L'istintiva simpatia che Maione aveva provato per Ettore si dissolse.
Ricciardi finalmente parl:
- Posso chiedervi il perch della vostra risata, duca? Non ho colto nessuno spirito nella frase del brigadiere. Forse  colpa del mio scarso senso dell'umorismo.
Ettore si trattenne, poi rise di nuovo, spargendo frammenti di pane sul tavolino.
- No, scusatemi ancora. Il motivo  semplice: la morte della... della moglie di mio padre  stata forse la migliore notizia che io abbia ricevuto negli ultimi anni. Ecco perch sentirmi fare le condoglianze mi  sembrato ridicolo, tutto qui.
Ricciardi lo fissava negli occhi. Voleva essere sicuro di quello che percepiva.
- E come mai? La notizia di una morte, e per di pi violenta, e di una donna ancora giovane. Come pu essere una buona notizia, duca?
Ettore agit la mano, come per allontanare qualcosa di superfluo.
- Vi prego, vi prego, commissario. Chiamatemi Ettore, o Musso; ma evitate i titoli. Sono molto lontani da me, credetemi. Come pu essere, mi chiedete? Nulla di pi semplice: io odiavo quella donna. La odiavo con tutto il cuore e con tutta l'anima. Non ve l'hanno detto?
Segu un attimo di imbarazzante silenzio, che Ettore impieg continuando a mangiare e a sorseggiare con grazia il suo caff. A Maione e Ricciardi sembrava incredibile che, all'indomani di un omicidio accaduto in casa propria, Ettore confessasse candidamente l'odio per la vittima. Quell'uomo, conclusero entrambi, doveva avere un alibi di ferro.
Ricciardi disse:
- Posso chiedervi dove vi trovavate, la notte fra sabato e domenica, fra mezzanotte e le due?
Ettore si asciug la bocca con una salvietta e si alz in piedi stiracchiandosi. Si avvicin a un'apertura della siepe da cui si intravedeva la piazza; c'era solo un gruppo di bambini che giocavano, incuranti del caldo e del sole.
- Questa, voi me lo insegnate,  una strana citt. Schiacciata fra il mare, le colline e la montagna. Continua a crescere su s stessa. I vicoli si stringono, i palazzi si allungano. Uno sull'altro, sempre di pi, pur di non allontanarsi. E cos siamo tutti in contatto continuo, senza requie. Nessuno se ne sta da solo. Perch la odiavo, volete sapere? Semplice. Perch non aveva niente in comune con me, con quel debole di mio padre e soprattutto con mia madre, la cui memoria ha sporcato con la sua sola presenza. Ecco perch.
Il tono non era cambiato, rimanendo allegro e discorsivo. Sembrava parlare del tempo o delle piante.
- Si  introdotta in questa casa con l'inganno, con l'inganno ha incantato mio padre, con l'inganno si  fatta amici e amanti. Ha preso il nostro nome e l'ha indossato come un vestito, fregandosene di chi per secoli prima di lei l'aveva portato. Ecco perch io non l'ho usato pi. Ha gettato la vergogna su tutti noi, con un adulterio continuato e pubblico, portandosi il suo amante, un uomo sposato e con figli, fino in questa casa.
Il silenzio che segu era rotto dalle grida dei bambini e dei gabbiani che volteggiavano pigramente nel cielo. Ricciardi pensava che adesso Adriana Musso di Camparino era un vestito vecchio mal ricucito sul tavolo di un obitorio. E che di lei rimaneva un'immagine fatta di nebbia che vedeva solo lui, un'immagine che ripeteva una frase senza senso e sanguinava da un buco in mezzo alla fronte. Il commissario ripet:
- Dov'eravate voi, sabato notte?
Ettore continu, come se non l'avesse udito:
- Chiunque al mio posto l'avrebbe odiata. Per non vederla, mi sono trasferito quass. E da quass osservo questa citt e chi la popola, e le mie piante. E imparo molto. Sono tempi gravidi, commissario. Tempi che saranno ricordati per sempre. Il destino si sta per compiere,  chiaro, basta leggere, ascoltare la radio. Quei bambini l sotto, vedete, non lo sanno: ma ci sar chi li guider verso il sole, saranno padroni della Storia. Vivono da piccoli animali, come il padre e la madre che non sono nemmeno in grado di capire se campano o muoiono. Ma devono stare al loro posto. Basta che ognuno stia al suo posto. Che ognuno faccia la sua parte. Nel mondo di domani non c' spazio per l'inganno; e quindi nemmeno per donne come la non compianta defunta moglie di mio padre.
Maione sudava in silenzio sotto il cappello. Consider che non ci si vergognava pi di dire certe cose, nemmeno davanti a due sconosciuti. E che il fatto che portassero la divisa, almeno lui, spingesse gente come Musso a ritenere che fossero pure loro fanatici del regime. Consider anche che tutte quelle chiacchiere senza senso fossero un tentativo di allontanare l'attenzione dalla domanda del commissario, il quale per non si lasciava certo distrarre.
- Signore, vi ho fatto una domanda. Vi prego di rispondermi.
Ettore volt le spalle alla vista e guard Ricciardi in faccia.
- Non l'ho uccisa io, purtroppo, se  questo che volete sapere. Avrei dovuto e mille volte potuto, in questi dieci anni. E Dio sa se avrei voluto, anche. Ma non l'ho uccisa. Forse per paura, forse per coraggio. Non lo so. E quando  morta, se  morta nella notte fra sabato e domenica, io non ero in casa. Sono rientrato all'alba, e sono venuto direttamente qui.
Maione sembrava sonnecchiare, come sempre quando era al massimo della concentrazione. Chiese:
- Scusatemi, una domanda: possedete una pistola? O, che voi sappiate, la possiede vostro padre? Insomma, ci sono armi in casa?
- No. Nessun'arma da fuoco. Se ricordo bene, ci dev'essere una sciabola da qualche parte, mio padre era ufficiale. Ma pistole no.
Il silenzio segu le parole di Ettore. Perfino gli insetti smisero un attimo di ronzare.
- E dove siete stato, quella notte?
- Questo, commissario, non  affar vostro. Se non avete altro, io devo tornare alle mie piante. Buongiorno.
Attraversando di nuovo lo studio, Ricciardi not una grande fotografia ingiallita colorata a mano, incorniciata e appesa al posto d'onore sopra la scrivania. Una donna anziana dal portamento altero, il naso adunco come quello di Ettore e la stessa linea della bocca. Fra le mani intrecciate sotto il seno teneva un rosario.
Sull'anulare della mano sinistra si vedeva un anello d'oro con uno stemma araldico.

17.

Vedendo arrivare Enrica dalla vetrina, Giulio Colombo pens a quanto somigliasse alla madre: in due giorni doveva subire due attacchi alla propria tranquillit, e per motivi opposti.
Gli sembrava assai pi difficile dover fronteggiare la figlia, verso la quale si sentiva in colpa; la serata non era stata un successo, proprio per l'ostinato mutismo della ragazza, che se n'era stata quasi tutto il tempo immusonita a guardare la finestra, nonostante i tentativi della madre di coinvolgerla nella conversazione magnificandone le doti domestiche e culturali. Peraltro lui stesso non aveva avuto una grande impressione dal rampollo dei Fiore, un giovanotto piuttosto superficiale che lo aveva ammorbato con una lunga disquisizione sugli ultimi modelli di automobile: non c'era argomento che lo coinvolgesse di meno, convinto assertore com'era della teoria secondo cui quegli orribili e rumorosi aggeggi stavano rovinando irreparabilmente la citt.
N la situazione era migliorata dopo cena, quando si erano seduti in salotto: mentre la madre si impadroniva della conversazione, spettegolando su tutta la citt e in particolare sul fatto del giorno, l'assassinio della duchessa di Camparino, il figlio si era seduto praticamente addosso a Enrica, non smettendo un attimo di sussurrarle all'orecchio; un atteggiamento sconveniente, specie al primo incontro. Giulio aveva dato segni di insofferenza, ma un'occhiataccia della moglie lo aveva gelato e se n'era rimasto buono a far finta di non accorgersi di quello che accadeva. La povera Enrica si era allontanata quanto le era stato possibile verso il bracciolo del divano, implacabilmente seguita da Sebastiano. Un vero incubo. Quando i tre se ne erano andati, Giulio aveva tirato un sospiro di sollievo e si era preparato a un'inevitabile discussione, ma Enrica si era subito ritirata in camera senza neanche dargli la buonanotte; a sua memoria, era la prima volta che succedeva: il bacio della figlia era una consolazione alla quale gli dispiaceva rinunciare.
E ora eccola arrivare, l'espressione, solitamente dolce, aggrondata. Giulio si chiese se c'era una ragione per cui tutti se la prendessero con lui. Sospir e si dispose allo scontro.

Ricciardi e Maione, al ritorno da palazzo Camparino, erano ancora di malumore; ma perlomeno il lavoro li distraeva dalle situazioni personali. I colloqui col duca e con il figlio, invece di chiarire qualche aspetto del caso, avevano generato nuovi dubbi. Maione sembrava il pi perplesso.
- Commissa', che ne dite? Il duca sicuramente non tiene la forza di rompere un paio di costole a nessuno, forse non ce la fa neanche ad alzarsi dal letto. Per, se ci avete fatto caso, la governante gli obbedisce come un cagnolino, e quella la forza la tiene.
Ricciardi camminava assorto.
- S,  vero; e poi la Sivo, che ci aveva tenuto compagnia vicino al duca per tutto il tempo, con Ettore si  fermata sulla porta, non  nemmeno entrata. E la stanza mi  parsa molto disordinata, mentre il resto del palazzo  pulito e sistemato. Bisognerebbe capire che rapporto c' tra i due.
- E pure che rapporto c' tra padre e figlio, commissa'. Il fatto che il ragazzo non vuole essere chiamato duca, per esempio, mi pare importante. E il padre, quando glielo avete chiesto, ha detto: s, tengo un figlio. Punto e basta. Mi pare una cosa curiosa.
- Hai ragione: anche quella  una cosa strana. Niente da dire: una bella famiglia unita. Unita dall'odio.
Maione continuava a non vederci chiaro. 
- Ma perch, dopo dieci anni, uno tra il duca e il figlio avrebbe dovuto ammazzare la duchessa? La situazione ormai era quella, ognuno si faceva i fatti suoi. La duchessa si teneva il giornalista, Ettore coltivava le piante e il duca moriva nel letto suo.
Ricciardi ne aveva viste troppe, per credere alle situazioni consolidate.
- E perch, non ti  mai successo di vedere che le cose all'improvviso cambiano? Una situazione che hai sempre sopportato, all'improvviso non la sopporti pi. Una parola, una frase. Il caldo, magari. O un oggetto, un gioiello; e perdi la testa, pigli una pistola e spari.
- E poi ti svegli dalla pazzia e cerchi di mettere le cose a posto, approfittando che conosci la casa e puoi riorganizzare tutto come stava prima. Eccome se mi  capitato, commissa'. Quanto al gioiello, state pensando alla mano della duchessa,  vero? Me lo ricordo, quello che ci ha detto il dottor Modo: il dito lussato, l'abrasione all'altro dito sempre alla stessa mano. E ho fatto caso pure che l'avete chiesto al duca, dell'anello. Vi volevo dire che il ritratto nello studio del signorino lo portava, un anello: secondo me quella  la prima duchessa buonanima, teneva lo stesso naso del figlio. E quello  l'anello che  sparito.
- Niente ti sfugge, eh? Pure col caldo e la fame. L'unica cosa che continua a sembrarmi strana  il silenzio. Se c' stata una lotta, come sembra dalle contusioni sul corpo, allora ci deve essere stata una lite, tanto  vero che l'assassino le ha messo il cuscino in faccia per non farla urlare. E comunque, ancora non mi capacito di com' che nessuno ha sentito niente, nel palazzo e fuori.
Maione scosse il capo.
- Commissa', voi continuate a sottovalutare le feste di quartiere, si capisce che non siete di Napoli. Noi del popolo quello teniamo, per divertirci un poco: si canta, si balla e si fa confusione fino all'alba. Credetemi, tutto quello che succede in un chilometro non si sente. E la festa di Santa Maria Regina, in particolare,  famosa. Ci sta il fal del legno vecchio, e poi una specie di gara di tarantella, chi si ferma perde. Le guaglione si preparano per mesi e mesi i vestiti per ballare. Fidatevi, commissa': nell'anticamera della duchessa potevano pure cantare tutto il terzo atto della Traviata e nessuno sentiva niente, manco nella stanza a fianco.
- E va bene, sentire non si sentiva. Ma entrare e uscire dal palazzo non  mica facile, la festa era proprio davanti al portone. E' mai possibile che nessuno si  accorto di niente? Non credo che l'assassino si sia vestito da ballerina di tarantella. Non capisco, ci stanno certi particolari che fanno pensare a un delitto organizzato, e altri a una lite improvvisa.
Maione si asciug la fronte.
- E mica  detto, commissa'. Se l'assassino si muoveva rapido, poteva entrare e uscire indisturbato. Sicuramente le creature di Sciarra stavano mangiando le semenzelle in mezzo alla festa, e il portone stava aperto; o, e questa  una possibilit da considerare, l'assassino  arrivato proprio con la duchessa. Noi dobbiamo ancora vedere " Mario tuo", no? Capece era di casa, a quanto abbiamo saputo.
- Hai ragione. Finch non incontriamo Capece non si pu dire niente. Oggi pomeriggio tardi andiamo al "Roma" e ci parliamo, i giornalisti lavorano di sera, mo' non troviamo nessuno. Per quanto mi riguarda, mi vado a mangiare una sfogliatella al Gambrinus. Tu che fai, ancora il fachiro? Bada di non fare la fine del famoso asino, che quando finalmente impar a non mangiare mor.
- S, s, commissa', sfottete pure. Qua meno mangio e pi sudo, e pi mi va stretta la giacca. Una mattina di queste mi scoccio e mi chiudo in una trattoria, e chi s' visto s' visto. Andate, fate il comodo vostro; io vi aspetto in questura, vado a dare qualche incarico a quei lavativi. Ci vediamo dopo.

Livia si era fatta lasciare dal vetturino all'altezza di largo della Carit: voleva fare due passi.
Anche il breve viaggio in carrozzella era stato stimolante. Livia aveva tirato su la veletta, e l'aria sul volto, col profumo di mare e di fiori, era stata un piacere inatteso e impagabile. Faceva molto caldo ma lei non se ne curava: aveva atteso troppo quella mattinata per rovinarsela con considerazioni sul clima. Presto, salvo imprevisti, avrebbe rivisto il motivo per cui era tornata in citt.
Aveva calcolato i tempi con attenzione: non voleva correre rischi. Sarebbe arrivata al Gambrinus in anticipo sull'orario in cui, rammentava benissimo, Ricciardi era li per consumare il suo veloce e solitario pasto. Stavolta, pens, avrebbe avuto compagnia. La strada era come la ricordava, ampia e affollata. Alcuni bambini laceri e scuri le si accalcarono attorno, chiedendole una moneta. Raccolse alcuni spiccioli dalla borsetta e li lanci lontano, in una cascata tintinnante che rifletteva i raggi del sole; come un branco di pesciolini attirati da un pezzo di pane, gli scugnizzi si buttarono sulle monetine gridando.
Lungo il cammino, bella ed elegante com'era, Livia richiam l'attenzione di almeno quattro uomini, che fischiarono e le rivolsero commenti ammirati. Era abituata a suscitare interesse, ma quel fare esplicito tipico dei napoletani la divertiva. E le piaceva anche la sobria eleganza delle donne che vedeva per strada, anche di quelle meno facoltose, che s'industriavano comunque per avere un aspetto gradevole. Non tutte, naturalmente.
In particolare incroci, quando ormai era vicina a piazza Trieste e Trento, una ragazza alta con le lenti cerchiate di tartaruga, che camminava svelta e attravers la strada davanti a lei; not che aveva una naturale eleganza e un bel corpo, si intuiva dalle lunghe gambe. Contrariamente a quanto avrebbe dovuto fare, constat Livia, non metteva per in risalto le qualit che aveva. Le mortificava invece con un abito antiquato, un'acconciatura da anziana e soprattutto un'espressione arcigna. Livia immagin che avesse qualche motivo di irritazione.
Lei no: lei era felice e in pace col mondo intero. Si avvicin ai tavolini del Gambrinus.

18.

Enrica era appena entrata nel negozio, salutando gli impiegati e il cognato; poich c'erano alcuni clienti che stavano scegliendo tra vari modelli di cappello, si dispose ad attendere che il padre si liberasse. Lo amava molto, e le dispiaceva davvero di dovergli chiedere ragione di ci che era successo, ma era necessario. Non poteva accettare che il proprio carattere poco incline allo scontro fosse scambiato per una delega in bianco a scegliere per suo conto.
La sua connaturata riservatezza non le permetteva di confidare ai genitori di essere attratta da un uomo, per di pi conosciuto da poco; e nemmeno di avere un appuntamento fisso con lo sguardo di lui, dopo oltre un anno da quando si era accorta che c'era qualcuno alla finestra di fronte, ogni sera.
Era fuori discussione parlarne con la madre, la cui ostinazione le era ben nota; avrebbe intensificato la sua azio- , ne per distoglierla da quella fantasticheria romantica. Le pareva di sentirla, con quella storia della prospettiva di solitudine e indigenza. A Enrica non importava di quello che dicevano gli altri, fossero pure i suoi genitori: avrebbe aspettato, ci fossero voluti cent'anni.
Perch lo sapeva con assoluta certezza: per Luigi Alfredo Ricciardi esisteva soltanto lei. Doveva solo capirlo, e decidersi a parlarle.
Mentre attendeva che il padre si liberasse da una grassa signora che non decideva quale frutto di stoffa mettere sul cappello, la campanella sulla porta suon annunciando l'ingresso di Sebastiano Fiore.

Ricciardi arriv al Gambrinus con l'umore sensibilmente peggiorato.
Il motivo c'era. Stava percorrendo l'ultimo pezzo di strada, quello che faceva angolo tra via Toledo e piazza Trieste e Trento, quando dalla porta di un negozio, di spalle, salutando qualcuno all'interno del locale, era saltato fuori piombandogli addosso il giovanotto che aveva visto sussurrare all'orecchio di Enrica la sera prima.
Era pi alto di quanto gli fosse sembrato da lontano, e pesante; l'urto gli aveva quasi fatto perdere l'equilibrio. L'uomo farfugli una parola frettolosa di scuse e si allontan, entrando nel negozio successivo.
La morsa dietro lo stomaco si fece subito viva, selvaggia e dolorosa. A Ricciardi l'uomo parve bellissimo, atletico, ben vestito. Abituato a cogliere i particolari pi nascosti, not la camicia di seta, le scarpe bicolori traforate in punta, il fermacravatte d'oro e il profumo. Perfino la gardenia all'occhiello e il cappello di paglia non sfuggirono al commissario, che avrebbe potuto verbalizzare la descrizione dell'individuo senza alcuno sforzo.
L'effetto pi immediato dell'incontro, che sarebbe stato pi opportuno definire scontro, fu la percezione della propria devastante inadeguatezza; Ricciardi cap che agli occhi di qualsiasi donna quell'uomo sarebbe stato preferibile rispetto a lui cento volte. Si vide mingherlino, triste, mal vestito; senza cappello, le scarpe impolverate, la vecchia cravatta sottile e senza fermaglio.
E si irrit con s stesso, per aver pensato a quell'uomo nei termini di un rivale in amore. Non aveva la minima intenzione di scendere in competizione, tanto pi che l'eventuale vittoria avrebbe portato solo dolore a chi fosse stata la sua compagna: la condivisione della sua maledizione. Per cui, niente di male. Meglio per tutti se Enrica aveva trovato un uomo bello, ricco e gentile, che l'avrebbe di sicuro resa felice.
Una conclusione che non gli rec alcun conforto: quello che entr nel fresco della sala del Gambrinus era un Ricciardi disperato.
La Livia che aspettava, seduta a un tavolino scelto con cura, era una donna piena di speranza. Sperava anzitutto che Ricciardi arrivasse e che non tardasse troppo, poich la pressione degli aspiranti accompagnatori si stava facendo opprimente. Quando aveva deciso di fumare per ingannare l'attesa, le si erano accese davanti cinque fiammelle, come candele votive di fronte a un'immagine sacra; in particolare c'era un tizio vestito di bianco che la fissava con intenzione, convinto di essere irresistibile. Allora lei, che non si trovava certo per la prima volta in una simile situazione, lo aveva fissato a sua volta, finch lui non si era alzato e si era avvicinato.
- Posso sedere?
E lei, pronta:
- Assolutamente no.
L'uomo era rimasto interdetto. Non era frequente vedere una donna di tale bellezza sedere da sola in un locale pubblico. L'occasione era ghiotta. D'altra parte non era possibile dilapidare la reputazione di tombeur de femmes, acquisita in tanto tempo di onorato esercizio, ripiegando immediatamente. Per cui ritenne di insistere.
- Signora, siete troppo bella per stare da sola. E io non posso permetterlo. Per cui mi sieder comunque, e sarete voi eventualmente ad andare via.
In quel momento Livia vide giungere Ricciardi.
- Non credo vi convenga: la persona che aspettavo  arrivata.

Sebastiano Fiore entr nel negozio dei Colombo raddrizzandosi la cravatta.
All'inizio aveva fatto resistenza, quando la madre gli aveva imposto di andare a cena dai Colombo: aveva in programma di incontrare alcuni amici allo Scoglio di Frisio. Ma quando mamm si metteva una cosa in testa andava assecondata, altrimenti le conseguenti e sicure ritorsioni economiche gli avrebbero creato problemi, specie ora che le carte giravano male e aveva qualche debituccio di entit maggiore del solito. Quindi, aveva concluso, sacrifichiamo pure la compagnia degli amici sull'altare della necessit.
Poi, con sua sorpresa, la serata dai Colombo gli aveva riservato una piacevole novit: la ragazza che doveva conoscere era tutt'altro che sgradevole, con un sorriso bello ancorch infrequente e lunghe gambe. Certo, vestiva come una cinquantenne e non era abbacinata da lui come avrebbe dovuto: ma questo poteva essere un fattore positivo per i suoi piani. Sebastiano infatti aveva una precisa strategia: continuare a vivere sulle spalle dei facoltosi genitori, senza cambiare le proprie abitudini e frequentazioni. Per fare ci, per, doveva assecondare le ambizioni della madre, almeno formalmente; e quale miglior maniera che fidanzarsi con una come la signorina Colombo, discreta, silenziosa e assai poco invadente? La madre sarebbe stata contenta e avrebbe ripreso le erogazioni, anzi, le avrebbe aumentate, perch un fidanzamento prevedeva spese per regali, fiori eccetera. L'ipotesi dell'unificazione degli esercizi era commercialmente molto interessante; la gestione futura del negozio avrebbe potuto essere delegata alla sposa, e lui avrebbe vissuto come sempre aveva fatto: senza lavorare.
Motivo per cui, appena aveva visto arrivare l'anonima ragazza al magazzino del padre, si era subito pettinato e poi fiondato al seguito, intenzionato a cogliere l'occasione per offrirle un caff.
Al Gambrinus, naturalmente.

Ricciardi aveva mutato le proprie abitudini, anche se di poco. Da un mese a quella parte non sedeva pi al solito tavolino che dava sulla vetrata di via Chiaia, ma all'esterno, sotto il tendone.
Il motivo del cambiamento non era stato l'arrivo del caldo feroce: era successo che, appunto un mese prima, un marito tradito aveva deciso di farsi giustizia, assassinando l'amante della moglie con un colpo di pistola alla testa. Il malcapitato, un giovane avvocato, al momento della prematura scomparsa sedeva, col giornale in mano e il caff davanti, proprio al tavolino di fianco a quello normalmente scelto da Ricciardi per il rapido pranzo quotidiano. Il commissario non era presente quando il fattaccio si era verificato, ma questo non gli impediva di vedere chiaro e nitido l'avvocato continuare a leggere il giornale, con mezza faccia ridotta a un ammasso di sangue e frammenti d'ossa, ripetendo: Ma quanto ci mette a liberarsi dal cornuto e venire?
E invece a liberarsi di lui, e per sempre, era stato proprio il cornuto, che ora meditava sulla fedelt e sulla vendetta in qualche cella buia.
Poich la vista non conciliava l'appetito, Ricciardi era migrato all'esterno; il che, per un abitudinario come lui, non era piacevole. Quel giorno, per, i tavolini sul marciapiede erano tutti occupati e si vide costretto a riparare nella saletta, sperando che non fosse libero proprio il tavolo del morto: non voleva compagnia, tantomeno una conversazione cos monotona.
Appena fu sulla soglia avvert il profumo. La memoria dei sensi anticip quella della mente, e rivide l'immagine flessuosa e l'andatura felina prima ancora di pensare a Livia, dentro quell'odore esotico di spezie. Si guard attorno e la vide, seduta all'angolo opposto a quello del morto e, come il morto, in attesa di un arrivo. In piedi, vicino a lei, un uomo vestito di bianco, la mano appoggiata allo schienale di una sedia, con fare confidenziale.
Ricciardi si rese conto della situazione: la postura dell'individuo, il suo atteggiamento gli diedero un'idea di invadenza non sollecitata; Livia invece guardava lui, con un'implicita richiesta di aiuto. D'impulso, Ricciardi si avvicin al tavolo e, prima di poter parlare, ascolt di nuovo la voce di Livia, armoniosa e musicale come la ricordava.
- Ecco, vedete: la persona che aspettavo. Sono qui per lui, solo per lui.
Mentre raggiungeva il Gambrinus con Sebastiano, Enrica viveva una situazione surreale: era andata al negozio per dire chiaro e tondo al padre che non voleva pi rivedere il giovane, e invece si ritrovava ad andare con lui a bere un caff, come due fidanzatini al primo appuntamento.
Quando Sebastiano era entrato, con la banale scusa di chiedere di cambiare una banconota, lei era rimasta sbigottita. All'invito di lui aveva rivolto a Giulio uno sguardo supplichevole, ma quello, anche per differire l'inevitabile discussione con la figlia, aveva dato il permesso; ed ecco che ora percorreva il breve tratto di strada inondato dal sole nella meno auspicata delle compagnie. Per di pi, non aveva potuto sottrarsi al braccio che l'uomo le aveva offerto appena fuori del negozio.
Ce l'aveva con s stessa, per non aver avuto il coraggio di rifiutare l'invito, o almeno la prontezza di inventarsi una scusa; col padre, per aver consentito che quell'idiota si prendesse quella libert; con la madre, per aver intessuto la trama nella quale era rimasta invischiata; con Ricciardi, perch temporeggiava cos tanto per farsi avanti.
Si augur almeno di non incontrare nessuno.

19.

Livia e Ricciardi si guardavano intensamente, in silenzio. La donna non avrebbe potuto avere migliori risposte ai dubbi circa l'emozione di rivederlo: aveva avvertito il familiare e ormai dimenticato vuoto allo stomaco, il cuore che batteva all'impazzata, il viso infiammato di piacere e imbarazzo. L'uomo vestito di bianco si era ritirato indispettito, dopo aver preso atto che la corrente palpabile tra i due non prevedeva competizione.
Il commissario era alle prese con una nuova sensazione, e pensava che si era trovato di fronte a pi emozioni strane negli ultimi due giorni che nel resto della vita. Vedere Livia l, cos lontano da dove credeva che fosse, ancora pi bella di come la ricordava, lo aveva profondamente colpito. Non sapeva cosa dire. Come in trance, si era seduto al tavolino di lei come se si fossero lasciati un attimo prima. L'ultima volta che si erano fissati in volto il vento scuoteva il mare di via Caracciolo, agitando i capelli e rigando le guance di lei insieme a lacrime di dolore e frustrazione. Facendo forse violenza a s stesso, Ricciardi l'aveva salutata sicuro di non rivederla pi, convinto com'era che nel suo cuore, destinato alla solitudine, se c'era un posto era per Enrica.
Invece ora doveva ammettere che era felice di ritrovarla; ma anche vagamente preoccupato, per la sensazione di precariet e pericolo che sempre la donna gli aveva trasmesso.
- Come mai sei qui?
Livia non aveva smesso di scrutare quei meravigliosi occhi verdi che l'avevano tanto turbata mesi prima.
Cercava una scintilla di piacere, una cordialit che non trovava. Non ancora, almeno. Ma non aveva intenzione di darsi per vinta.
- Potrei dirti che sono venuta in vacanza: la vostra citt  famosa in tutto il mondo, no? Potrei anche dirti che sono venuta a riconciliarmi con un luogo che mi ricorda situazioni tristi, dolorose. E invece scelgo di essere sincera: sono venuta per te. Per rivederti.
Il pianoforte dalla sala grande suonava di un cuore ingrato, e il morto dall'altra parte della stanza si chiedeva quando sarebbe arrivata l'amante. Il cameriere, riconoscendo Ricciardi, aveva portato al tavolino la sfogliatella e il caff senza bisogno di ordinazioni. Ricciardi sapeva condurre interrogatori e arrestare malviventi, sapeva interpretare le ultime parole di cadaveri straziati; ma non aveva la minima idea di come rispondere a Livia. Si rese conto di avere la bocca semiaperta e la richiuse con un lieve schiocco. Disse, con un tono pi brusco di quanto avrebbe voluto:
- Avresti potuto chiederlo prima, magari scrivendo. Che cosa ti dice che anch'io abbia voglia di rivederti?
Livia rise, come se Ricciardi avesse voluto scherzare.
- Diciamo che non mi sono posta il problema. Che preferisco credere che magari la voglia ti sarebbe venuta. O che saresti stato cos gentile da accogliermi con un sorriso.
Per il commissario fu come ricevere uno schiaffo, anche se la voce gentile di Livia non lasciava intendere alcun malanimo da parte sua.
- Scusami. Naturalmente sono lieto di vederti. Mi chiedevo solo il perch di una scelta cos... particolare per le tue vacanze, tutto qui. Prendi qualcosa?
- Finalmente un po' di conversazione normale. Uno dei vostri meravigliosi caff, grazie.
Ricciardi si gir alla ricerca del cameriere per trasferire l'ordinazione. Vide lo sguardo d'invidia di almeno quattro uomini, fra i quali quello vestito di bianco. Vide la curiosit di tre signore, che cercavano di catalogare la coppia sconosciuta. Vide il cadavere dell'avvocato che guardava l'ingresso con l'unico occhio, chiedendosi in
cessantemente quando un certo cornuto avrebbe lasciato libera la sua donna.
E vide Sebastiano che sussurrava all'orecchio di Enrica, che invece guardava dalla sua parte con gli occhi pieni di lacrime.

Avrebbe preferito consumare il caff al banco, per abbreviare il tormento dell'insulsa compagnia di Sebastiano. Aveva deciso che se ne sarebbe tornata a casa, rimandando alla sera il colloquio col padre: non sentiva di avere la necessaria energia. L'uomo aveva per insistito per sedersi qualche minuto all'interno, chiedendo perfino al pianista di suonare la sua canzone preferita. Enrica l'aveva seguito docilmente, meditando su una strategia che le avrebbe permesso di andarsene quanto prima. E si era trovata di fronte a Ricciardi.
Sulle prime aveva creduto che la sua stessa mente fosse in grado di materializzare il pensiero, tanta fu la corrispondenza fra quello che pensava e quello che vedeva; ma la donna accanto all'uomo che amava non era lei.
Si lasci condurre al tavolo e si accomod sulla sedia che le veniva offerta, non smettendo di fissare la donna che aveva di fronte, mentre Ricciardi le dava le spalle. Il trucco di Livia le appariva pesante e vistoso, trovava che fosse vestita in modo eccentrico e avesse un che di sguaiato; in una parola, era troppo appariscente, di sicuro una poco di buono. Doveva per ammettere che i lineamenti erano regolari e che il corpo era di una certa bellezza; ma quei guanti e quelle calze a rete, quel cappellino con la veletta sollevata, quel rossetto scuro...
Si sarebbe alzata e l'avrebbe schiaffeggiata, specie per quel modo volgare di guardare Ricciardi, cos insistente, indiscreto. Ma cosa credeva, che cos lo avrebbe affascinato? Non sapeva che l'animo dell'uomo era sensibile e dolce, che era stato in grado di contemplare una ragazza ricamare sera dopo sera per pi di un anno, senza parlarle mai?
Aguzz le orecchie per cogliere cosa si stessero dicendo, ma erano troppo lontani; intu che l'accento di lei non era napoletano, forse settentrionale. Doveva aspettarselo: le settentrionali erano famose per essere spregiudicate e libertine.
Poi si accorse che anche lui le parlava, e quando si gir per chiamare il cameriere le venne da piangere.

A Ricciardi sembr all'improvviso di essere diventato il centro dell'universo: Livia lo guardava e sorrideva; Enrica lo guardava e piangeva; l'avvocato morto lo guardava e gli parlava; uomini e donne presenti nel caff lo guardavano e mormoravano; il cameriere, che si era prontamente accostato, lo guardava e gli chiedeva che cosa desiderasse. L'unico a non curarsi di lui era il giovane accompagnatore di Enrica, impegnato come sempre a sussurrare, e gli fu assurdamente grato. Non faceva per lui trovarsi in una situazione simile.
Avrebbe voluto alzarsi e fuggire all'estero, o in alternativa andare da Enrica per dirle che le cose non erano come sembravano; ma, ragion in un attimo, cosa poteva mai dire a una donna che magari stava vivendo felicemente quello che, ormai era chiaro, era l'inizio di un vero e proprio fidanzamento? E poi non voleva ferire l'animo di Livia, con la quale era stato fin troppo brusco. Nel frattempo si era distratto, e non aveva ascoltato quello che la donna gli aveva detto.
- Scusa, puoi ripetere?
- Ti ho chiesto se sei in vacanza anche tu o stai lavorando.
- No, no, sto lavorando. Io in vacanza... non ci vado spesso, ecco. Stiamo seguendo un caso, una donna, un omicidio. Anzi, a dirti il vero  piuttosto tardi, avrei da interrogare qualcuno, proprio oggi.
Livia non aveva alcuna intenzione di lasciarsi mollare cos.
- Ma non hai ancora toccato questa, come si chiama?, sfogliatella, e nemmeno il caff. Mangia, e poi ti lascer andare. Non prima di aver deciso dove ci rivedremo e quando, per. Te l'ho detto, sono qua per te, e stavolta non ti permetter di scappare lasciandomi sotto la pioggia.
- Anche perch, come vedi, qui non piove da mesi. Va bene, allora mangio; ma poi devo andare davvero.
Dietro la nuca sentiva lo sguardo di Enrica e il dolore dell'avvocato morto: non avrebbe saputo dire da quale dei due gli venisse pi disagio. Di una cosa per era certo: il pensiero che lei fosse con lui faceva s che la morsa dietro lo stomaco non gli desse tregua. Voleva scappare, e subito.
Trangugi la sfogliatella e bevve il caff d'un fiato. Livia intanto lo metteva al corrente di un intricato piano che prevedeva giornate al mare, visite a musei e monumenti...
- ... e naturalmente, intendo essere accompagnata da te a cena, o a teatro se preferisci. Altrimenti non ti dar tregua, lo sai: a costo di venirti a rapire in questura.
Proprio quando pronunci la parola magica, di fianco alla sedia di Ricciardi si materializz un angelo che veniva a tirarlo fuori dall'imbarazzo; un angelo grande e grosso, sudato e con la giacca della divisa invernale.
- Commissa', scusatemi, non vi vedevo tornare e ho pensato di venirvi incontro, tante volte era successo qualche cosa. Ma se non sbaglio  la signora Vezzi. Che bella sorpresa, signo'. E come mai da queste parti?
Ricciardi avrebbe abbracciato Maione per la tempestivit. Si alz in fretta.
- S, Maione, grazie per essermi venuto a chiamare. Dobbiamo andare subito. La signora  qua in vacanza, ci siamo incontrati per caso. Adesso per la dobbiamo salutare.
Livia si era a sua volta alzata, sorridendo al brigadiere. In piedi, elegante e flessuosa, parve ancora pi bella.
- S, brigadiere. Sono qui in villeggiatura, e ho in programma di trattenermi un bel po'. Sicuramente avremo altre occasioni di incontrarci.
Aveva parlato a voce alta, porgendo la mano a Maione, che si esib in un goffo baciamano. Repentina, come continuando lo stesso movimento dell'alzarsi, si volse verso Ricciardi e lo baci sulla guancia. - A presto, allora, - disse. E usc, seguita dagli occhi di tutti i presenti.
Lo aveva baciato. Quella donnaccia lo aveva baciato, e proprio davanti a lei. E quel che era peggio, lui si era lasciato baciare: eppure l'aveva vista, ne era sicura.
Era uscita di casa per difendere il suo sogno, pronta a litigare col padre per la prima volta nella sua vita, e ora quello stesso sogno le si era sgretolato davanti. Sebastiano, ignaro di quello che gli succedeva attorno, continuava fatuo a chiacchierare di corse di cavalli e di feste: Enrica non aveva ascoltato una sola parola.
Ricciardi, pallido come un morto, si era girato verso di lei. I suoi occhi esprimevano un dolore immenso, come se guardasse dal finestrino di un treno in partenza per non tornare mai pi. La mano si alz verso la guancia, sfiorandola. Scosse lievemente il capo, come se non credesse a quello che era successo, o come a volerlo semplicemente negare.
Enrica si alz: doveva assolutamente mantenere il proprio decoro. Il pianoforte suonava la stessa melodia da quando erano entrati, solo due minuti ma sembrava un'eternit. Si gir verso Sebastiano e disse, con voce ferma:
- Ho mal di testa. Ho bisogno d'aria. Accompagnami fuori, caro.
E, al braccio dell'uomo, usc a sua volta.

20.


Maione scortava Ricciardi nel tragitto verso la questura; era ancora presto per andare al "Roma" a interrogare Capece, e poi Garzo voleva vedere il commissario prima che conferissero col giornalista.
Camminando, il brigadiere una volta tanto non pensava al caldo e alla fame, che pure erano terribili: era stato contento di incontrare la vedova del tenore, che gi all'epoca aveva manifestato interesse per Ricciardi; ricordava di essersi preso, con qualche imbarazzo, la libert di consigliare al suo superiore di aprirsi un po' e di frequentare la donna, che gli pareva oltre che bella anche una brava persona. Ricordava pure che Ricciardi non gli sembrava del tutto insensibile al fascino di lei, anche se poi non se ne era fatto niente e lei era ripartita.
Aveva colto per emozioni strane nell'aria, al Gambrinus; come se il commissario fosse in difficolt, quasi colto in fallo. Si chiedeva come mai, con la vita ritirata che faceva. Magari lo aveva imbarazzato proprio la sua presenza, forse avrebbe preferito non essere visto in un'occasione cos personale. Perci aveva scelto di non commentare l'incontro con la signora.
All'arrivo in ufficio trovarono Ponte in ansiosa attesa sulla porta, per accompagnarli da Garzo. L'uomo ballonzolava in preda all'usuale tensione e, appena li vide, si avvicino.
- Commissario, brigadiere, buonasera. Il dottor Garzo vi aspetta, a tutti e due; dice di passare da lui prima di uscire un'altra volta.
Maione parl come se Ponte non ci fosse.
- Andiamoci subito, commissa'. Se no a questo lo piglio a paccheri.
Seguirono l'uomo fino all'ufficio di Garzo, che li aspettava alla scrivania.
- Allora, so che dovete andare al giornale, adesso.
La mancanza di convenevoli tradiva la preoccupazione del vicequestore.
- Sissignore, dottore. Stamattina siamo stati a palazzo Camparino, abbiamo parlato...
- ... col duca e col figlio, ho saputo. E ho saputo anche che, come purtroppo spesso accade, siete stati invadenti e maleducati. Ma  mai possibile, Ricciardi, che io debba dire sempre le stesse cose? E che ogni santa volta mi debbano arrivare telefonate di gente importante, che si lamenta della mancanza di rispetto che avete?
Garzo aveva concluso la sua tirata con un pugno sul ripiano della scrivania: era adirato, e voleva che si capisse. L'unico a sobbalzare per era stato Ponte, rimasto sull'arco della porta. Ci fu un attimo di silenzio, in cui Maione aveva guardato Ricciardi con le sopracciglia aggrondate e un'espressione che non prometteva niente di buono: sembrava pronto, a un gesto del commissario, a saltare alla gola del vicequestore. Ricciardi parl, e la sua voce sembrava un sibilo.
- Vi ripeto quello che vi ho gi detto, giacch a quanto pare non avete capito: siete libero di affidare questa maledetta indagine a chi volete. Ma se l'indagine  mia, allora non mettete il vostro naso nelle mie cose. Se non troveremo il colpevole, farete quello che vi sembrer opportuno. Ma nel frattempo, non sindacate nessuna mia decisione. Nessuna.
Era stato poco pi di un sussurro, ma l'effetto fu quello di una fucilata in chiesa. Ponte incass la testa nelle spalle, come se avesse udito un botto. Il vicequestore era impietrito, come se Ricciardi lo avesse schiaffeggiato. Quanto al commissario, la ciocca ribelle gli cadeva sulla fronte, gli occhi fissi sul volto del superiore.
Garzo riprese fiato.
- Non dico che... sicuramente sapete quello che fate. Tuttavia, credo sia mia prerogativa richiedervi, quando vi confrontate con... certe persone, un minimo di... insomma, maledizione: il vostro responsabile sono io, e le fesserie che fate ricadono su di me. Io posso, devo chiedervi di fare attenzione! Il duca, ve lo ripeto,  malato; ma il figlio sta benissimo, e frequenta... ha amicizie molto in alto. Molto. E la stampa... la stampa rimane potente, anche dopo le ultime direttive.
Non era il giorno in cui Ricciardi poteva aver pena di Garzo. Troppe cose erano successe.
- Non mi interessa niente del potere della stampa. Se anche la duchessa fosse stata ammazzata dal direttore del giornale, io ve lo porter con i ceppi. Star poi a voi decidere che cosa farne. Questo  il mio compito. Questo devo fare, e questo far. Ora posso andare?
Garzo aveva una chiazza rossa sul collo, proprio sopra la cravatta, come sempre quando due forze uguali e contrarie lo rendevano impotente: nella fattispecie, da un lato avrebbe sollevato Ricciardi dall'indagine e avviato un bel procedimento disciplinare a suo carico, dall'altro il questore lo pressava per arrivare a una pronta soluzione dell'omicidio Camparino, di cui tutta Napoli parlava. Prevalse la seconda istanza, la pi conveniente alla sua carriera. Si tolse per lo sfizio di un'ultima frecciata.
- Non ci si pu aspettare sensibilit sociale da uno che non ha una vita. Fate come credete: ma se non risolverete il caso, vi giuro che vi pentirete di quello che avete detto oggi, qui. Ve ne pentirete molto.
E agit la mano, come se stesse scacciando una mosca. Maione fece un passo in avanti: forse aveva finalmente trovato con chi sfogare la sua irritazione per la fame, il caldo e il fruttivendolo. Ricciardi gli appoggi la mano sul braccio, dopodich uscirono dalla stanza. Ponte richiuse piano la porta.

A Lucia piaceva stirare: le pareva di accarezzare i suoi cari, percorrendo le pieghe dei loro abiti e pensando nel contempo alle espressioni, ai movimenti dei figli e del marito. Adesso per faceva troppo caldo; il carbone rovente chiuso nel ferro emanava ondate cocenti che risalivano lungo il braccio, madido di sudore. Sospir, aspergendo acqua da una bacinella su una camicia di Raffaele. Controll la tenuta di un bottone all'altezza dell'addome: avrebbe dovuto rinforzare la cucitura. Ancora un po' troppa pancia, ma piano piano andr via.
Dopo tanti anni insieme, il marito gli piaceva sempre, forse anche di pi. Asciugandosi la fronte si chiese come fosse stato possibile, pur nel terribile dolore di quegli anni, dimenticare quanto lo amasse e come la sua stessa vita dipendesse dal suo uomo. Prov una fitta all'idea che avrebbe potuto perderlo, trascurandolo; chiss quante donne lo avrebbero voluto, bello e buono com'era.
Accarezz la camicia, eliminando con la mano un'ultima piega sotto il colletto. La moglie sono io, disse tra s. Guardate pure, ma non toccate. Se no, vi cavo gli occhi.

Qualcuno stava bussando, con insistenza. Si era addormentato sulla scrivania, la faccia sul braccio, la bottiglia di liquore semivuota davanti. Cerc di ricordare, riemergendo dalla nebbia del sonno; e ricord.
La memoria lo sommerse come un'onda, rinnovando il dolore incandescente che aveva rimosso ubriacandosi. Era solo, nel suo ufficio al giornale. Gli arrivavano i rumori della redazione, la composizione delle notizie, il quotidiano che stava nascendo. Ma non era come al solito: non gli dava nessun conforto. Nulla, gli avrebbe dato pi conforto. Perch Mario Capece aveva perso per sempre tutto quello che per lui contava, l'amore della sua vita. E il peggio era che lo aveva perso per sua stessa colpa.
La mano ignota continuava a picchiare vicino allo stipite, il rumore gli faceva scoppiare la testa. Url:
- Avanti, maledizione!
Tentarono la maniglia, e Capece ricord di aver chiuso a chiave. Si alz e and ad aprire, con un lancinante dolore alle tempie. Magari morire, pens. Una vena che scoppia, e basta pena. E magari  vero quello che dicono i preti e ti rivedo ancora, amore mio.
Alla porta c'era Arturo Dominici, il vicecaporedattore; aveva la preoccupazione scritta in faccia.
- Mario, stai bene? Nessuno ti trovava. Hai dormito qui, di nuovo?
Capece ebbe un gesto d'insofferenza.
- S, s. Non sono stato da nessuna parte. Che vuoi, che altro succede?
L'uomo parlava a bassa voce, lanciando sguardi furtivi sopra la spalla.
- Ci sono due... c' la polizia, la squadra mobile. Uno in divisa e uno in borghese. Cercano di te.
Mario fece un gesto stanco.
- Finalmente. Ci hanno messo tempo, quasi due giorni. Falli entrare.
- Vuoi che ci sia anch'io? Come testimone, sai...
Capece guard l'amico: apprezzava molto il gesto, sapendo che anche Dominici lo credeva colpevole dell'omicidio di Adriana.
- No, Arturo. Non  necessario. Casomai ti chiamo. Grazie.
Ricciardi e Maione entrarono proprio mentre Mario Capece spalancava la finestra. La stanza era calda come un forno e puzzava di chiuso e di liquore come una cantina. Si presentarono, e quando Capece indic loro due sedie, si accomodarono. Maione chiese le generalit al giornalista, che le declin con la voce appena impastata e le palpebre socchiuse per l'emicrania.
Capece non era alto, ma l'espressione franca ed estroversa gli conferiva un'aria imponente. La sua abilit professionale era molto considerata, e il fatto che non avesse condiscendenza nei confronti del potere, che criticava o elogiava con franchezza secondo il caso, gli aveva procurato l'apprezzamento di molti ma anche l'inimicizia dei fanatici. Il punto debole era stato la relazione con Adriana, arma della quale si erano serviti per ostacolare la carriera che altrimenti avrebbe percorso.
L'uomo che Ricciardi e Maione avevano davanti era per ben diverso da quello che Mario Capece era stato fino a poco prima. La barba di tre giorni, la cravatta slacciata, la camicia mezzo fuori dai pantaloni, una sola bretella abbottonata e il gilet aperto erano i segnali dello stato di prostrazione in cui il giornalista versava. Tuttavia si rivolse a loro beffardo:
- Allora, voi siete il commissario Ricciardi. Il falco solitario della questura, l'uomo che non vuole fare carriera. L'implacabile cacciatore di delitti. Vi ho seguito, sapete? Il vostro percorso  interessante. I vostri superiori hanno paura di voi e i vostri sottoposti pure. Dicono che portate male.
Maione fece per rispondere ma Ricciardi lo ferm con la mano.
- Informazioni interessanti. Sfortuna vuole che oggi non siamo qui per parlare di me, ma di voi, Capece. E in particolare della morte di una donna che, a quanto ci dicono, conoscevate bene. E' cos?
Capece scatt in piedi come una molla.
- La morte di una donna, dite. E che conoscevo bene. Badate, Ricciardi: non usate mai pi quel tono. Mai pi. Quella donna ha... aveva un nome, e il suo nome era Adriana Musso, duchessa di Camparino. E io non la conoscevo: io l'amavo. Non che conti sul fatto che voi, uno squallido poliziotto che vive solo, possa capire. Ma io l'amavo.
Maione non era intenzionato a sopportare quel tono, Ricciardi o non Ricciardi. Si alz e, dominando con la sua statura Capece, si chin verso di lui mettendo le mani aperte sulla scrivania.
- Sentite, Cape': voi provateci un'altra volta a parlare cos col commissario, e morta o non morta vi mollo uno schiaffone che vi faccio passare l'ubriacatura tutta in una volta. Voi rispettate a noi e noi rispettiamo a voi. Se no queste quattro chiacchiere ce le andiamo a fare in questura, e peggio per voi e per i figli vostri, che si trovano un bel padre carcerato. Mi avete capito bene?
Capece e Maione si fronteggiarono per un po'. Ricciardi osservava il giornalista, chiedendosi se la reazione fosse frutto del carattere o della disperazione. Decise per il primo, ma con riserva.
Alla fine l'uomo si sedette, e dopo di lui il brigadiere. Inaspettatamente sorrise.
- Ma allora ce l'avete, il sangue nelle vene! E il coraggio non lo trovate solo a quattro o a cinque. Va bene, rispettiamoci. E vi rispondo che s, la conoscevo. E che non l'ho ammazzata io. Anche se, e non me lo perdoner mai,  morta per colpa mia.
Ricciardi cerc di approfondire.
- Come sarebbe, per colpa vostra?
- Avrete gi saputo che la sera di sabato abbiamo litigato, al Salone Margherita. Non ho dubbi che ve l'abbiano detto: quell'incapace di Garzo, il vicequestore vostro capo, era l; mi ricordo la sua faccia e l'espressione da allocco. Una scaramuccia da innamorati. Ma io, da quel maledetto idiota che sono, me ne sono andato e ho lasciato che tornasse da sola a casa o che si facesse accompagnare da chiss chi. Lei era fatta cos, sapete: era istintiva. E l'hanno ammazzata.
Aveva cominciato a piangere. Le lacrime scendevano in un flusso costante e silenzioso, come un'emorragia di dolore ininterrotta. Maione, al quale quell'accenno all'incapacit di Garzo era assai piaciuto, gli porse il fazzoletto.
Ricciardi riprese:
- E voi, dove siete andato?
- A bere, sono andato. Prima al circolo dell'Unione, poi in una cantina e poi in un'altra, infine alla stazione, dove c'era l'ultimo locale aperto. Ero solo, immagino lo vogliate sapere. Nessuno pu confermare. E nemmeno m'interessa, che ci crediate o no.

21.

Da sola in cucina, aspetti. Lo sai che potrebbe non tornare pi. Lo hai messo in conto.
Lo sai da quando hai visto che la schiaffeggiava, che se ne andava per conto suo. Sai dov' andato, e a fare che cosa. E sai che, secondo logica, sar il primo a cui penseranno.
La pentola borbotta. Fa caldo. Sulla fronte, sul labbro si formano perline di sudore che tu asciughi col fazzoletto, prima che scendano a rovinare i capelli o il trucco.
Ti sei vestita come al solito, vuoi che ti trovi in ordine, casomai dovesse tornare. Casomai lo lascino andare. E se non dovessero, allora l'ha voluto, se l' cercata. Era naturale che finisse cos, tu l'hai sempre saputo.
E per questo che adesso sei seduta e aspetti. Non che sia la prima volta; molte altre notti hai finto di dormire, le orecchie inutilmente tese a sentire girare una chiave nella serratura. Molte volte hai pregato per ore, sperando in un ritorno che non c' stato. Ma stavolta  diverso.
Perch, che torni o non torni, oggi  un giorno nuovo.

Ricciardi ruppe il silenzio che era seguito all'ultima affermazione.
- Perch avevate litigato?
- Ve l'ho detto. Una scaramuccia tra innamorati. Gelosia. Sapete che cos' la gelosia, commissario? No, immagino. Voi siete famoso per la vostra solitudine, no? Niente moglie, niente fidanzata. Nemmeno amici, credo. S, s, me l'avete gi detto: non stiamo parlando di voi. La gelosia, vi dicevo. Il mostro dagli occhi verdi che divora chi lo genera, diceva il poeta inglese. Quello che tra poco non ci faranno leggere pi. E vero, commissario: la gelosia  un mostro. Ma non  vero che la genera chi ne soffre, questo no. Adriana era bella, bellissima. Le fotografie che potete aver visto non le fanno onore, e nemmeno i poveri resti che avrete raccolto. Non voglio sapere che ne hanno fatto, non mi dite com'era. So di un colpo di pistola, questo so. E nient'altro voglio sapere.
Il commissario non aveva intenzione di lasciar cadere l'argomento fra le elucubrazioni letterarie del giornalista.
- E qual era stato il motivo di questa... come l'avete chiamata... scaramuccia?
Capece esit.
- C'era questo tizio, uno giovane, che accompagnava a teatro una vecchia carampana. Un gigol, un mantenuto. O forse il nipote, non lo so e non mi interessa. Guardava Adriana quando io facevo finta di vedere lo spettacolo. Ma non mi distraevo un attimo; guardavo lui, e guardavo lei. Quando lei se n' accorta, ha incominciato a ricambiare gli sguardi. Una volta, due. Tre. E a sorridere, non avete idea di quant'era bella quando sorrideva, commissario. Lo sapeva, di essere bella; e si divertiva a giocare come un gatto col topo, servendosi della bellezza come di un artiglio.
Aveva cambiato tono, rivivendo la situazione della sera a teatro. Un muscolo sulla mascella guizzava incontrollato, la mano destra si apriva e chiudeva a pugno. Un uomo cos, consider Maione,  capace di tutto. Ricciardi disse:
- E voi?
- E io. Io ho retto per quanto ho potuto. E poi sono esploso, non ce l'ho fatta pi. La gelosia  una brutta bestia, commissario. Prende dietro allo stomaco, come una morsa. E' una sensazione fisica, e non d tregua.
A Maione parve che Ricciardi fosse impallidito; si sfior la giacca, all'altezza del torace. Forse aveva digerito male. Capece continu:
- Ma non avrei mai potuto farle del male. E' assurdo dirlo, lo so: l'avrei strozzata con le mie mani, eppure non avrei mai potuto farle del male. Non vedo come possiate credermi, ma  cos.
Il commissario voleva altro. Voleva sapere dell'anello; udiva la voce della duchessa morta come fosse stata seduta nella sua testa: L'anello, l'anello, hai tolto l'anello, l'anello mi manca. Perci chiese:
- E allora che  successo?
- Abbiamo cominciato a discutere. Io le domandavo ragione del suo comportamento, lei rideva. Mi scherniva davanti a quel giovinastro, davanti a tutti. Pi rideva, pi io vedevo rosso. E allora l'ho colpita, in faccia. Le ho dato uno schiaffo, cos, - e mim il colpo che aveva sferrato alla donna. - Lei ha smesso di ridere, mi ha guardato con odio. E io le ho tolto l'anello e me ne sono andato.
- Quale anello?
Capece mise le mani in tasca, confusamente. Poi tolse dal taschino del gilet un anello d'oro con un piccolo diamante e lo mise sul tavolo.
- E' una cosa di scarso valore venale. Ma era un pegno d'amore, una povera cosa che le ho regalato quando... quando ci siamo conosciuti, in una certa occasione. Le ho detto che non ne era degna, e gliel'ho strappato. Credo di averle fatto anche male.
Ricciardi non aveva smesso di fissare Capece. Pi che le parole, cercava di capirne le emozioni, alternate fra l'amore e l'odio.
- Cosa sapete di come  stata uccisa? Avete parlato di un colpo in testa, e questa  cosa nota. Saprete senz'altro, dal mestiere che fate, gli altri particolari. Chi credete sia stato?
Capece tacque, guardando nel vuoto. Poi riprese a parlare, quasi mormorando.
- Quando ho cominciato io, questo mestiere era diverso. Molto diverso, pi di quanto siate disposti a credere. Si poteva raccontare, si poteva commentare. Il giornalista portava avanti la sua indagine e gli era concesso parlarne, qualche volta collaboravamo con voi. Poi  stato deciso che il mondo era pulito, che non c'erano pi delitti. E' stato deciso a tavolino, ignorando completamente la realt. Arriv una circolare telegrafica, all'inizio del '26, nessuno ci fece caso. Mi ricordo che ridemmo, in redazio
ne, ridemmo fino alle lacrime davanti a quella velina che disponeva la " smobilitazione della cronaca nera". Come se fosse possibile sedersi al telegrafo e, picchiettando con la punta dell'indice, eliminare il buio dall'anima umana. Poi, tre anni fa, ci convoca il prefetto. Tutti, direttori, caporedattori: e ci dice che da quel giorno la velina del '26 deve essere applicata con il massimo rigore. Mi ricordo le parole esatte: con particolare riferimento alle notizie di suicidi, tragedie passionali, violenze eccetera, che possano esercitare una pericolosa suggestione sugli spiriti deboli o indeboliti. Ma vi rendete conto? Tutto quello che ci succede attorno, quello che voi vedete dalla mattina alla sera, per i giornali non doveva pi esistere.
Ricciardi non capiva come c'entrasse tutto quello con l'omicidio di Adriana.
- E allora?
Capece lo squadr come fosse un allievo stupido.
- E allora? E allora questo non fu pi il mio lavoro. Se devo scrivere solo della festa della baronessa Tale o della visita dei principi, se devo raccontare il varo della nave o la trasvolata dell'idrovolante, questo non  pi il mio mestiere. Ma non so fare altro, e allora ho continuato, senza voglia. Poi ho incontrato Adriana e ho rivisto i colori della vita. Questo per dirvi che non possiamo pi approfondire e indagare, vedere come Tizio ha ammazzato Caio. E stavolta, credetemi, ringrazio Dio. Gi porter il peso di non averla accompagnata a casa, e di averle dato uno schiaffo -. Si guard la mano aperta, come se la vedesse per la prima volta. - Ci pensate? L'ultima volta che questa mano l'ha toccata,  stato per darle uno schiaffo.
E cominci a singhiozzare. Maione e Ricciardi specchiavano nel pianto dell'uomo le emozioni che loro stessi provavano cos dolorosamente in quegli stessi momenti.
Quando Capece si fu ripreso, con tono gentile Ricciardi chiese:
- Scusatemi, Capece. Ma voi stesso capite che ve lo devo chiedere. Possedete una rivoltella?
Capece sollev il capo e replic a Ricciardi con aria di sfida.
- Prima mi dovete arrestare, Ricciardi. Se sono sospettato, prima mi dovete arrestare. Non vi rispondo, e non risponder ad altre domande. State attenti, conosco i vostri metodi. Ho ancora delle armi, sapete: ma non quelle che credete voi. Io vi posso ancora smontare a pezzi, con un solo articolo. E ora, fuori di qui. Voglio bere, e voglio dormire.

Ricciardi e Maione camminavano lentamente. L'interrogatorio di Capece li aveva profondamente toccati. Il brigadiere ruppe il silenzio.
- Commissa', non lo so. Quest'uomo mi fa pena, ma vi devo dire che a me mi pare il tipo che pu uscire pazzo dal dolore. Ne ho visti cos, padri di famiglia, persone perbene ma sensibili, troppo sensibili. Nel bene e nel male.
- E' vero. E' un brav'uomo, sicuramente. Ma  anche una persona che, per umiliazione o perch convinto di stare perdendo qualcosa, pu fare un gesto assurdo. E alla fine ci ha sfidato, ma solo per disperazione.
Maione si pass un dito nel colletto, cercando di prendere un po' di fresco.
- Certo, non  che ci fanno lavorare bene, eh, commissa'. Quell'idiota di Garzo che ci minaccia, Capece qua che ci minaccia, il signorino delle piante sul terrazzo che ci minaccia. E noi che non possiamo minacciare proprio a nessuno, se no ci fanno passare pure un guaio.
Ricciardi annu.
- Ma noi cerchiamo di lavorare lo stesso. Fammi il piacere, fatti un giro delle bettole, vai a vedere se qualcuno si ricorda di avere notato Capece che si ubriacava. Magari si  addormentato da qualche parte, lo hanno visto e ci togliamo il pensiero. Se no, ci facciamo dare un permesso e controlliamo al giornale o a casa sua se per caso tiene una Beretta 7,65.
- 'gnors, commissa'. Solo che nelle bettole si beve, ma si mangia pure, e io ultimamente, se vado dove si mangia, divento nervoso. E comunque pure il signorino delle piante a me mi pare un bel tipo di pazzo. Forse pure lui tiene conservata una bella Beretta. 0 no?
- Tu, con 'sto fatto del mangiare, prima o poi ammazzi a qualcuno. E finisce che proprio io ti devo sbattere in galera.
Maione fece un'amara risata.
- E quello in galera si mangia di pi che a casa mia, di questi tempi, commissa'. Pure se mi fate finire a pane e acqua!
- Riguardo al signorino hai ragione, e non credere che quando Garzo abbaia io mi metto paura. Si deve approfondire. Per prima cosa voglio capire se quella sera l stava a casa o magari  tornato un attimo dopo la matrigna. C'era la festa, abbiamo detto, e quindi se c' stata una discussione pu essere che nessuno l'ha sentita. Vabbe', domani vediamo. Adesso andiamocene a casa, ch  tardi e fa ancora caldo. Io non ho nemmeno fame.
Maione allarg le braccia.
- E beato a voi, commissa'. A me il caldo mi fa venire ancora pi fame. Buonanotte, allora, e a domani.

22.


Seduta in poltrona a sferruzzare, Rosa guardava Ricciardi mangiare. O meglio: lo guardava cincischiare col cibo, giocherellando con la forchetta nel piatto.
Il fatto era insolito; anche nei momenti peggiori, non aveva mai perso l'appetito famelico che era la sua caratteristica. Non che gustasse il cibo: ingurgitava veloce, un boccone dopo l'altro, la fronte attraversata da una profonda ruga di concentrazione, come se stesse portando a termine un duro lavoro. Ma alla fine nel piatto non c'era pi niente.
Stavolta no. La rarit della situazione sgomentava la tata, che non aveva nemmeno reagito con la solita sequela di lamentele sul fatto che, a forza di mangiare per strada, si sarebbe rovinato irrimediabilmente lo stomaco. Era pallido, distratto, ancora pi silenzioso. Gli aveva chiesto se c'erano stati problemi sul lavoro, e lui aveva assentito; null'altro.
Rosa era convinta che c'entrasse la conversazione da salotto della signorina Colombo col suo spasimante. E non si spiegava perch un uomo come Ricciardi non si smuovesse, prendendo l'iniziativa e cercando un contatto diretto con la ragazza. Non gli mancava niente: giovent, soldi, educazione. Lo trovava anche bellissimo.
Continuando a lavorare a maglia e a lanciargli occhiate da sopra le lenti, sospir; la felicit  un uccello raro, che si posa poche volte e dove vuole. Ricordava la madre di Ricciardi, alla quale era molto affezionata e che aveva assistito fino alla morte. Anche lei, come il figlio, era silenziosa, con una vaga, incomprensibile sofferenza a fare
da sottofondo al suo carattere dolce. Anche lei, come il figlio, aveva lunghi momenti di assenza, e nessuno poteva capire dove andasse il suo pensiero; anche lei, come il figlio, aveva tutto quello che serve per essere felice, eppure non lo era.

Ricciardi si alz da tavola; Rosa era preoccupata per lui, ma non riusciva a fingere che tutto andasse bene. Non quella sera. Temeva il momento in cui si sarebbe affacciato alla finestra; era attratto e respinto dal rettangolo illuminato dall'altra parte del vicolo, dove si era sempre svolta la vita sana e consueta che tanta pace gli dava. E cosa c' di pi sano e consueto, consider con amara ironia, di un incontro tra una donna e un uomo, di un fidanzamento e di un matrimonio, di una nuova famiglia che si forma?
Sono io che non sono normale, si disse; non me lo devo dimenticare. Sono io che vengo perseguitato dai morti, che mi raccontano incessantemente il loro dolore che mi infetta l'anima e l'esistenza. Sono io quello che non pu sognare una donna e una famiglia, meno che meno dei figli.
E allora, si chiese per l'ennesima volta, perch stai cos male? Per quale motivo questa morsa dietro lo stomaco non si allenta, perch sei disperato? Sei incoerente, ecco cosa. E sei maledetto, come ti disse tua madre venticinque anni fa.
Chiuse la porta della sua stanza e si avvicin alla finestra con gli occhi serrati. Trasse un profondo respiro e li riapr, solo per vedere le imposte della cucina di casa Colombo accostate. Pi in l, sulla sinistra, il fastidioso bagliore del salotto illuminato.

Enrica era tornata al negozio del padre indossando una maschera di fredda indifferenza. Nel suo cuore l'ira andava prendendo il posto del dolore; si sentiva tradita, come se avesse colto sul fatto Ricciardi. E anche pi che mai stupida: per quale motivo un uomo cos, bello, socialmente elevato, giovane e attraente non avrebbe dovuto frequentare una donna? Chiss, magari era la sua fidanzata, e siccome era di fuori, come aveva capito dall'inflessione, si vedevano raramente. Doveva a malincuore ammettere che lei, l'altra, era affascinante, per chi apprezza il genere'. Troppo appariscente, per i suoi gusti; ma affascinante. Perfino l'insulso Sebastiano, quando erano usciti dal caff, non aveva potuto fare a meno di rivolgerle uno sguardo ammirato.
Era pur vero che ogni sera lui si metteva alla finestra a contemplarla mentre ricamava; ma questo, in fondo, che significava? Uno stupido passatempo di un uomo con la fidanzata lontana. Lo aveva anche baciato, salutandolo. Ebbe una stretta violenta allo stomaco. Che strano, riflett: la gelosia  una sensazione fisica. Ben diversa dall'elegiaco sentimento di sofferenza di cui parlano poeti e romanzieri; un vero e proprio dolore. Come una gastrite.
Non aveva detto nulla al padre, il cui sollievo era stato visibile; aveva invece accettato la richiesta di Sebastiano di venirla a salutare a casa, dopo cena. Perch no? Si sarebbe distratta, e tutto era meglio che mettersi a ricamare vicino alla finestra, guardando il buio della parete di fronte. C'era l'altra, in citt, e lui sarebbe certamente uscito.
Mentre camminava verso casa pens ai giorni che aveva davanti, senza l'attesa della sera. E alle sere senza sogni. Sent le guance bagnate, ed erano lacrime.

Ricciardi and nel tinello ma non gir l'interruttore sulla parete. Si avvicin nel buio alla radio e manovr a caso una manopola. Per la stanza si diffuse la musica di un'orchestra. Il riverbero giallo del quadrante mostrava i contorni del divano e delle due poltrone; si sedette su quella dalla quale si vedeva un angolo della finestra di fronte, illuminata. Cerc di figurarsi, come faceva sempre ascoltando la radio, la sala dalla quale veniva la musica: quelli che suonavano gli strumenti e le facce dei ballerini, l'uno perso negli occhi dell'altra, le loro evoluzioni su un lucido pavimento in marmo. Nell'immagine non c'erano morti, le figure traslucide e sofferenti non ripetevano ottuse mezze frasi senza senso; c'era solo vita, nella sua mente. Come c'era solo vita nel salotto della famiglia Colombo, in cui vedeva ogni tanto passare il
padre o la madre, allegri o impegnati in una animata discussione. Non vedeva Enrica, se la figurava seduta da qualche parte, anche lei persa negli occhi del giovane con cui si era scontrato quella mattina.
Alla radio adesso c'era un uomo che cantava. Una canzone di un paio d'anni prima, ne ricordava il motivo, un tango; ma alle parole non aveva mai fatto caso. L'uomo disse, un po' in falsetto:

No, non  la gelosia
ma  la passione mia!
Quando ti guardano gli altri io fremo perch, la tua bellezza la voglio soltanto per me! No, non  la gelosia
so che tu sei sempre mia!
Ci che mi strugge non so neppur'io che cos'! Ma non temere: non sono geloso di te!

Era troppo. Si alz di scatto dalla poltrona, spense la radio e and a prendere la giacca. Aveva bisogno d'aria.

Due ore dopo stava ancora camminando. La strada era deserta, se non per qualche ombra frettolosa che si infilava furtiva in portoni semichiusi. La citt non smetteva i suoi traffici, notte o giorno, freddo o caldo che fosse.
Ogni tanto si presentava qualche cadavere, fiocamente illuminato dalla passione della propria morte; una comitiva che non veniva mai meno. Ricciardi si disse che sulla loro compagnia poteva sempre contare. Che ironia: l'uomo pi solitario che c' non pu mai restare completamente solo.
Una donna stava in piedi sulla porta di un basso, con una schiuma giallastra che le veniva fuori dalla bocca scorrendole sul vestito nero. Chiss che cosa aveva ingerito. Quando Ricciardi le pass vicino, la ud dire: Dicevi che ero la pi bella. E allora, perch sei con lei?
Gi, si chiese lui. Perch? E chi ti risponde ora, nel buio della notte? Sarai stata dimenticata, o forse eri gi stata dimenticata prima ancora che decidessi di morire.

Non era meglio vivere, invece, e dimenticarlo tu, questo bugiardo?
I suicidi per amore erano la maggior parte. La miseria, il disonore, certo; ma soprattutto quella maledetta illusione, come aveva detto il duca di Camparino, che ti fa credere di non poter sopravvivere senza di lei nemmeno per un giorno. E allora la fai finita, fra atroci tormenti: un salto nel vuoto, una corda, il gas o il veleno, come la donna che aveva appena incrociato.
Gli venne in mente un uomo che dondolava da un gancio da macellaio che si era infilato sotto il mento, scalciando poi la sedia sulla quale era montato. Ricordava gli escrementi che aveva rilasciato dallo sfintere ormai senza controllo, il sangue che era colato fuori goccia dopo goccia. Ci aveva messo ore, a morire: senza un urlo, un richiamo, un ripensamento. Lo aveva fissato a lungo quando era stato chiamato per il sopralluogo: udiva le sue ultime parole, rivolte a una certa Carmela: Che bella vesta bianca
ca te si' fatta, Carme'.
La sorella, in lacrime, gli aveva raccontato che la fidanzata aveva sposato un altro. Il giorno stesso lui era andato davanti alla chiesa, aveva portato un regalo. Poi aveva fatto quello che aveva fatto.
Ricciardi non aveva capito, e ancora non capiva. Ma adesso, nella notte calda popolata dal mormorio dei morti e dal rumore delle sue scarpe sul selciato, la morsa che gli attanagliava lo stomaco qualcosa glielo suggeriva. Non si finisce mai d'imparare, pens.
Gir l'angolo e si trov in una piazzetta. Da un palazzo col portone chiuso veniva una musica sommessa, forse una radio o un'orchestrina. Si ferm nell'ombra, proprio mentre il portone lasciava uscire insieme a una lama di luce una figura vestita di scuro.
Il movimento della persona che era uscita era sembrato familiare a Ricciardi. Sent una risata nervosa. La musica si era fatta un po' pi forte, come se la porta dietro la quale stavano suonando fosse rimasta aperta. Vide un braccio allungarsi dal portone, come a trattenere chi stava uscendo.
- Non te ne andare. Non ancora.
Poco pi di un sussurro. Aveva distinto le parole solo perch non c'era nessun altro rumore.
La figura che era uscita si gir e il viso fu illuminato dal riverbero che veniva dall'interno. Ricciardi ebbe la certezza che la sua impressione di aver gi visto quella persona era giusta. Non aveva invece mai visto chi si affacci dal portone e che, preso fra le mani il viso illuminato, pos sulla bocca un lungo bacio, ricambiato con tenerezza.
Non fu la scena a impressionare Ricciardi, n l'aver capito chi fosse la persona oggetto di tanta passione ricambiata. Non l'ora, n la musica o le risate che raccontavano di una festa che sarebbe andata ancora per le lunghe.
A lasciarlo a bocca aperta, all'angolo della strada, era stato il vestito di chi aveva dato il bacio.

23.

Don Pierino Fava, il viceparroco della chiesa di San Ferdinando a Chiaia, usc dal confessionale. Aveva quasi mezz'ora prima della messa.
La mattina presto si dedicava alle confessioni: sapeva quando iniziava ma non poteva prevedere quando avrebbe finito. A volte attendeva nel buio e nel silenzio per decine di minuti, pregando che qualcuno aprisse la grata e recitasse la formula: padre, assolvetemi perch ho peccato. Altre, invece, al suo arrivo alle sei trovava gi alcuni fedeli seduti vicino alla cabina di legno scuro coperta da una pesante tenda. Aspettavano di pulirsi la coscienza.
Passandosi le mani sulla tonaca abbottonata dal collo ai piedi per togliere le pieghe, don Pierino ricord l'inizio del suo sacerdozio a Santa Maria Capua Vetere, il paese del casertano dove era nato. Di carattere aperto, innamorato di Dio e del creato, aveva preso il suo compito sul serio e allegramente, come faceva tutto nella vita. Il quartiere ne aveva fatto un beniamino: piccolo, olivastro e astuto, era diventato "'o Munaciello", con riferimento al dispettoso fantasma della leggenda. In realt era costantemente presente al fianco di chi aveva bisogno di aiuto, e non erano in pochi in quella situazione: San Ferdinando, infatti, proponeva strade nobili ed elitarie confinanti con una vera e propria suburra, dove le forze dell'ordine non potevano neanche entrare.
Il contatto costante di quelle realt sociali cos contrastanti portava a situazioni difficili, a prevaricazioni e violenze. Covava un'atmosfera di disagio, come se una ribellione potesse scoppiare da un giorno all'altro. I poveri, i disadattati col problema del cibo e delle terribili malattie che infestavano i vicoli accettavano sempre meno di dover stare al proprio posto, a osservare da vicino l'opulenza e gli sprechi dei ricchi. E si moltiplicavano furti, rapine, scippi.
Per quanto poteva, don Pierino scoraggiava la violenza, che oltre a essere immorale privava le famiglie dei padri, arrestati o uccisi; in quei casi si faceva carico di confortare soprattutto i bambini, portando da mangiare e da vestire. Per gli acquisti utilizzava parte delle offerte dei fedeli, approfittando della poca attenzione del vecchio parroco, oltre a quello che ricavava facendo doposcuola ai figli dei nobili e dei commercianti di via Toledo e andando a dire messa a domicilio dove c'erano ammalati costretti in casa.
L'unica passione per cos dire profana che don Pierino si concedeva era la musica lirica. Con l'aiuto di un parrocchiano, custode di un ingresso sul retro, riusciva a introdursi nel San Carlo per le prove o addirittura per la rappresentazione. Erano momenti deliziosi, in cui si sentiva pi che mai vicino a Dio e ai capolavori della sua creazione. Aveva conosciuto il commissario Ricciardi in occasione dell'indagine per l'ormai famoso omicidio Vezzi, l'assassinio del pi grande tenore del mondo, avvenuto purtroppo anche alla sua presenza.
Quegli eventi tragici gli tornarono alla memoria proprio quella mattina, quando in fondo alla chiesa buia gli parve di vedere la sagoma del commissario. Pens che la mente gli avesse fatto uno scherzo, perch da allora non avevano avuto occasione di incontrarsi. Con una punta di dolore aveva capito che Ricciardi non era religioso; e questo gli pareva strano, perch aveva idea che fosse, invece, un uomo dotato di una profonda spiritualit. Era come se il poliziotto vivesse dietro una barriera di dolore, di cui era testimone costante, e che questo gli impedisse anche di interagire col prossimo se non per quanto era strettamente necessario.
L'ombra si era staccata dal fondo della navata e gli stava venendo incontro. Nell'aria si sentiva il continuo mormorio delle vecchie, che recitavano le orazioni sotto l'altare maggiore. Quando si avvicin a sufficienza, don Pierino si rese conto che si trattava proprio di Ricciardi.
- Commissario, che bella sorpresa! Sono felice di vedervi qui; sapeste quante volte ho pensato a voi, in questi mesi!
Si sollev sulle punte delle scarpe e strinse le mani del commissario con le sue. Sembrava un bambino al quale avessero appena fatto un regalo.
- Anche io sono contento, padre, credetemi, - rispose lui.
Ed era vero. Il prete gli era stato molto utile nell'indagine Vezzi, e in quell'occasione aveva stabilito con lui un rapporto di confidenza, se non di amicizia: erano troppo lontani, per valori ed esperienze, per condividere pi di tanto.
- Scusatemi se fino a oggi non vi sono venuto a trovare, - gli disse quando furono arrivati in sacrestia. - La quotidianit  nemica dei buoni propositi, come saprete bene. Come state? Sempre appassionato di teatro?
- Sono un uomo dalle passioni fedeli. Piuttosto, sbaglio o qualcuno mi aveva promesso che ci saremmo andati insieme, all'opera? Tra non molto comincer la nuova stagione.
Ricciardi ammise:
- Avete ragione, padre. Non mancher alla promessa, vedrete: un impegno  un impegno. Piuttosto, potete dedicarmi qualche minuto? Devo chiedervi alcune informazioni.
Il prete tir fuori dalla tonaca un grande orologio da tasca e scrut il quadrante.
- S, commissario. Abbiamo quasi mezz'ora, poi dovr prepararmi per la messa. Voi siete sempre molto mattiniero, questa  una bella virt. Dite pure.
Ricciardi, che non aveva dormito affatto, era cereo. Don Pierino se n'era accorto, ma qualcosa nell'espressione del commissario gli suggeriva di non approfondire.
- Ho interrotto qualcosa? Non vorrei darvi troppo impiccio.
Il prete assunse un'aria triste.
- Non c' di peggio per un sacerdote, sapete, commissario, delle confessioni. E' un lavoro di pulizia, si deve prendere sulle spalle il peso degli altri e portarlo via.
Ricciardi si disse che non era molto diverso da quello che toccava a lui, quando si trovava di fronte a un morto. Solo che lui non poteva pulire proprio niente. Don Pierino continu:
- All'inizio non mi dispiaceva: proprio su questo ragionavo, quando vi ho visto. Mi sembrava di condividere di pi, di poter aiutare la mia gente dando un poco di conforto. Ma non  cos. Il peccato non d conforto. E una ferita, e lascia una cicatrice e una debolezza: sar commesso ancora e ancora.
- E allora, padre, a che serve pulire?
- A niente, forse. E forse a tutto. E importante che vengano coi loro piedi, a portare a Dio la loro imperfezione. E non  mai come ci si aspetterebbe: ci sono vecchiette dall'aspetto innocuo che fanno cose terribili, e guappi famosi che invece confessano peccatucci da bambini. Le cicatrici nascoste sono cos. Ognuno ha le sue.
Come spesso gli era accaduto negli incontri col prete, Ricciardi era in qualche modo affascinato. La fede che l'uomo aveva era pratica, sociale, attiva. Non le vuote parole dei gesuiti presso cui aveva studiato da ragazzo, con la loro dottrina fuori dal mondo. Tuttavia il tempo correva, e la lunga notte precedente aveva lasciato il segno.
- Padre, vengo al dunque. Voi dite messa, mi dicono, nella casa dei duchi di Camparino.
Il volto mobile e bruno di don Pierino si contrasse in un'espressione addolorata.
- S, la povera duchessa. Una cosa terribile. Ve ne state occupando voi, allora. Credevo di no.
Ricciardi fu sorpreso.
- E perch?
Il viceparroco allarg le braccia.
- E una famiglia influente. E voi non avete fama di essere molto diplomatico...
- Non credevo di essere cos famoso; ieri un giornalista, oggi voi. No, non sono diplomatico, padre. Mi interessa scoprire la verit: e voi, con la vostra opera, lo sapete bene che la verit non  diplomatica.
- Gli ambienti che frequento io, commissario, sono quelli che hanno bisogno di conforto. E spesso sono ambienti in cui la polizia si conosce e si teme. Di voi non si dice male. Si dice che siete silenzioso e anche misterioso; qualche superstizioso dice pure che portate male, che siete amico del diavolo. Ma la povera gente dice invece che con voi non ci rimette mai un innocente. Ditemi, se posso; che volete sapere?
- Tutto quello che potete dirmi, padre. I rapporti fra i tre duchi, per esempio. La servit. O gli amici della duchessa.
Don Pierino fece un'espressione triste.
- Commissario, perch mi insultate? Vi pare che la mia funzione sia quella di raccogliere pettegolezzi? Io vado a portare conforto a un uomo molto ammalato, che non ha nemmeno la forza di stare in ginocchio. Non mi metto certo a guardare chi ricevono in casa, o a sentire che si dicono tra loro.
- No, no, padre. Lo so che persona siete. Ma in quella casa  successo qualcosa di terribile, e pu succedere ancora. L'assassinio, per usare le vostre parole di prima,  una cicatrice che spesso si riapre, e io lo devo impedire. Non vi chiedo pettegolezzi, non interessano neppure a me. Solo le vostre impressioni.
Il prete ne fu rassicurato.
- Non vi so dire molto, io arrivo e dico messa, poi me ne vado. La governante, la signora Concetta,  cos silenziosa e discreta che a volte mi spaventa, per come compare all'improvviso. Sciarra, il custode, lo avete visto:  un ometto buffo che passa il tempo ad annaffiare le ortensie e a dare la caccia ai figli, non ho mai visto bambini mangiare tanto. La moglie non si vede e non si sente. No, direi che la vostra cicatrice non sta sull'anima della servit del palazzo.
- E il duca?
- Il duca ha fatto un errore. E' rimasto solo, aveva un figlio difficile, con cui ha sempre avuto poco a che fare.
Ha creduto di poter tornare giovane mettendosi vicino una donna giovane, ma poi si  ammalato. Piano piano ha perso interesse per le cose del mondo, per le forme, le convenzioni. E' un uomo buono. Non ha paura della morte, che per lui  soltanto la fine del dolore e la possibilit di riunirsi alla prima moglie, che ha molto amato.
Il commissario per ricordava le parole di disprezzo del vecchio nei confronti della seconda moglie.
- Ma aveva del risentimento, nei confronti della duchessa. Era evidente quando l'abbiamo interrogato.
- E' umano, credo. Il duca sta morendo,  confinato in un letto. La duchessa era... una donna libera, che si lasciava prendere dalla vita e la seguiva come una foglia segue un torrente. Non era perfida, solo vivace, come certi bambini dietro a una palla di stracci. Non l'ho vista spesso, non credo fosse molto religiosa. Il marito non le perdonava di non curarsi della casa e della famiglia, forse. Non saprei, non me ne ha mai parlato.
Ricciardi rifletteva.
- E il figlio? Che rapporti aveva con la matrigna? Su quest'argomento sono tutti evasivi tranne lui stesso, che ha detto chiaro e tondo che l'odiava.
Don Pierino si strinse nelle spalle.
- Ettore non  un tipo comune. E uomo di grande cultura, molto religioso. Ma  anche un giovane dai principi assai rigidi. Non ha mai perdonato al padre il secondo matrimonio, ha rotto ogni rapporto con lui, credo non si parlino da anni. La duchessa era giusto il contrario della sua povera mamma, il cui ricordo per Ettore  importante e presente. Credo sia normale, il suo atteggiamento. Ma non lo credo capace di violenza: vi ripeto,  molto religioso.
- E che vita fa, padre? Chi frequenta? Come mai non si  sposato?
Don Pierino ebbe una lieve esitazione.
- Ognuno ha il suo carattere e le sue amicizie, no, commissario? E anche voi e io non siamo sposati, mi pare. Abbiamo seguito le nostre strade, e in nessuna delle due c'era una moglie o dei figli. Forse nemmeno in quella di
Ettore. Ma non per questo non siamo creature di Dio. Non per questo non abbiamo la nostra funzione.
Ricciardi rimase concentrato sul filo dei suoi pensieri. Alla fine disse:
- Va bene, padre. Vi ringrazio dell'aiuto. Pi tardi c' il funerale, officiate voi?
- S, commissario. Sono la cosa pi vicina al padre spirituale della famiglia, credo.
- E allora ci vedremo al palazzo. Credo proprio che ci saremo anche io e il brigadiere Maione.

24.

Non era andata come nelle pi rosee aspettative, ma nemmeno poi cos male. Mentre completava il trucco davanti allo specchio, nella sua stanza al Grand Htel du Vsuve inondata dal sole e dall'odore del mare, Livia, all'indomani dell'incontro con Ricciardi al Gambrinus, ripensava a lui.
Era come mille volte l'aveva ricordato, negli ultimi mesi. Tenebroso, misterioso. Quegli occhi che fissavano senza intenzione, verdi come il mare d'inverno, freddi e trasparenti come il vetro; nessun espediente per risultare simpatico o attraente. E invece attraente lo era, eccome; Livia lo trovava meravigliosamente diverso da ogni altro uomo che avesse conosciuto e l'avesse corteggiata. Sapeva essere scontroso, certo, e sembrava inaccessibile: eppure la sensibilit di lei le permetteva di riconoscere, dietro quei modi bruschi, una gentilezza e una dolcezza che avrebbero reso felice la donna che fosse riuscita a farle venir fuori.
Passandosi il pennello del rossetto sulle labbra, Livia pens alle mani di Ricciardi: quelle mani sottili, nervose, che lui nascondeva spesso in tasca. E a come doveva essere sentirsele scorrere sul corpo, dapprima incerte, poi sempre pi sicure.
Lo specchio le rimand il volto di una donna nel pieno della bellezza, le labbra aperte a scoprire i denti bianchissimi, la fossetta vezzosa sul mento. Decise che la sera stessa sarebbe andata a prelevare Ricciardi in questura, alla fine del turno. Avrebbe preteso di essere portata fuori, e non gli avrebbe concesso alcun diritto di replica.
Dopotutto, lei era Livia Lucani: nessun uomo, per misterioso e riservato che fosse, poteva resisterle.
Maione si affacci all'ufficio di Ricciardi.
- Commissa', buongiorno. Oggi fa pi caldo di ieri, pare impossibile. Ve lo porto un poco di surrogato fatto fresco fresco?
- Ma per carit, gi la giornata si presenta male, non aggiungiamo danno al danno. Entra piuttosto, e siediti: vediamo di capire a che punto siamo.
Maione si lasci cadere su una delle sedie di fronte alla scrivania. L'ufficio era in penombra; per difendersi dal sole del mattino, Ricciardi aveva lasciato le imposte semichiuse. Dalla strada salivano i rumori della citt che si andava svegliando. Il suono della sirena di una nave in partenza squarci l'aria.
- Beati a loro che partono, eh, commissa'? Certe volte mi viene voglia pure a me, di partire. Terre nuove, facce nuove. Chiss se  meglio o se  peggio.
- E che ti vuoi aspettare? Non credere che possa essere diverso, da tutte le parti la gente in fondo  la stessa. Le stesse passioni, gli stessi delitti. Oggi andiamo al funerale della duchessa.
Maione fu sorpreso.
- E come mai ci volete andare, commissa'? Noi non ci andiamo mai, ai funerali: la curiosit, la diffidenza; siamo poliziotti.
Ricciardi aveva posato i gomiti sulla scrivania, intrecciando le mani davanti alla bocca.
- Lo so; ma di solito evitiamo per non mettere la famiglia in difficolt. Qui invece non credo che la famiglia ci tenga cos tanto. Mi interessa vedere chi c' e chi non c', e che faccia tengono quelli che ci vanno.
Maione voleva capire su chi fossero puntati i sospetti del commissario.
- Voi a chi pensate? Secondo me, per quello che oggi sappiamo, i sospettati sono Mario Capece e il signorino, Ettore Musso. Ed  un guaio, perch sono proprio i due che secondo quel fesso di Garzo dobbiamo lasciare in pace.
Ricciardi assent.
- Proprio cos. Ettore non fa mistero dell'odio che provava per la duchessa, e tutti quelli che hanno voluto parlare con noi ce l'hanno confermato. Perfino don Pierino, dove sono stato stamattina presto, ha ammesso che i rapporti non erano buoni, e per dirlo lui, che qualcosa non andava, doveva essere proprio evidente.
- Per, commissa', io non sottovalutarei neppure il duca, magari con l'aiuto della governante. Quella mi pare che la forza la tiene, e mi pare pure che tutto quello che il duca dice, lei fa. E il duca non mi sembra che le volesse poi tutto questo bene, alla moglie.
Ricciardi rispose, assorto:
- E anche questo  vero. Poi c' la questione Capece che, a meno che tu non riesca a trovare qualche riscontro, non ha un alibi, proprio come il signorino. Dividiamoci i compiti, cos guadagniamo tempo: a me Ettore, a te Capece. Oltre a fare il giro delle taverne, informati sulla famiglia, sulla vita che fa, dove abita eccetera. Non abbiamo molto tempo e dobbiamo essere discreti, se no Garzo interviene e ci blocca.
- Commissa', scusatemi se mi permetto, ma non lo dovete dire a me, di essere discreto. Quello voi certe volte fate domande, alle persone, che sono come schiaffoni. E con un tono, poi... Promettetemi almeno che se decidete di parlare col giornalista, col duca e il signorino aspettate prima a me, e ci andiamo insieme: cos posso fare da testimone.
- E chi ti crederebbe mai, tu che sei falso come una moneta da tre lire. Andiamo, va'. Non facciamola aspettare, alla duchessa.

Sai, io mi ricordo, mamma.
Mi ricordo, quando eravamo insieme: quando si rideva, quando si parlava. Quando potevo scegliere con chi parlare. Quando mio padre si sedeva vicino a me e mi aiutava a studiare. Mi ricordo che mi teneva la mano con la penna, la intingeva nell'inchiostro, mi aiutava a scrivere; mi ricordo addirittura le pagine di aste, l'odore della carta.
Mi ricordo, mamma. Mi ricordo che camminavo con le mani nelle vostre, tu da un lato e lui dall'altro, in Villa; salutavate le persone che incontravate, lui si toglieva qualche volta il cappello. Tu eri bellissima, mamma. Chiss se te lo ricordi anche tu, quanto eri bella.
Poi non ci siete stati pi, tu da un lato, lui dall'altro. Mi sono distratto, forse, perch non me ne sono accorto; ma a un certo punto non c'eravate pi. Quand', mamma, che uno non  pi un bambino? Quando  grande e forte, e pu decidere da solo? O quando sa aiutare, o lavora o ha figli suoi?
Secondo me, sai, mamma, uno  adulto quando vede. E se vede, allora deve intervenire e risolvere.
O almeno provarci.

Quando Ricciardi e Maione girarono l'angolo di piazza Santa Maria la Nova, si trovarono di fronte alla consueta rappresentazione di un funerale di rango.
Era gi arrivato il carro, e di per s era uno spettacolo. Otto cavalli a due a due, neri, alti e formidabili, che schiumavano per il peso e il gran caldo: sulla testa di ognuno un alto pennacchio, nero come i finimenti. Addestrati appositamente, le bellissime bestie non emettevano alcun rumore: non uno scalpiccio, non un nitrito o uno sbuffo. Dietro, la carrozza vera e propria, un barocco, complesso intarsio di legno e stucco e vetri lucidi. Un ultimo viaggio in grande stile, sotto gli occhi ammirati di tutti. Tranne che del passeggero.
La piazza era immersa in un silenzio innaturale. Una folla eterogenea era ammassata a ridosso dei palazzi, della chiesa; solo attorno al carro lo spazio era vuoto, come se le persone non si volessero contaminare con la morte nella sua immagine pi popolare.
Il vetturino, col frac nero a lunghe code e il cappello a cilindro in tinta, attendeva in piedi, la frusta in mano, vicino alla ruota posteriore, pi alta di lui.
Pi avanti, nella vana ricerca di una fetta d'ombra, gli otto orchestrali che avrebbero preceduto il corteo suonando marce funebri aspettavano fumando e lamentandosi per il caldo; il sole traeva lampi d'oro dagli strumenti appoggiati a terra.
L'arrivo dei due poliziotti caus un mormorio immediato, come se si fosse alzato il vento in un bosco. Dietro gli amici, le autorit e quelli che volevano essere presenti al fianco dell'influente famiglia, c'erano centinaia di curiosi: l'omicidio aveva fatto un'enorme impressione, anche se sulla stampa, secondo le direttive, a esso era stato dedicato poco spazio, con riferimenti neppure troppo velati alla possibilit di una rapina andata male. La vita della duchessa, esibita da lei stessa senza pudori, non permetteva riservatezza neppure nella morte.
Si attendeva l'uscita della bara dal palazzo. Su richiesta del duca, la funzione religiosa era stata tenuta da don Pierino nella cappella familiare, dove all'alba il cadavere era stato trasportato dall'obitorio. A tutti sarebbe quindi stato concesso un saluto nel breve passaggio dal portone al carro, poi il corteo si sarebbe avviato lungo il tratto di strada fino al cimitero di Poggioreale.
La chiesa grande della piazza reclamava comunque attenzione, col lugubre suono delle campane a morto che rimbombava con regolarit.
In prima fila, Ricciardi riconobbe il prefetto e il questore con le mogli, in mezzo alle altre autorit cittadine. Accanto a loro, un passo indietro ma strategicamente in piena evidenza, Garzo. Gli occhi dei due uomini si incrociarono per un momento, nel quale Ricciardi riusc a rinvenire un muto rimprovero per la propria inopportuna presenza. Il commissario sostenne lo sguardo senza accennare a un saluto.
Vicino al carro, appoggiate al muro del palazzo, e perfino vicino alla cancellata della chiesa di fronte, c'erano molte corone di fiori; i nastri neri che le addobbavano recavano i nomi delle famiglie che rendevano omaggio.
Maione, che come sempre pareva mezzo addormentato, era concentrato sull'atteggiamento contrastante dei gruppi che componevano la folla. Quelli in lacrime, sinceramente addolorati, giovani e ben vestiti, dovevano essere i compagni di scorribande della duchessa, gli animatori della vita notturna dell'alta societ. Non erano in molti. Compunti e a disagio, gli abiti neri e i volti senza espressione, coloro che erano l in omaggio al vecchio duca e alla sua  famiglia, le autorit e la migliore nobilt cittadina. Chiudeva l'immancabile folla di curiosi, attirati dalla fama libertina della morta e dalla sua orribile fine.
Il brigadiere cerc Capece, ma non riusc a vederlo n nelle prime file, ed era comprensibile, n in mezzo alla folla. Forse non se l'era sentita: poteva capirlo.
Dalla met aperta del portone venne fuori don Pierino, vestito dei paramenti funebri e con due chierichetti al fianco. Dietro, la bara in legno scuro istoriato, portata a spalla da quattro becchini. Il prete benedisse il feretro, che fu posto, con visibile sforzo, nel carro. Il caldo che veniva dal sole ormai alto era insopportabile.
Sulla soglia del portone venne sospinto il duca su una sedia a rotelle, e sembrava un altro cadavere. Il pallore innaturale, l'orrenda magrezza del collo, che navigava nel colletto della camicia, e delle membra, l'espressione assente, annunciavano la morte ancora pi del carro, dei cavalli e della bara. Il vestito nero, in tinta con cravatta e scarpe, indossato per l'ultima volta prima della malattia, dava l'idea di quella che doveva essere stata la sua corporatura e quanto il male lo avesse consumato.
La sedia a rotelle era condotta da Concetta, imponente e silenziosa, impassibile. Un passo indietro i coniugi Sciarra, lei in lacrime col fazzoletto premuto sulla bocca e lui serio, gli occhi addolorati sull'enorme naso, cappello e giacca troppo grandi a farne una figura patetica in un contesto tragico.
Si fece subito una fila di personaggi autorevoli che stringevano la mano del duca e gli rivolgevano brevi parole di condoglianze. L'impressione di Ricciardi e Maione era che tutti, per il caldo ma anche per l'atmosfera del luogo, non vedessero l'ora di allontanarsi.
Poi successe qualcosa destinato a essere raccontato per mesi: sulla soglia comparve Ettore, vestito di bianco, col bastone da passeggio e una cravatta rossa. Il cappello di paglia, bianco anch'esso, faceva ombra a un viso perfettamente sbarbato, con un largo sorriso sotto i baffi sottili. Non portava alcun segno di lutto, n la fascia al braccio n il bottone nero all'occhiello, dove invece esibiva una splendida gardenia. Rivolto un cordiale saluto al prefetto che stava ossequiando il duca, se ne and fischiettando.
Se avessero gettato una bomba al centro della piazza, l'effetto non sarebbe stato pi deflagrante. Si lev un alto brusio, che fece sobbalzare don Pierino assorto in preghiera sulla bara; il prete si gir disorientato, e quando vide Ettore allontanarsi ebbe un moto di tristezza. Ci fu perfino una breve risata nelle retrovie, seguita da un brusco richiamo al rispetto da parte di qualcuno.
Ricciardi, il cui punto d'osservazione era non lontano dal portone, colse un rapido sguardo tra Concetta e Mariuccia, come se le due donne avessero trovato conferma di qualcosa che s'erano dette.
Il corteo, che avrebbe fatto compagnia alla duchessa nella sua definitiva passeggiata, si dispose. Concetta con fermezza interruppe i saluti al duca e lo riaccompagn nel palazzo. L'uomo non aveva cambiato espressione per tutto il tempo: Ricciardi consider che dovesse essere sfinito. Dietro il carro, insieme a don Pierino e ai chierichetti, si sistemarono i coniugi Sciarra e un'anziana coppia di lontani cugini della duchessa; dopo venivano le autorit e la folla. Quando la porta della carrozza fu chiusa, il vetturino sal a cassetta e diede uno schiocco di frusta. L'orchestra attacc la marcia funebre di Chopin e i cavalli partirono, cadenzando il passo sulla musica.
Ricciardi e Maione si divisero e si confusero tra la folla, qualche metro dietro le prime file. Cominciarono a cogliere i commenti a mezza voce, riferiti per la maggior parte alla famiglia Camparino, alla rappresentazione che aveva appena messo in scena Ettore, al povero duca e a quanto poco gli restasse da vivere. Non mancavano i giudizi morali sulla duchessa, sempre perdente nel raffronto con la prima moglie del duca.
E Ricciardi si rese conto che in molti si stavano chiedendo dove fosse e che cosa facesse Mario Capece. E se e quando avrebbe avuto la faccia tosta di presentarsi.

25.

Ti accompagno, amore mio. Far con te tutta la strada, ogni passo. Rimarr vicino a te per tutto il tempo che potr, per quei pochi attimi che mi saranno concessi.
Rimarr con te perch per me non sei morta, e mai morirai. Perch le mie mani, il mio corpo non possono vivere un minuto di pi se tu non ci sei. Ti ho nell'anima, perch te l'ho regalata ed  la tua casa. Nessuno pu portarti via, n questi cavalli, n quest'orribile musica, n il finto dolore sulle facce di chi si prende il diritto di accompagnarti pi da vicino.
Che ne sanno delle tue parole, del tuo respiro nella nostra intimit? Che ne sanno del mio dolore e del peso che ho in petto?
Perci sono qui, nella folla, nascosto perch nessuno mi riconosca; perch nessuno si senta in dovere di avvicinarmi, e dirmi che questo non  il mio posto.
Invece  questo, il mio posto: il pi possibile vicino a te.
E se qualcuno mi volesse mandar via, lo ammazzerei con le mie mani.

Il funerale doveva percorrere la prima met di corso Umberto per poi sciogliersi a piazza Nicola Amore: nella toponomastica napoletana, il Rettifilo fino ai Quattro Palazzi; un tratto non breve, soprattutto sotto quel sole cocente.
A ogni passo marziale degli otto cavalli la folla si assottigliava, man mano che ci si rendeva conto che ormai, venuti meno i protagonisti principali, la recita non avrebbe riservato ulteriori sussulti.

A1 passaggio del corteo, i negozi ancora aperti chiudevano i battenti, le donne si segnavano e gli uomini portavano la mano al cappello in un saluto militare. Forse la duchessa, si disse Ricciardi, riscuoteva piet pi sincera dagli sconosciuti che facevano ala al suo feretro, che da quelli intervenuti per mera formalit. Tra quelli che, fermi sul lato della strada, omaggiavano il corteo c'era anche una vecchia conoscenza del commissario, il morto per percosse che dalla bocca straziata disse in uno sbuffo di sangue e denti spezzati: Buffoni pagliacci, siete solo quattro buffoni pagliacci. Quattro per uno, vergogna, vergogna, buffoni pagliacci.
Ricciardi apprezz la funebre ironia della frase applicata al funerale. Tanti per uno, vero. Ed  tanto pi vero che si tratti per la massima parte di buffoni e pagliacci, consider guardando una decina di metri pi avanti l'incipiente calvizie sulla nuca del vicequestore Garzo.
All'arrivo in piazza, quando don Pierino impart la sua definitiva benedizione, non c'era pi di una cinquantina di persone.
Fu a quel punto, prima che si dileguasse in direzione del porto, che Maione riconobbe la sagoma di Capece, il viso coperto da lenti scure e dalla tesa del cappello. Se ne accorse dalla postura pi che dai tratti, le spalle ripiegate e le gambe lievemente irrigidite dalla terribile sofferenza morale di quei giorni. Fece segno a Ricciardi, che annu in risposta, e Maione si avvi dietro Capece: voleva vedere dove sarebbe andato.

Lo segui, attenta che non ti veda. Non  un problema per te, sai come passare inosservata; per tanto tempo ti sei cancellata. La sua disattenzione ti ha fatto quest'ultimo regalo: ti ha resa invisibile.
Hai scelto con cura un vestito anonimo, nero, un cappellino fuori moda, le tue logore scarpe sformate. Ti sei confusa in mezzo alla folla. Lo hai riconosciuto immediatamente, prima ancora di vederlo, lo senti ancora con la pelle, non hai bisogno di occhi o orecchie se si tratta di lui.
Lo hai osservato a lungo, da lontano. Ne hai trovato il dolore nei piccoli gesti senza importanza. Nessuno poteva capire e nessuno ha capito: solo tu. E hai pensato che in quella piazza piena di gente, in fondo eravate in tre: lui, tu e lei. Come sempre, come siete abituati da anni ormai. Lo hai seguito nel cammino, sotto il sole implacabile, senza mancamenti, senza barcollare. Un passo lei, un passo lui. Un passo tu. E naturalmente nessuno ti ha vista. Nessuno ti ha riconosciuta. Eravate solo in tre.
Ma per lei era l'ultima volta.
Sorridi sotto il cappello, mentre il caldo fa tremare i muri dei palazzi lontani.
In fondo, glielo dovevi.

Ricciardi si avvicin a don Pierino.
- Padre, vi volevo salutare. Immagino che non sia stato come al solito in queste occasioni.
Il piccolo prete sudava copiosamente sotto la tonaca e i paramenti. Aveva un'espressione molto triste.
- Commissario, un funerale  sempre doloroso,  naturale. E' la festa stessa del dolore, dell'abbandono, della mancanza. Il mio compito  quello di consolare, di far capire in un momento buio che il distacco  solo momentaneo. Non c' scomparsa, non c' assenza. Ci si vedr ancora, in un mondo migliore. Magari voi non credete, commissario, ma rivedere chi muore  possibile.
Ricciardi fece una smorfia.
- E chi vi dice che non ci credo, padre? Nessuno pi di me sa che i morti non scompaiono, ma lasciano una visibile traccia di dolore. E per mettere riparo a questo dolore che ci siamo noi. E la giustizia.
- E un'altra, la giustizia che cancella il dolore, commissario. E non  di questo mondo. Stavolta, comunque, mi sono sentito quasi inutile. Certo, ho accompagnato una creatura sulla strada che porta a una casa pi bella. Ma attorno non c'era amore e nemmeno dolore. Non abbastanza, almeno. E nessuno da confortare, tranne la buona Mariuccia Sciarra che per ha la sofferenza delle anime semplici, che se ne va com' venuta.

Era appunto quello l'aspetto che Ricciardi avrebbe voluto approfondire.
- Eppure, padre, a me pare strano. La duchessa non era certo molto amata; ma a quanto ho capito non era una persona malvagia, che ha fatto tanto male da non avere attorno nessuno. Neanche in mezzo a tutta questa gente.
Il prete aveva ancora l'espressione triste.
A volte il male si fa senza saperlo. E' una delle grandi astuzie del diavolo, commissario: mi sorprende che voi, che ci avete a che fare ogni giorno, non lo sappiate. Mischia il male in mezzo al bene, il dolore in mezzo all'amore. E lo nasconde, lo fa sembrare in tutto uguale. Cos, amando senza tener conto di nulla, si provoca il dolore di qualcun altro; ridendo si fa piangere. Rifletteteci, commissario. Chiss che la soluzione ai vostri dubbi non stia proprio qui.
Detto questo, don Pierino sali a cassetta del carro funebre e part alla volta di Poggioreale. Quest'ultima parte del viaggio competeva solo a lui.

Ti ho seguita. Ho aspettato che uscissi, convinta che io fossi con gli amici. Ma mi sono nascosto in un portone e ho aspettato.
Ho imparato a riconoscere quello che ti passa per la mente anche quando non parli, sai, mamma? L'espressione degli occhi, il movimento di una mano. Le stanze in cui vai, quelle in cui non vai. Col tempo si impara. Noi poi pensiamo alle stesse cose, anche se non ne parliamo: e quando si pensa alle stesse cose si pensa allo stesso modo.
Stamattina ho capito che avevi intenzione di uscire e ho capito anche dove saresti andata. L'ho capito dal cigolio della porta dell'armadio, quello che non apri mai, con i vestiti vecchi. Ti ho sentito salire in piedi sulla sedia per prendere qualcosa dalla cappelliera. Ti ho sentito perfino canticchiare, quando credevi dormissimo ancora. E avevo ragione.
Passo dopo passo, sull'altro marciapiede, riparandomi dietro le persone: ma avrei anche potuto precederti, certo com'ero di sapere dove andavi. Sono arrivato, tutta quella gente. Ti ho quasi persa. Ma c'era anche lui, l'ho visto prima di vedere te. E mi sono messo in fondo, vi guardavo, vicini e cos distanti. Vi ho seguiti, passo dopo passo ancora, senza perdervi di vista, ognuno col suo dolore, ognuno con la sua assenza. Anche io con le mie.
Camminavamo insieme. Ma ognuno seguiva un diverso corteo funebre, mamma.
Ognuno piangeva un morto diverso.

Maione aveva seguito Capece per i vicoli, capendo ben presto che l'uomo vagava senza una meta.
Di tanto in tanto il giornalista si fermava, tirava fuori un fazzoletto e si asciugava la faccia; sudore e lacrime, comment fra s il brigadiere. A un certo punto lo vide infilarsi in una bettola che vendeva vino. Lo attese per mezz'ora, e quando si rese conto che non sarebbe uscito in condizioni tali da fare qualcosa di pericoloso per s o per altri, si allontan.
Il funerale della duchessa era stato per Maione qualcosa di veramente triste. Aveva in mente le esequie del suo Luca, che rammentava fra le nebbie del dolore spaventoso che aveva provato e che ancora provava. C'era stata forse meno gente, e non aveva certo potuto permettersi gli otto cavalli o la banda che suonava la marcia funebre: ma dell'amore che aveva percepito attorno, della famiglia, dei colleghi e dell'intero quartiere, era sicuro. Ricordava l'interrogatorio del duca, la voce rantolante, il caldo terribile, l'odore di morte soffocante della stanza di lui; ma ne ricordava anche le parole, che lo avevano colpito nell'anima. Un uomo muore quando non significa pi niente per nessuno. L'anima semplice di Maione aveva continuato a riflettere su quella frase, pronunciata da un vecchio che stava per lasciare il mondo nel silenzio. Si era detto che se il principio valeva, valeva anche al contrario; e allora il suo Luca, di cui udiva ogni giorno la risata sgangherata, di cui rivedeva a ogni angolo il cappello gettato all'indietro sulla nuca in modo cos fuori ordinanza, la cui espressione riconosceva ogni giorno sul viso della madre e dei fratelli, non era mai morto.

Due ore dopo, all'uscita della sesta taverna, Maione si era convinto che quell'indagine non avrebbe portato a nulla, per diversi motivi. Non poteva sperare di superare la diffidenza dei gestori nei confronti della polizia, avendo ognuno qualcosa da nascondere o di cui almeno vergognarsi; le frequentazioni notturne erano troppo numerose e variegate per ricordare qualcuno che, con ogni probabilit, aveva anche poca voglia di chiacchierare; quelli che avevano accettato di parlare con lui, infine, sentivano di avere pi cose in comune con un ricercato che con un poliziotto, e rispondevano alle domande di conseguenza. Conclusione: una terribile sudata, ettolitri di acquolina al cospetto di pietanze di ogni tipo e nessun risultato.
Maione si asciug la fronte col grande fazzoletto, si allent la cravatta e prese una decisione: era venuto il momento di andare di nuovo a trovare Bambinella.

26.

Dalla cucina, Maria Colombo osservava la figlia che, nel tinello, faceva doposcuola a tre bambini; due erano figli di un facoltoso commerciante all'ingrosso di legnami, gemelli; il terzo, piccolo e scuro, era invece il nipote della portinaia.
Enrica le raccontava spesso dell'estrema intelligenza di quest'ultimo, che pur avendo due anni in meno dei gemelli svolgeva gli stessi compiti in met del tempo. Mentre dai figli del commerciante arrivava a Enrica un puntuale e notevole stipendio, dalla famiglia della portinaia la ragazza non otteneva che gratitudine.
Quando glielo faceva notare, la figlia le rispondeva che non si vive di solo pane. Ecco, quello la mandava in bestia, del carattere di Enrica: l'assoluta mancanza di ogni senso pratico. Anche sulla questione del matrimonio, di cui avevano tanto parlato, la divergenza sostanziale era quella: il senso pratico. Ma era mai possibile, si chiedeva Maria, che lei fosse l'unica in casa a capire che il tempo passava, che la giovent lasciava il posto alla vecchiaia e ben presto la freschezza non avrebbe pi aiutato Enrica? O credeva di poter aspettare in eterno che arrivasse un principe asburgico col suo cavallo bianco, a portarla via e fare di lei una regina?
Oltretutto, la figlia non aveva una bellezza tale da catturare un uomo al primo sguardo: lei, che era la madre, aveva il coraggio di ammetterlo. E allora aveva preso la situazione in pugno, costringendo il marito a invitare i Fiore.
Per un intero giorno aveva atteso a pi fermo l'inevitabile reazione di Enrica: sapeva che dietro la sua natura dolce e pacata non c'era un animo remissivo, e che non sarebbe certo stato facile farle accettare un'imposizione. Ma era per il suo bene, quindi avrebbe saputo ribattere colpo su colpo, anche a costo di alienarsi l'affetto della ragazza per qualche settimana; poi la figlia avrebbe capito e l'avrebbe ringraziata.
A questo servono le mamme.

Per la seconda volta in tre giorni, Maione buss da Bambinella.
- Brigadie', che dite, posso cominciare a pensare a voi come a un corteggiatore? La prossima volta presentatevi, che so, con un fiore, le pastarelle, qualche cosa. Io vi porto a parlare con mamm e facciamo l'affare.
Maione ansimava per la salita. Era sudato fradicio.
- Tu hai ragione che non tengo il fiato nemmeno per respirare, se no lo sai dove ti mandavo? Non ti devi permettere di pazziare con me, hai capito? Se no un giorno di questi ti vengo a trovare un'ultima volta, ti sbatto dentro e butto la chiave!
Bambinella poggi vezzoso una mano davanti alla bocca e fece un risolino.
- Madonna, e quanto mi piacciono gli uomini focosi! E vabbe', brigadie', non vi pigliate collera: vuol dire che aspetter fiduciosa, lo so che prima o poi vi decidete. L'importante  che ve lo ricordate: per voi  a grats.
Maione accenn a uno schiaffo che Bambinella evit con un movimento aggraziato. A entrambi scapp da ridere.
- La verit, Bambine',  che 'sta storia della duchessa  complicata assai. Non tanto il fatto in s, quanto che non ci possiamo muovere liberamente.
Bambinella, che indossava il solito kimono di seta, and verso il tavolo dov'era seduto prima che Maione arrivasse.
- Lo capisco, brigadie'. Ci stanno in mezzo la stampa, i nobili, le autorit. Tutta gente che non si pu pigliare e sbattere in galera facilmente, come invece quelle come me. So' meglio gli ammazzamenti della povera gente, per voi, eh?
Maione fece la voce grossa.
- E no, che non so' meglio. Perch, ti risulta che con la povera gente il brigadiere Raffaele Maione ci mette meno attenzione? Guarda che per una cosa cos non ti porto in galera, ti piglio direttamente a calci!
Bambinella fece una risata aperta. Quando rideva, l'affettazione e l'imitazione di una donna gli venivano meno, e il suono era piuttosto equino.
- Brigadie', e quanto ci vuole poco a farvi incazzare! Lo so, lo so: voi e il commissario vostro, quello bello che porta male, siete uguali con la povera gente e coi ricchi. Perci vi rispettiamo. E poi, secondo voi, se mi credevo veramente questo, vi aiutavo?
Quando Bambinella si sedette, Maione si accorse che aveva davanti un enorme piatto di alici fritte.
- Ma che , un complotto? Qua si mangia a qualsiasi ora del giorno e della notte! Ma vi siete messi tutti quanti d'accordo? Quando vedete a me vi mettete a mangiare? Quando mai si  mangiato alle tre del pomeriggio, si pu sapere?
A bocca piena, Bambinella rispose:
- No, brigadie',  che a pranzo non tenevo fame e mi sono mangiata solo un poco di fresella coi pomodori. Poi  venuto Gigino, il pescivendolo qua sotto che ogni tanto... Vabbe', avete capito, d'altra parte si deve pure dire che quello tiene una moglie che fa proprio schifo. Insomma, non tiene soldi ma mi fa pena, allora lui si disobbliga cos, qualche alice, un sarago, 'na pezzogna. Le alici so' buone fresche. Se non le cucinavo, con questo caldo si dovevano buttare. Ma favorite, favorite, quelle so' due chili, mica me le posso mangiare tutte io. Aspettate, che piglio un altro piatto e una forchetta.
Maione si lasci cadere sul divano sgangherato e agit l'indice.
- No, no, lascia stare. Ho fatto un fioretto e non lo posso rompere. Senti un po', invece: mi devi dire tutto quello che sai di Mario Capece e della sua famiglia.
Bambinella spalanc gli occhi bistrati, mostrando sincera meraviglia.
- Oh, allora  lui il colpevole? Quello me l'aveva detto, la compagna mia che lavora al Salone Margherita...
Maione alz la mano.
- No, un momento: non ho detto questo. Anzi, io ho i miei dubbi che  stato lui, pure se non ci sa dare un alibi. Il fatto  che dobbiamo verificare bene per escludere le ipotesi. Quindi, non fare considerazioni e dimmi quello che sai. E ingoia prima, che se parli con le alici in bocca fai pi schifo del solito.
- Grazie, brigadie', siete sempre un gentiluomo. E' un piacere parlare con voi, una si sente apprezzata per quello che . Dunque, Capece: quello che so ve l'ho detto l'altro ieri. Capece non  che si vedeva in giro, prima di intendersela con la duchessa. Faceva il giornalista, era pure uno bravo. Poi, cinque o sei anni fa, ha incominciato a frequentare a lei ed  diventato un personaggio pubblico. Per io non ho mai saputo niente di lui, senza la duchessa. Cio, si parlava sempre di tutti e due insieme.
- E da quanto tempo durava, 'sta relazione?
Bambinella ci mise un attimo a rispondere, malgrado fosse impegnato a masticare alici fritte.
- Cinque, sei anni. Una vita. A modo loro, tra le relazioni, diciamo cos, non ordinarie, erano una vecchia coppia. Lo sapete, brigadie', le amanti si cambiano pi spesso delle mogli. Loro invece no, era proprio parecchio tempo.
Il poliziotto voleva sapere di pi sulla vita dell'uomo senza la duchessa.
- Scusa, ma la moglie, i figli? Se n'era andato di casa o abitava ancora l? E la famiglia, che so, i genitori?
Bambinella si strinse nelle spalle e alz le mani unte.
- E che vi devo dire, brigadie', non lo so proprio. Certo, erano pi le notti che dormiva con la duchessa, credo. Quelli, fra teatri, cinematografi e ristoranti stavano in mezzo alla strada fino all'alba, poi lui lavorava pure, non credo che restava tanto tempo.
Maione, complici il caldo e la collina di alici fritte che Bambinella stava metodicamente spianando, era sconfortato.
- Ma come faccio allora io a sapere qualche cosa di pi?
Dopo un attimo di silenzio, impiegato a masticare assorto, Bambinella si illumin.
- Forse per una mano ve la posso ancora dare, ma non sono informazioni recenti. Un'amica mia, una brava ragazza, una volta stava a servizio dalla famiglia Capece. Poi ha avuto un colpo di fortuna, ha incontrato uno del quartiere Pendino che teneva un commercio di trasporti, qualche cavallo e due o tre carri, portava la merce da Mugnano... Vabbe', ho capito, brigadie', un poco di pazienza: io le cose le devo raccontare a modo mio, se no perdo il filo. Allora, com' e come non , questa compagna mia, Gilda si chiama, adesso ha fatto una bellissima carriera e sta in un casino alla Torretta, fa un sacco di soldi, mo' la chiamano juliette. Io non mi ricordo quanto tempo fa stava a servizio dai Capece, ma sicuramente qualcosa di pi ve la pu raccontare.
Maione era ammirato.
- Certo, Bambine', certe volte sembri un ragno in mezzo alla ragnatela: se le cose non le sai tu, conosci certamente qualcuna che le sa. Accompagnami subito da 'sta... signorina, come si chiama, Gilda Juliette; e vediamo di capire qualche cosa di questo Capece.

Ricciardi aveva ben presente dove andare, per cominciare a capire qualcosa di pi sull'omicidio della duchessa Musso di Camparino. Doveva andare verso casa. Doveva ricostruire il cammino insensato della notte prima, alla ricerca del sonno poi non trovato.
Mentre risaliva via Toledo, boccheggiante sotto i colpi del sole, cercando di tenersi all'ombra dei palazzi, rifletteva sulla danza dei sentimenti attorno alla duchessa e alla sua morte. Una donna che aveva fatto della bellezza uno strumento per arrampicarsi sulla scala sociale, per divertirsi, per affascinare. E poi ne era rimasta schiava, imprigionata dalle passioni che la sua stessa bellezza appiccava, senza riuscire poi a spegnerle.
L'amore  una cosa, la passione un'altra, considerava Ricciardi. Questa  la vera differenza. Quello che provo per Enrica, per esempio. Voglio il suo bene, e se il giovanotto la pu fare felice, devo essere felice anch'io. E questo forse  l'amore. Poi per c' la passione, quel dolore nel ventre, la morsa dietro lo stomaco. L'immagine dei suoi occhi pieni di lacrime, il vuoto nel cuore, l'ansia della pelle. E il non riuscire a dormire, la strada di notte, un senso di rimpianto senza avere nulla da rimpiangere.
E' la passione che genera il delitto, riflett. Forse in tutti questi anni ho dato all'amore colpe che non ha. Chiss come si elimina una passione; probabilmente con un'altra passione. La sua mente, in barba a ogni controllo, balz a Livia; il suo viso risplendente, la fossetta sul mento, il profumo di spezie. E le lunghe gambe fasciate dalle calze a rete, l'andatura felina.
Soprattutto, il rapido bacio che gli aveva posato sulla guancia quando se n'era andata, come se fosse la cosa pi naturale del mondo. Sul momento, preso com'era dalla tempesta di emozioni per aver visto Enrica, aveva provato imbarazzo, quasi fastidio. Ora per, mentre passava sotto l'arco di Port'Alba per arrivare a via Costantinopoli, risentiva la pressione delle labbra di lei e il suo respiro. Come sempre era stato troppo brusco, e se ne pentiva.
Non avrebbe avuto senso andarla a cercare; ma se l'avesse rivista, si ripromise di concedersi, una volta tanto, il piacere della sua compagnia. C'era differenza rispetto a Enrica: Livia era una donna indipendente e forte, non poteva farle del male, si disse. Un rapporto senza futuro, ma forse con un presente.
In prossimit della propria meta, si sforz di ritrovare la concentrazione su quello che era andato a fare. Amore o passione, pens.
Vediamo che bestia abbiamo di fronte.

27.

Camminare per la citt con Bambinella non era il massimo, per Maione; l'aspetto equivoco, i colori sgargianti e il trucco pesante facevano da contorno al tono di voce altissimo e alle decine di conoscenze che aveva il femminiello, con saluti affettuosi e soste snervanti.
Inoltre, per il travestito poteva essere poco salutare rendere pubblica la sua contiguit con la polizia, sebbene limitata al solo brigadiere; gli ambienti dei vicoli non consentivano quei contatti, anche da parte di chi non era direttamente coinvolto con i traffici ma poteva comunque esserne a conoscenza. Per comune decisione, quindi, si diedero appuntamento direttamente alla Torretta, il rione popolare vicino al mare di Mergellina dove si trovava il casino in cui lavorava Gilda, l'ex serva di Capece che aveva fatto carriera.
Maione arriv per primo. Si era fermato a un negozio di frutta e verdura, dove aveva divorato due prugne e un'albicocca; la fame gli pareva addirittura aumentata. Aveva insistito per pagare, nonostante la negoziante volesse regalargli i frutti consumati: ce l'aveva con tutta la categoria, per estensione dell'antipatia verso il famoso Ciruzzo, fruttivendolo magro e invadente.
L'arrivo anticipato gli diede occasione di incrementare il malumore. Il bordello si trovava infatti in una traversa del grande viale Principessa Elena; non una via di passaggio, insomma. Si trov un posto all'ombra di un albero, a una decina di metri dall'ingresso segnato da una targa in ottone su cui era inciso: "Casa di Madame Yvonne". C'era un bel via vai, e ogni militare, marinaio o impiegato che entrava o usciva lo guardava tra il derisorio e il preoccupato: che ci faceva fermo sotto l'albero un brigadiere in divisa della pubblica sicurezza? Voleva forse schedare gli avventori della casa o si preparava a un arresto? O cercava semplicemente il coraggio di entrare?
Finalmente arriv Bambinella, ancheggiante sopra i tacchi a spillo e fasciato in un vestito a fiori rossi.
- Scusate, brigadie', mi sono dovuta fermare due volte a bere, qua fa un calore che non si crede.
Maione voleva ridurre i tempi.
- S, s, va bene. Mo' entriamo, ci manca solo che l'amica tua sta occupata e ci dobbiamo pure far vedere insieme in sala d'attesa.
L'accesso al casino era dato da un portoncino in legno e da una scala ripida. In cima furono accolti da una vecchia con in mano una ramazza e un secchio, che puliva un pianerottolo gi lindo.
- E figurati se ti fanno pulire; mai un momento di quiete, giorno e notte, - brontol di malagrazia, scostandosi per farli passare. Maione non ritenne di precisare che era li per lavoro, ma le gett un'occhiataccia che quella ricambi.
Alla fine di un corridoio tappezzato di seta porpora, si apriva un'ampia sala con divani e sedie sui lati, dominata da una grande cattedra in legno. Dietro sedeva una donna di mezz'et, i capelli tinti di un rosso innaturale e truccata in modo tale che sarebbe stato impossibile riconoscerla la mattina appena sveglia. Quando vide entrare Maione e Bambinella, scese dalla sedia e gli si fece incontro accigliata.
- Buonasera, brigadiere... Scusatemi, ma vi devo avvertire che nella mia casa lavorano solo le mie signorine. Se volete fare una cosa con altre persone, ve ne posso favorire due io stessa, ma non posso consentire che vi portate...
Maione interruppe, perentorio, il flusso di parole.
- No, signo', perdonatemi, ma avete equivocato. Io sono qua non per divertimento, ma per lavoro.
La donna si preoccup e fece un passo indietro.
- Non capisco. La mia casa  in regola da tutti i punti di vista: le tasse, i controlli sanitari. Le matrici delle marchette sono a vostra disposizione, se volete vedere...
Maione si spazient.
- Ne', signo', abbiate pazienza: ma chi vi ha chiesto niente? Io devo solo parlare con una signorina che lavorerebbe qua, stando a quanto dice il signore... - disse indicando Bambinella, che precis:
- Signorina...
La donna rivolse prima uno sguardo disgustato a Bambinella, poi lo spost di nuovo su Maione.
- Perch, qualcuna delle ragazze mie ha fatto qualche cosa di male? Io vi posso assicurare il massimo controllo qua dentro, ma fuori la responsabilit...
Il brigadiere consider seriamente l'opportunit di stampare cinque dita sul cerone che copriva la faccia della matresse.
- Signora, qua nessuno ha fatto niente. A meno che non mi metto in testa che voi state ostacolando un'indagine di polizia, e allora vi impacchetto a voi, alle ragazze e a quella maleducata della guardiana qua fuori, e vi porto a prendere un poco d'aria al fresco.
Il tono era stato secco; la donna abbass la testa come se avesse ricevuto uno scappellotto.
- Comandate, brigadie', - disse remissiva.

Ricciardi aveva trovato il portone con qualche difficolt. I riferimenti notturni sono dati da quello che illuminano i lampioni: alla luce del giorno, i posti sembrano diversi. Entr nel cortile ricevendo il sollievo dell'ombra, e vide una guardiola vicino all'ingresso. Gli si fece incontro il custode, un giovane grande e grosso piuttosto scorbutico, chiedendo cosa desiderasse. Ricciardi si qualific.
- Avrei bisogno di alcune informazioni. Chi ci abita, in questo palazzo?
Il giovane lo squadr da capo a piedi. Dall'interno si sentiva un pianoforte compitare una scala, con frequenti interruzioni per gli errori. La risposta tardava. Alla fine il custode disse:
- Perch, chi state cercando?
Ricciardi cap che l'ostacolo andava subito rimosso.
- Sentite: se rispondete alle domande, facciamo subito e levo il fastidio. Se cominciate a giocare, allora torno in un'altra veste e andiamo in un posto dove dovete rispondere per forza. A voi la scelta.
Era difficile si potesse resistere a Ricciardi, quando sibilava la sua determinazione. Il custode non fece eccezione. Sbatt le palpebre e rispose:
- A disposizione, commissa'. Chiedete pure.
Il poliziotto venne cos a sapere che nella palazzina, non distante dal conservatorio, vivevano due famiglie con bambini piccoli, un anziano vedovo pensionato e alcune studentesse di musica di un paese della Lucania. Al primo piano c'erano gli uffici di una compagnia di navigazione, che in quel periodo erano chiusi.
- Che voi sappiate, - chiese Ricciardi, - ieri sera c' stata una festa? Qualcuno ha tenuto una riunione, con musica e invitati, fino a tardi? Con gente importante?
Il custode si strinse nelle spalle.
- Non saprei, commissario. Io non abito qua, quando chiudo me ne vado a casa, ci ho i figli piccoli pure io. Per, se  vero che hanno fatto festa fino a tardi, qualcuno avrebbe protestato, stamattina. Mi pare strano.
Ricciardi cominciava a credere che la stanchezza della notte prima gli avesse tirato un brutto scherzo; o che ricordasse male quale fosse il palazzo. Stava per salutare e mettersi alla ricerca di un portone simile, quando l'uomo disse:
- A meno che... qualche volta si trattengono, all'ultimo piano, fino a tardi. Per, la musica, mi pare strano. - Perch, chi c' all'ultimo piano?
Abbassando istintivamente la voce e puntando in alto, il custode mormor:
- Il partito c', all'ultimo piano. La sede del partito.

Maione e Bambinella seguirono il grosso sedere di Caputo Annunziata, alias Madame Yvonne, per un'altra ripida rampa di scale; percorsero poi uno stretto corridoio con porte chiuse su entrambi i lati, alla fine del quale c'era una saletta con un'ampia finestra dalla quale, un po' di sghembo, si vedeva il mare. L'aria era fresca e pulita e sapeva di salsedine, attraversata da lontane grida di gabbiani e di bambini che giocavano.
La stanza era piena di ragazze, alcune a seno nudo. La maggior parte cercava refrigerio nei pressi della finestra. Altre sedevano a un tavolo, chiacchierando e fumando. All'ingresso del brigadiere, ancorch accompagnato dalla matresse, ci furono gridolini di spavento; le ragazze si coprirono alla bell'e meglio, ritirandosi verso il fondo della stanza.
Madame parl con voce tranquillizzante.
- Non vi preoccupate, signorine, il brigadiere non  qua per arrestare a nessuno. Vuole solo parlare con...
Maione l'interruppe.
- Fatemi indovinare, signora:  quella juliette, no?
Su un divano addossato a una parete, un po' in disparte, una ragazzotta bionda e seminuda stava divorando un gran pezzo di pane da cui colava salsa di pomodoro.

- Brigadie', mi dovete scusare, ma quella, stamattina,  stata una processione. E' arrivata una nave mercantile nel porto, sono pi di trecento marinai che non vedevano terra da un anno. Genovesi, portoghesi, russi: una babilonia! Io non sono riuscita a toccare cibo, mo'  un momento di quiete. Dice che stanno cos combinati tutti i casini di Napoli.
Bambinella ascoltava rapita l'amica, come se raccontasse di un safari nell'Africa equatoriale.
- No, e figurati, anzi, scusa tu, che siamo venuti a quest'ora senza preavviso. Il brigadiere, qua, ti deve fare qualche domanda, tu rispondi senza pensiero, non ti preoccupare:  persona mia.
Maione sbuff irritato, lanciando occhiate sofferenti ai residui del pane e pomodoro abbandonati sul tavolo.
- Eh, e questo mi doveva capitare: di essere raccomandato da Bambinella! Allora, signorina: voi come vi chiamate?
Juliette rise, gettando i capelli dietro una spalla.
- No, brigadie', vi prego: parlatemi col tu, se no mi pare che state parlando con Madame!
La ragazza si rivel simpatica e intelligente. Il suo nome era Gilda, come aveva detto Bambinella, e veniva dal rione del Vasto, dietro la stazione. Era la quinta di nove fratelli, andata a servizio a sedici anni perch la famiglia non era pi in grado di nutrirla. Ora che ne aveva ventidue, col suo mestiere guadagnava abbastanza da mantenere i quattro fratelli pi giovani e la madre. Il padre era sparito tre anni prima e non se ne era saputo pi nulla.
- O  morto o si  imbarcato, - disse Gilda, senza smettere di masticare e senza ombra di rimpianto.
Quando aveva deciso di andare a servizio era stata subito assunta presso la famiglia Capece, il cui reddito era in ascesa per la brillante carriera del capofamiglia al giornale. Gilda descrisse un periodo non facoltoso ma pieno di speranze, una casa dove si rideva sempre e si economizzava su tutto.
- Ma non faceva impressione, - disse, - perch la signora mi aiutava col servizio e io aiutavo a lei con i bambini.
La famiglia Capece aveva due figli: Andrea e Giovanna; il maschio era il pi grande. Quando Gilda aveva lasciato il servizio dopo un anno, Andrea aveva dodici anni e Giovanna sette.
- Quindi adesso, - calcol Maione, - hanno sedici e undici anni.
- S, - disse Gilda. - E lui  proprio un bel ragazzo, chiss se me lo trovo qua sopra, un giorno di questi.
Gilda sapeva com'era diventato Andrea, perch saltuariamente, e fino a un paio d'anni prima, era tornata a salutare la famiglia Capece, alla quale era rimasta molto legata.
- Ma poi non ci sono voluta andare pi. L'ultima volta mi ha fatto troppa impressione, - disse ancora.
Maione non capiva.
- E perch, troppa impressione?
Gilda sembr rabbrividire al ricordo, nonostante il caldo.
- Era come andare a trovare dei morti, brigadie'. Era cambiato tutto.
- Come, era cambiato tutto? Che significa?
La ragazza esitava a rispondere. Bambinella, che sedeva vicino a lei tenendole la mano, le diede una breve stretta, incoraggiandola. Quella allora riprese:
- Io mi ricordavo a una famiglia povera ma allegra. Mi trattavano come a una figlia, ridevamo tutto il tempo. La signora si metteva vicino a me e mi imparava tutto, a cucinare, a cucire. Mi diceva che poi, quando trovavo un marito e mi facevo una famiglia mia, sapevo fare tutte cose. Poi io... la vita mia  andata cos. Io non rimpiango niente, eh? Per mi credevo che la signora Sofia, la moglie, mi faceva una parte, mi diceva che avevo sbagliato.
- E allora?
- E invece, quando sono andata, mi ha fatto sedere in salotto, come a una signora. Io mi sentivo in difficolt, volevo che andavamo in cucina. E lei: no, diceva, siediti qua. Sei tu che hai fatto bene, e io male a fare la vita mia. E la casa...
Maione era attentissimo.
- La casa? Che era successo, alla casa?
- No, no, non era successo niente. Era tutto uguale. Per sembrava... morto, tutto morto. La bambina seduta che studiava, bianca bianca, a stento mi ha salutato. Andrea mi ha abbracciato forte e subito se n' uscito, mi pareva che si vergognava. Invece la signora mi parlava, mi parlava, pareva che non la voleva finire pi.
- E di che ti parlava?
- Mi parlava dei vecchi tempi, di quando io stavo l. Mi parlava del marito, come se era morto, come se era un ricordo di tanto tempo fa. Senza odio. Non mi disse niente, ma forse lo sapeva che io conoscevo il fatto della duchessa. Lo sanno tutti. E lei pure, brigadie': teneva gli occhi vuoti. Come se ci avevano levato il cuore da dentro, lo stomaco, il cervello, tutto. Perci prima ho detto che mi faceva impressione. E che non ci voglio andare pi.
Segu un lungo silenzio. Bambinella accarezzava la mano dell'amica, come per consolarla di una perdita. Gilda, mentre raccontava, non aveva cambiato tono di voce; ma ora era segnata da una profonda tristezza. Le macchie di sugo di pomodoro attorno alla bocca la facevano sembrare una bambina che giocava a imitare gli adulti.
Dopo un po', Maione chiese:
- Stammi bene a sentire, Gilda: ti ricordi per caso se in casa c'era una pistola? Fai uno sforzo di memoria: per noi e una cosa importante.
La ragazza fece per rispondere, poi si ferm. Guard Bambinella, poi il brigadiere, e disse:
- Il padrone ha fatto la guerra, era ufficiale. La pistola sta chiusa nel cassetto della scrivania, una volta me l'ha fatta vedere per farmi mettere paura, e si  fatto pure una bella risata. Ma la tiene chiusa a chiave, e la chiave ce l'ha solo lui.

28.

Quando Ricciardi e Maione si ritrovarono in questura, ormai era sera. Il brigadiere riport le informazioni che aveva raccolto dal giro delle bettole, da Bambinella e da Gilda, la cameriera diventata prostituta.
Dal canto suo Ricciardi fu evasivo, sorvolando sulla sua indagine personale; non voleva evitare di condividere le informazioni, ma era certo che la strada che stava percorrendo poteva essere pericolosa anche solo a conoscerne l'esistenza, e preferiva lasciarne fuori Maione. Almeno per il momento.
Ogni novit che raccoglievano sul conto di Capece e Musso sembrava confermare un'impressione di colpevolezza per entrambi. E, paradossalmente, pi si formava l'idea che ognuno di loro fosse l'assassino, meno la cosa sembrava dimostrabile in maniera certa. Un bel rompicapo.
Proprio mentre stavano cercando di stabilire le nuove strategie d'indagine, picchiettarono nervosamente alla porta dell'ufficio di Ricciardi. Maione fiss il commissario con intenzione:
- Questo secondo me  quell'infame di Ponte. E' l'unico che bussa per come parla e per come guarda in faccia: a colpetti, senza coraggio. Un altro poco e raspa, come un cane.
Ricciardi sospir e disse:
- Avanti!
Era infatti era Ponte, pi sudato e nervoso che mai.
- Commissario, buonasera. Vi devo chiedere di venire subito nell'ufficio del dottor Garzo. Ha detto subito, immediatamente insomma. Vi prego, venite.

Dopo una giornata cos dura, Ricciardi non era in grado di opporre resistenza allo sguardo sfuggente e guizzante dell'ometto; inoltre, anche se non poteva dirlo a Maione, era curioso di sapere quali fossero le rimostranze che il vicequestore aveva da fare. Sorprese perci sia lo stesso brigadiere che Ponte, alzandosi di buon grado e dicendo:
- Subito, hai detto? E noi subito andiamo.
Trovarono il vicequestore che passeggiava nel suo ufficio avanti e indietro, come un leone in gabbia; il colletto sbottonato, la cravatta allentata, la giacca su una gruccia e il gilet aperto. Sulla scrivania, normalmente immacolata e con pochi fascicoli ordinatissimi, erano sparsi fogli con trascrizioni di fonogrammi, documenti e matite spuntate. Appena vide entrare Ricciardi e Maione, cominci a sbraitare:
- Ve l'avevo detto! Non potete dire che non vi avevo avvertito! E successo quello che avevo previsto. E ora, Ricciardi? E ora? Che avete intenzione di fare, adesso?
Ricciardi non batt ciglio. Rimase in piedi, le mani in tasca, la ciocca di capelli sulla fronte. Garzo era li, fremente, in attesa di una risposta. Maione e Ponte, alle spalle di Ricciardi, si chiedevano che cosa il commissario avrebbe detto; lui si strinse nelle spalle e disse:
- Se non mi dite che  successo, non vedo cosa vi possa rispondere.
Stavolta Garzo non aveva intenzione di farsi irretire dal tono di Ricciardi.
- Ha telefonato il direttore del "Roma". E sapete a chi ha chiamato? A me! Non al questore, come avrebbe dovuto. Il maledetto ha chiamato direttamente me, sapendo chi  che si occupa delle questioni operative.
- E siete voi, che vi occupate delle questioni operative?
Garzo era troppo angosciato per cogliere l'ironia.
- E sapete che mi ha detto? Che  sua intenzione scrivere un articolo contro gli intollerabili metodi della polizia che, senza elementi probanti, e ripeto senza elementi probanti, fa irruzione addirittura nelle redazioni dei giornali. Capite, adesso? Un articolo sul giornale! E per colpa vostra, e del vostro fido accompagnatore, qua! - aveva concluso indicando Maione, il fiato corto.
Era veramente fuori di s. Ricciardi rispose con lo stesso tono di prima, come se gli stesse offrendo un caff.
- Sono contento che ci abbiate convocato, dottore. Se avessi saputo che, cosa insolita, a quest'ora vi trovavate ancora in ufficio, sarei venuto a parlarvi io stesso. Devo chiedervi un'autorizzazione.
Garzo sbatt le palpebre, come se si fosse appena svegliato da un brutto sogno.
- Un'autorizzazione? Che autorizzazione?
- L'autorizzazione a perquisire l'abitazione e interrogare i familiari di Capece Mario, caporedattore del quotidiano "Roma".
Mamma santa, pens Maione, mo' a questo gli viene un infarto. E in effetti Garzo parve avere un malore. Impallid, fece due passi indietro, brancol con la mano finch prese il bracciolo della sua poltrona e vi si lasci cadere a piombo, con un rumore sordo. Boccheggi a vuoto, poi imbarc aria ed espir. Infine disse, con voce flebile:
- Come, di Capece? Ma allora non avete sentito quello che vi ho detto? Vi ho appena detto...
- Lo so, quello che mi avete detto. Il fatto  che dalle indagini odierne sono emersi alcuni importanti elementi. Abbiamo ragione di ritenere che la duchessa di Camparino avesse da poco iniziato una relazione. Un'altra.
Garzo respirava a fatica.
- Un'altra? E con chi?
Ricciardi non ebbe piet.
- Non sono ancora in grado di dirvi il nome, dottore. Ma si tratta di una tra le massime cariche cittadine.
Per Garzo fu come se gli avessero sparato. Tra le massime? E quale? Gli passarono davanti agli occhi il prefetto, un uomo anziano in possesso di enormi aderenze a Roma; l'alto commissario, nominato direttamente dal Duce; il questore, che non aspettava altro che un suo passo falso per liberarsi di un temibile concorrente.
A Ricciardi e Maione sembrava di udire il rumore del cervello del vicequestore che lavorava febbrilmente. Una catastrofe. Si profilava una catastrofe. Quando ritenne che il superiore avesse assimilato la portata del problema, Ricciardi continu:
- Se quindi non riusciamo in tempo a escludere Capece dai possibili colpevoli o, in alternativa, a imputargli il delitto al di l di ogni dubbio, sar inevitabile per lui rivelare che la gelosia per la nuova relazione della duchessa lo aveva spinto alla scenata dell'altra sera. E a fare il nome di... dell'altro uomo.
Garzo schizz in piedi, come se qualcuno gli avesse punto il sedere con uno spillone.
- No! Mai! Questo non deve mai accadere, Ricciardi. Voi lo capite, no? Non aspettano altro per togliermi... per privarci della necessaria autonomia. Che intendete fare, per evitarlo?
Ricciardi si strinse di nuovo nelle spalle, tenendo le mani in tasca. Il tono si era fatto ancora pi vago.
- Mah, non saprei. Forse, se trovassimo l'arma del delitto, potremmo arrestare Capece senza toccare l'argomento. A lui stesso non converrebbe; in fondo, a quanto pare aveva diversi motivi di gelosia, perch andare incontro a un processo facendosi nemici potenti? E se non la trovassimo, potremmo alla fine rivolgerci altrove: forse l'assassino non  lui.
Garzo riflett sulle implicazioni di quanto aveva detto Ricciardi. Alla fine, vide la luce. Un lento, largo sorriso si apr sulla sua faccia come un fiume alla foce. Rimaneva comunque una grande chiazza rossa sul collo.
- S. S, s. Va bene, Ricciardi, avrete l'autorizzazione. Fate cos. Ma per carit, che nessuno sappia della... dell'altra cosa. Nessuno. Mai. Domattina troverete il documento sulla vostra scrivania. E ancora una cosa... Grazie.
All'uscita dall'ufficio di Garzo, Maione non stava nella pelle.
- Commissa', stavolta l'avete quasi ammazzato a 'sto poveretto. Ma che  'sta storia dell'altra relazione? Ho capito che ve la siete inventata, ma a che pro? Durer massimo una giornata o due, prima che pure un fesso come a Garzo lo viene a scoprire, che non c' nessuna terza persona.
Ricciardi si assicur che non ci fosse nessuno ad ascoltare. Con gente come Ponte, non si poteva mai sapere.
- Non c'era altro modo: dovevo rilanciare. Se no ci imbavagliava e ci legava, e noi non ci potevamo muovere proprio pi. E invece sono convinto che tra Ettore e Capece qualcosa sta per venire fuori veramente. La tua notizia di oggi, quella della pistola a casa Capece,  l'unica cosa concreta che abbiamo, e dobbiamo per forza andare a vedere. Ti ripeto, era l'unico modo.
Maione si tolse il cappello e si gratt la testa.
- E allora che vi devo dire, commissa'? Avete fatto la cosa giusta. E che il Padreterno ce la mandi buona.

Sofia Capece affettava cipolle e pensava agli animali. Agli erbivori, per la precisione.
Pensava che anche le bestie pi mansuete, quelle alla fine della catena alimentare, senza aggressivit n artigli o zanne, potevano diventare violente. Lo diventavano se vedevano in pericolo i cuccioli. Ed erano le femmine, quelle deputate alla conservazione della specie, quelle che dovevano occuparsi di generare e proteggere i piccoli, quelle che dovevano riparare anche agli errori dei maschi, lontani per la caccia o per altre fatue imprese, che lasciavano le tane e le caverne incustodite.
Lei era determinata a difendere la sua casa e i suoi cuccioli. Non poteva permettere che un errore del padre mettesse a repentaglio il loro futuro. Era il suo compito, come pi volte aveva detto lo stesso Duce.
Preparando la cena per i propri figli e anche per il marito, che probabilmente non sarebbe rientrato nemmeno quella sera, Sofia consider che alla fine il pi pericoloso tra gli animali  la femmina.
Il maschio uccide, lotta, urla.
La femmina difende.
Perch, se il maschio  forte, la femmina  furba.

Enrica affettava cipolle e pensava di essere una stupida.
Forse aveva ragione la madre, che diceva che la missione di una donna  trovare un marito e fare dei figli. Che non bisognava aspettare il grande amore, perch quello che conta veramente  avere una casa propria e la sicurezza di una presenza forte, vicino. Forse Sebastiano, nella sua fatua ottusit, privo di mistero e di fascino com'era, le avrebbe fornito quella presenza, non venendole mai meno: un solido commerciante di via Toledo, com'era suo padre in fondo.
Eppure Enrica non vedeva proprio nulla in comune, tra il padre e Fiore: l'uno era un sognatore, aveva idee politiche avanzate e liberali, slanci di generosit e un fortissimo senso dell'onore; l'altro si interessava solo a cose inutili, e non le pareva nemmeno portato per il lavoro.
L'alternativa qual era? Guard verso la finestra buia dall'altra parte del vicolo. Un uomo solitario ed enigmatico, con un lavoro difficile e pericoloso, temuto da tutti e forse odiato. Probabilmente fidanzato con una donna che pareva uscita da un film, in cui interpretava l'amante di un gangster.
No, aveva ragione la madre: meglio andare avanti con Sebastiano, e metterci una pietra sopra.
Si asciug le lacrime con la manica. Maledette cipolle, pens.

Affettando cipolle, Lucia Maione piangeva e sorrideva. Le lacrime erano per l'odore acre che veniva dal piatto, dove continuava ad ammassare le fettine sottili; il sorriso era per il marito.
Aveva notato che anche lui ora stava attento al mangiare, come gli aveva chiesto di fare. Era sicura che aveva capito quanto fosse importante per lei, averlo in buona salute per altri cinquant'anni almeno. Non poteva vivere senza il suo Raffaele, lo aveva finalmente compreso. In quegli anni, in cui era stata la sacerdotessa del suo stesso dolore, aveva rischiato di perderlo: lo vedeva per quello che era, un uomo bello, imponente, affascinante; la sua onest, la sua rettitudine gli avrebbero impedito di avere una relazione; se avesse incontrato un'altra, l'avrebbe lasciata. E lei avrebbe dovuto dargli ragione: in fondo, lo aveva abbandonato.
Ma ora era determinata a curarselo, il suo uomo. E a non permettere a nessuno di toglierglielo, nemmeno a Dio. Aggiunse le cipolle alla zuppa di verdure che aveva preparato, senza carne n pasta, e mise la pentola sul fuoco.

Rosa tolse la pentola dal fuoco. La guardia che era venuta ad avvisarla che Ricciardi non avrebbe cenato a casa se n'era appena andata, toccandosi la visiera del cappello in segno di saluto.
E dove avrebbe cenato? Che cosa avrebbe mangiato? Sicuramente qualcosa che avrebbe aggravato il suo mal di stomaco. Credeva forse che non si era accorta, che da tre giorni si toccava continuamente l'addome? Rosa era preoccupata. Ormai era certa che il problema di Luigi Alfredo fosse la signorina Colombo, la figlia del cappellaio del palazzo di fronte.
Quella mattina era venuta a farle i capelli la moglie del comune fornitore di carne. La donna le aveva raccontato di come, proprio il giorno in cui aveva avuto inizio lo strano comportamento di Ricciardi, fosse stata chiamata d'urgenza per mettere a posto i capelli di Enrica, in previsione di una visita che doveva ricevere.
La madre aveva detto alla pettinatrice che si trattava di una cena che aveva organizzato all'insaputa della figlia, per la quale era molto preoccupata in quanto a quasi venticinque anni non era ancora fidanzata. La donna era stata estremamente precisa, riferendo a Rosa parola per parola.
Si chiese come avrebbe potuto far capire al suo ragazzo che era ora di muoversi, di prendere in mano la propria esistenza. Che non si poteva vivere alla finestra.
Prese le cipolle, e cominci ad affettarle per la cena dell'indomani.

29.

Quando Ricciardi chiuse la porta dell'ufficio, ormai era quasi buio. Nella penombra del corridoio distingueva chiaramente le immagini della guardia e del ladro morti, luminescenti di sofferenza rappresa. Maria, Maria, che dolore, diceva il poliziotto. Appunto, pens Ricciardi. Che dolore.
Era molto stanco. Scendendo le scale della questura, nella sua mente i particolari dell'omicidio Camparino navigavano sconnessi e senza senso, come asteroidi in un cielo buio. L'anello tolto, riflett per analogia col morto che gli aveva appena parlato. E la traccia di terriccio sul tappeto, le costole rotte, il catenaccio non forzato. Le chiavi nel cassetto, le unghie spezzate. Dettagli, ognuno con un suo peso: ma che funzionavano solo se messi in un quadro di cui si conosceva la figura principale.
Ricciardi ironizzava spesso, quando gli raccontavano del cinematografo o dei libri dalla copertina gialla in voga da un paio d'anni. L tutto quadrava sempre, il detective trovava soltanto gli indizi che portavano alla scoperta del colpevole.
A lui non piaceva il cinematografo e leggeva pochi romanzi: non sopportava la finzione, quando si trattava di delitti. Era convinto che ce n'era gi pi che abbastanza, di crimine, per inventarsene ancora. E comunque la realt era ben diversa: gli indizi falsi erano uguali a quelli utili, finch si scopriva il quadro generale.
Sobbalz quando si sent chiamare dalla guardia di servizio al portone.
- Commissario, buonasera. C' qui una signora che vi aspetta.
E si fece da parte, per lasciare il posto a Livia.
Ricciardi consider che, per quanto l'avesse incontrata di recente, era sempre pi bella di come la ricordasse. Indossava una blusa di seta a larghe fasce orizzontali e una gonna stretta sui fianchi, appena sotto le ginocchia. Sui capelli, corti a lasciare scoperto il lungo collo, un cappellino a cloche sulle ventitre. Le lunghe gambe, inguainate in calze trasparenti, terminavano in un paio di scarpe dal tacco alto. Un generoso dcollet ospitava una collana d'ambra. Le mani affusolate erano fasciate da guanti neri che arrivavano al gomito.
Rivolse un sorriso radioso alla guardia, che rimase visibilmente abbacinata.
- Grazie, appuntato. E' stato un piacere attendere con voi... L'uomo salut militarmente, senza riuscire a chiudere la bocca. Ricciardi lo squadr con disappunto, ma non si sent di rimproverarlo. Si rivolse invece a Livia:
- Salve, signora. A che devo il piacere della vostra visita? Avete informazioni per noi?
La donna intu l'imbarazzo del commissario al cospetto del sottoposto, e recep l'indicazione sottintesa.
- S, commissario. Vi devo relazionare su... su quanto sapete. Ci vorr del tempo, per. Non credo che faremo tanto presto.
Ricciardi annu impassibile, poi si gir verso la guardia.
- Capezzuto, manda qualcuno a casa mia; fai avvertire che non torno presto, e che alla cena ci bado da solo. Non ti dimenticare.
La guardia richiuse la bocca con uno schiocco.
-'gnors, commissa', state senza pensiero. Mando subito.
Appena fuori dal portone, girato l'angolo, Livia scoppi a ridere infilando il braccio sotto quello di Ricciardi.
- Hai visto? Sono stata brava? Posso fare anch'io la poliziotta, allora.
Il commissario la guard; era splendida. I tratti del viso sottolineati da un trucco leggero e sapiente; ma non era solo quello. Era la luce che aveva negli occhi. Ricciardi ricordava il loro primo incontro, in occasione della morte del marito: lo sguardo era velato dalla sofferenza, dai rimpianti. Era uno sguardo che conosceva, perch condiviso dai vivi e dai morti: lo sguardo del dolore. Poi aveva cominciato a cambiare, soprattutto nei suoi confronti. Il velo pian piano era caduto, e ora sembrava una ragazzina che ha appena ottenuto quello che voleva.
- Come mai, questa decisione di presentarti qua? Come sapevi di trovarmi ancora in ufficio a quest'ora?
Lei rise ancora.
- Ma se lavori sempre fino a tardi! Non ricordi che me l'hai detto tu stesso? E poi, per non sbagliare, sono venuta alle sette.
Ricciardi era sinceramente meravigliato.
- Alle sette? Ma se sono passate le nove! E che hai fatto, per tutto questo tempo?
- Ho letto due volte "La Domenica del Corriere" di tre settimane fa. E' l'unica cosa diversa da verbali o registri che avete nella sala d'aspetto della portineria. E poi ho chiacchierato un po' con la tua guardia; parlavo da sola, per, perch lui non riusciva a rispondere senza impappinarsi.
- Immagino; non sei certo il soggetto tipico con cui parla il povero Capezzuto ogni giorno. E comunque, ripeto: come mai sei qua?
- Se vuoi essere sgarbato, fai pure: questa  una notte magica, ma hai visto quante stelle? Non intendo consentirti di mettermi di malumore. Ho deciso di rapirti, per una sera. Siccome so che non verrai mai a trovarmi con i tuoi piedi, sono venuta io. E voglio portarti in un bel posto, voglio bere qualcosa di frizzante, ti voglio guardare e voglio che tu mi guardi. E voglio ridere, e voglio che tu rida. Rassgnati.
Era vero: c'erano migliaia di stelle. E la notte era dolce, con un vento caldo che si portava via un po' d'umidit. Perch no?, si disse Ricciardi; in fondo lo hai anche pensato, di essere meno villano con lei, se l'avessi rivista. La mente and a Enrica, rapida come una freccia. E, come una freccia, rimbalz sul giovanotto sussurrante e torn ai suoi piedi.
- Va bene, cedo alla violenza. Non faremo tardi, per: domani ho una giornata lunga...
- ... e difficile, proprio come tutte le altre, - concluse lei. - Non ti preoccupare, tolgo alle tue indagini segretissime non pi di due ore. Il tempo di mangiare qualcosa.
Andarono in un ristorante appena fuori la Galleria, frequentato dai cantanti dopo la recita al San Carlo. Era singolare che Ricciardi, che viveva a Napoli e lavorava non distante, non conoscesse quel posto, mentre Livia, che viveva a seicento chilometri, veniva salutata con grande familiarit dalla padrona del locale.
- Ho cantato a Napoli un paio di volte, sai? - si giustific una volta districatasi dall'abbraccio della donna.
Fu una serata strana, per Ricciardi. Tutti gli uomini presenti, accompagnati o meno da altre signore, fissavano Livia. Il commissario percepiva su di s ondate di invidia, e la sensazione tutto sommato non era spiacevole; una volta tanto, qualcuno avrebbe voluto essere al suo posto.
Mangiarono pesce fresco del golfo; la padrona, che era anche la cuoca, disse loro del pescatore che usciva ogni notte apposta per rifornire il suo ristorante, e della difficolt di cucinare ricette diverse a seconda del pesce che arrivava, che non era mai lo stesso. Chiese a Livia chi fosse Ricciardi e che mestiere facesse, come se lui non fosse presente; Livia rispose che era un professore d'orchestra e lui gliene fu grato. Prov anche, mentre quella donna bellissima gli raccontava ridendo aneddoti della sua carriera, a immaginare come sarebbe stato se fosse stato vero. Se avesse suonato il violino o il contrabbasso. Se la sua fosse stata una vita normale, con la difficolt di arrivare alla fine del mese e con le scarpe sfondate, ma senza dolore e senza un morto che gli parlava a ogni angolo di strada.
Non diede un grande contributo alla conversazione: i suoi non erano aneddoti che potessero essere raccontati a tavola. Ma non avrebbe mai creduto di trovarsi cos a proprio agio. La risata dolce e musicale di Livia dava alla testa, pi del vino bianco freddo che accompagnava il pesce.
Arrivarono due posteggiatori, i musicisti cantanti che animavano le serate in locali come quello: una chitarra e un mandolino, accarezzati da mani virtuose e capaci. Le canzoni, la voce della citt, svegliarono anime addormentate e riportarono a galla antiche emozioni. La proprietaria del locale insistette perch Livia cantasse, e lei si scherm a lungo, ridendo. Poi cedette, e puntando i suoi grandi occhi neri in quelli verdi di Ricciardi accenn la prima strofa di 'O sole mio. L'accento era ben distante dal napoletano, e si trattava di una canzone da uomo: ma la voce da contralto era calda quanto e pi dell'aria che saliva dal mare, e alla fine la sala scoppi in un applauso scrosciante.
Quando uscirono era passata mezzanotte. L'ora tarda, la lunga giornata, il vino e le emozioni nuove avevano stordito Ricciardi, che si osservava dall'esterno, come da una finestra. Non riusciva a liberarsi dalla brutta sensazione di star facendo a Enrica qualcosa di male; ma Livia gli allentava la morsa dietro lo stomaco. Se deve andare cos, che cos vada, pens.
Quanto a lei, era felice come non lo era pi da molti anni. Tirare fuori Ricciardi dal suo guscio era come andare in cerca di diamanti: difficile ma gratificante. E nello sguardo di lui, non sempre ma qualche volta s, aveva visto brillare una luce nuova. Sapeva di piacergli, ma intuiva anche che c'era un ostacolo, qualcosa che gli impediva di aprirsi completamente. Con astuzia si era fatta raccontare della sua vita, della famiglia: aveva avuto la conferma che non ci fosse un'altra donna, almeno che non fosse presente istituzionalmente; ma il suo intuito le diceva che nel cuore del tenebroso commissario qualcuna c'era.
Poco male, si era detta. Come  entrata pu uscirne. Baster aprire la porta, e prendere il suo posto.
Ricciardi la stava accompagnando in albergo; lei, appesa al suo braccio, si godeva la notte che avvolgeva piazza del Plebiscito, le colonne e le statue di antichi re, con l'unico suono delle sue scarpe che picchiettavano le grandi pietre. Aveva letto l'inscrizione sull'ingresso della chiesa, e Ricciardi le stava spiegando che si trattava dell'ex voto di un re per la fine della peste in citt, quando nel vicolo che dava sulla piazza alcune ombre si staccarono dalle altre.
Da principio Ricciardi, che guardava l'inscrizione traducendo, non se ne accorse; sent la mano di Livia che si contraeva sul suo bicipite e si gir in tempo per vedere quattro figure che li circondavano. I volti non si distinguevano, era troppo buio; ma l'attenzione del commissario fu attratta dai vestiti scuri e stazzonati, dagli stivaloni che calzavano e soprattutto dai bastoni che stringevano in pugno.
Livia si lasci sfuggire un lamento e uno degli uomini le intim di tacere, con un insulto. Ricciardi gli si par davanti, fissandolo senza paura. L'uomo lo schiaffeggi, una sola volta. Mentre alzava di nuovo la mano, e gli altri tre avanzavano, Ricciardi scand con voce ferma, come se recitasse una poesia:
- Buffoni pagliacci, siete solo quattro buffoni pagliacci. Quattro per uno, vergogna, vergogna, buffoni pagliacci.
Uno dei quattro trasse un respiro profondo, come se fosse stato colpito allo stomaco. Indietreggiarono. Uno lasci cadere il bastone, si gir e se la diede a gambe. Altri due lo seguirono quasi subito. L'ultimo, quello che aveva dato lo schiaffo, disse:
- Stai attento, Riccia'. Statti attento a dove vai girando di notte, e alle domande che fai. Ch se non stai attento, la prossima volta non sono bastoni. Sono coltelli.
E scapp anche lui.

30.

Contrariamente a quanto si sarebbe aspettato, Ricciardi aveva dormito come un sasso; forse per il sonno arretrato della notte precedente. Aveva sognato, ma non ricordava molto: qualcosa di confuso che aveva a che fare con le scarpe. Probabilmente gli stivali dei quattro sconosciuti, stava pensando la mattina dopo, nel suo ufficio.
Quello che era successo spiegava molte cose e ne confondeva altre. Aveva deciso di non parlarne a nessuno, nemmeno a Maione; voleva prima verificare i collegamenti, capire bene cosa avesse scatenato l'aggressione. Gli dispiaceva per Livia, che si era trovata in mezzo a una situazione che non era frequente; era convinto che lei avrebbe considerato ancora pi strana e difficile la sua vita, e questo, chiss perch, non gli andava a genio.
Non aveva avuto paura, neppure quando quell'uomo lo aveva schiaffeggiato, perch sapeva che erano li solo per spaventarlo; ma la presenza di Livia lo aveva reso debole. Era responsabile per la sua incolumit, le aveva fatto scudo col corpo, ma chiss che cosa avrebbe provato se con lui ci fosse stata Enrica. L'aveva accompagnata in albergo in silenzio. Lei non gli aveva lasciato il braccio, stringendolo piano, come a sostenerlo piuttosto che essere sostenuta. Nel salutarlo lo aveva baciato, sfiorandogli le labbra; lui non aveva risposto al bacio ma non l'aveva allontanata.
Guardando dalla finestra la citt non ancora del tutto sveglia, decise che l'amore  un liquido. Come l'acqua, ma pi denso, un fluido simile all'olio, che invade ogni spazio prendendo la forma del contenitore, insinuandosi
negli interstizi, contaminando ogni cosa. E il peggiore, il pi forte,  quello che scorre al buio, che  abituato a superare ogni ostacolo, che non conosce requie n sonno. L'altra notte io l'ho visto, constat. E l'amore che scorre di notte, che si nasconde, non perdona chi  testimone del suo percorso.
Maione si affacci alla porta, anche lui mattiniero.
- Buongiorno, commissa'. Come andiamo, stamattina?
- Come sempre. E c' pure chi si  svegliato prima di me. Ho trovato questo, sulla scrivania:  il permesso di perquisire casa Capece e di interrogare i famigliari.
Maione si freg le mani.
- Oh, e finalmente ci fanno faticare come dobbiamo faticare. Era ora. Anche perch, adesso come adesso, Capece  il principale sospettato. O no, commissa'?
Ricciardi continuava a guardare fuori dalla finestra, le mani in tasca. La lieve brezza calda che entrava muoveva piano la ciocca di capelli sulla fronte.
- Mah, sai, non si pu mai dire. Ci sono ancora cose da capire bene, che non sono chiare.
- Pensate al signorino, eh, commissa'? Per Capece, abbiate pazienza: la pistola, e ce l'ha; l'alibi, e non ce l'ha; il movente, e ce l'ha; testimoni a discarico, e non ce li ha. Permettete che tutto quadra?
Il commissario fece un gesto vago con la mano.
- E a me fa paura, quando tutto quadra. Lui la duchessa l'amava, no? Su questo siamo d'accordo. E mi sembrava disperato veramente, quando ci abbiamo parlato. Poi  venuto al funerale: secondo me un assassino non lo corre questo rischio. Pu essere stato lui, non dico di no. Ma ancora non  sicuro. Andiamoci e vediamo.
- Signors. Andiamo subito?
- No. Ci andiamo dopo. Prima ho una cosa da fare, per conto mio. Tu aspettami qua, io mancher un'oretta.
Maione annu. Ma era preoccupato.

Livia non aveva chiuso occhio.
Non tanto per lo spavento, e questo la sorprendeva, perch c'era stato sul serio da aver paura. Quello che l'aveva agghiacciata era stato il timore di perdere lui. Strano, per una a cui hanno ucciso il marito, si disse; eppure non ricordava di aver avuto una stretta al cuore cos forte se non quando il medico, anni prima, vicino alla culla dove giaceva il suo bambino, aveva scosso il capo sconsolato. Chi era quest'uomo?, si chiese. Cosa le aveva fatto, per essere cos importante per lei senza che tra loro ci fosse stato niente?
Nella luce dell'alba, sul balcone della sua stanza d'albergo, si accorse che stava piangendo. Senza un perch.

Ricciardi arriv a palazzo Camparino mentre la campana della chiesa suonava le nove. Gli venne incontro Sciarra con una ramazza in mano, seguito dal figlio che piagnucolava.
- Commissa', buongiorno. Comandate.
Ricciardi indic col capo il bambino che tirava la manica del padre, rendendola ancora pi lunga, rispetto al braccio, di quello che era.
- E perch piange, 'sta creatura?
Sciarra stir le labbra in una comica smorfia sotto il naso gigantesco.
- E perch, secondo voi? Come al solito, commissa': tiene fame, e lo vuole da me. Ma che ci posso fare, io, se non gli basta mai?
Il bambino protest fra i singhiozzi:
- No, pap, quella  Lisetta che si mangia sempre la merenda mia, e voi non ci dite niente.
Il padre era disgustato.
- Sei tale e quale a mammeta: piangi sempre. Piangi e mangi. Ma ditemi, commissa': che posso fare per voi? Volete parlare con donna Concetta? Mo' ve la chiamo subito. - No, non chiamate proprio a nessuno. Voglio parlare prima con voi.
Sciarra sbianc e deglut.
- Come, con me? Io vi ho detto gi tutto quello che so, ho parlato pure col brigadiere Marrone... Ricciardi si sforz di non ridergli in faccia.
- Maione, si chiama. E vi devo fare qualche altra domanda. Dove ci possiamo mettere?
L'ometto esit.
- Accomodatevi al posto mio, nella guardiola vicino al portone. Vado a prendere un'altra sedia e mando questo chiodo di Dio dalla madre, cos si fanno un bel pianto insieme e sono contenti.
Torn dopo un paio di minuti, barcollando sotto il peso di una sedia presa dalla cucina. Il cappello, girato all'indietro, gli era sceso sugli occhi.
- Ditemi, commissa', - sospir sedendosi.
Ricciardi aspett che si sistemasse la divisa, sollevandosi le maniche e girandosi il berretto, poi parl.
- Allora, Sciarra: parliamo del signorino Ettore. Io devo sapere il pi possibile dei suoi movimenti, delle sue abitudini. Quello che fa e quello che non fa.
Sciarra allarg le braccia.
- Ma io non ne so molto, commissa'. Quello se ne sta sempre sul terrazzo, per conto suo...
Ricciardi interruppe con decisione la litania, alzando una mano.
- Mettiamo le cose in chiaro: io vi piglio e vi porto dentro, per reticenza. Ci metto un attimo. Non  possibile che fate il custode e non sapete le cose. Mi risulta per certo che il signorino va e viene, che esce spesso e volentieri. Quindi non ditemi fesserie, e soprattutto non mi fate perdere tempo.
Sciarra si ripieg come se si fosse trovato sotto una pioggia di pugni e calci.
- Commissa', capitemi: io qua ci devo lavorare, non lo posso perdere questo posto. Voi non avete idea di quello che si mangiano i figli miei, io dove vado, dove me li porto?
- E se il posto lo volete conservare, allora vi conviene dirmi quello che voglio sapere.
L'ometto trasse un profondo respiro.
- Va bene, volete cos e cos sia. Veramente lo vedo poco, quello se ne sta tutta la giornata per i fatti suoi, sul terrazzo. Cura le piante, se le annaffia da solo. Non vuole aiuto, una volta mio figlio, il grande, si  affacciato alla porta sua perch gli pareva di aver sentito piangere, e lo ha cacciato in malo modo, quella creatura mia  caduta per tutte le scale... Gli ha detto che doveva stare al posto suo, che non si doveva permettere nemmeno di guardare dentro, a casa sua. Il signorino  cos: certe volte ti sorride, ci regala una caramella ai bambini. Certe altre pare che gli hai ammazzato qualcuno, ti fa certe occhiate di odio che i bambini vengono a piangere sotto alla gonna della madre.
Ricciardi voleva sapere altro.
- A parte l'umore, io voglio capire dove va la sera tardi, quando esce.
Ricciardi vide distintamente le goccioline di sudore formarsi sull'enorme naso di Sciarra.
- Ma non lo so! Vi posso dire che... che spesso esce, di sera, s. Mentre sto annaffiando le ortensie, mi fa pure certe partacce, dice che i fiori si devono annaffiare la mattina all'alba o al pomeriggio, ma io gi mi sveglio alle sei, e la sera se non torno io i bambini non mangiano e vado a dormire tardi...
- Esce, dite. E dove va?
- Non lo so, vi ho detto. Certo non lo viene a dire a me. E certo non lo dice al padre, che non ci va mai nemmeno a trovarlo. Una volta ha detto a donna Concetta: se il vecchio crepa di notte, non mi venite a cercare. Quello il duca nemmeno lui lo vuole vedere al figlio. Non ci pensa proprio, dice che pure lui  morto come la prima duchessa.
Ricciardi non intendeva seguire le divagazioni del custode.
- Ma  mai capitato che qualcuno lo venga a prendere? O che lui torni a casa con qualcuno?
Sciarra corrug la fronte nello sforzo di ricordare.
- Una sera, quest'inverno, pioveva forte. Io avevo chiuso il portone, e le chiavi le tenevano solo la duchessa e il signorino. Si sono messi a battere, pugni e calci, io mi sono svegliato e ho aperto. C'era una macchina, con qualcuno dentro che aspettava. E un autista che mi ha detto di andare subito a chiamare il signorino. Io sono salito e la porta era aperta. Ho chiamato, una, due volte.
E uscito, teneva una faccia... mi pareva che aveva pianto. Non mi ha detto niente, se n' andato con la macchina, sotto alla pioggia. Ma non ho visto chi c'era, dentro, commissa', ve lo giuro.
Ricciardi assentiva, come se si fosse aspettato un evento cos.
- E com'era, la macchina? Teneva qualche segno, che so, un'insegna?
Sciarra esit.
- No. Non mi ricordo, ma mi pare di no. Era una macchina nera, comunque. Grossa.
Dopo un attimo di riflessione, Ricciardi chiese ancora:
- Un'ultima cosa, Sciarra. Il catenaccio. Siete sicuro che le chiavi le tenevano solo loro due?
- S, commissa'. La duchessa per chiudere la sera, quando tornava; e il signorino ha un mazzo di riserva, se  necessario entrare di notte, per qualche motivo. E la mattina l'abbiamo trovato come se la duchessa lo aveva aperto: richiuso e appeso vicino alla catena.
Ricciardi si alz.
- Va bene. Adesso accompagnatemi dal signorino Ettore.

31.

Concetta entr nella stanza del duca, come camminando sull'aria. Aspett di abituarsi all'oscurit, attenta a notare qualsiasi variazione nel rantolo profondo che veniva dal letto. Era sicura di non aver fatto nessun rumore, nemmeno un fruscio leggero. Aspettava. Un piccione tub sul davanzale della finestra. Dal respiro di agonia venne fuori una voce aspra, come se il moribondo parlasse nel sonno.
- E tornato, vero? Il commissario, quello giovane.
Nel buio Concetta annu, le mani intrecciate in grembo. Non poteva averla vista, non poteva averla sentita. Ma il duca sapeva che lei era l, e da quanto tempo; Concetta aveva smesso da anni di sorprendersi per quella capacit del vecchio.
- Verr fuori tutto. Non si pu evitare.
Concetta consider la questione. Poi disse:
- Non  detto. E' stato molto attento, sempre.
Il duca tacque. La tosse gli scosse il petto; brancol sul comodino ingombro di flaconi di medicinali e afferr un fazzoletto sporco che si premette sulla bocca, per poi guardarlo con gli occhi cisposi.
- Sangue. Ma quanto ci mette, maledetta? Quanto, ancora, per portarmi via?
Concetta cerc di distrarlo.
- Che dobbiamo fare? Come lo possiamo difendere? Dopo un altro accesso di tosse, il duca rispose:
- Non possiamo fare niente. Non pi. Vada come deve andare: in fondo meglio questo che... che la sua rovina. Concetta chin il capo e usc.
Sulla soglia dell'appartamento di Ettore, Sciarra e Ricciardi trovarono Concetta che li attendeva, immobile e silenziosa come una statua.
Appena la vide, Sciarra chiese licenza al commissario e si dilegu con evidente sollievo.
La donna disse: - Aspettate qua, prego, - e fece per entrare ad avvertire.
Ricciardi la ferm con decisione, mettendole una mano sul braccio.
- Grazie, signora, non c' bisogno. Conosco la strada.
E la super, addentrandosi nella stanza.
Ettore, in maniche di camicia e un grembiule addosso, stava sforbiciando accovacciato nei pressi di un vaso. Dal grammofono veniva musica sinfonica e lui l'accompagnava canticchiando accigliato. Si trov Ricciardi davanti, proprio mentre giungeva una Concetta insolitamente trafelata.
Si rivolse a quest'ultima:
- Maledizione. Non si pu stare tranquilli nemmeno in casa, adesso? Che accidenti ti ha preso, non lo sai fare pi il tuo mestiere?
La donna boccheggi, come se fosse stata colpita allo stomaco, il viso rosso di vergogna. Ricciardi ritenne di intervenire.
- Ha cercato di fermarmi, infatti. Sono stato io a non permetterle di avvertirvi.
Ettore si era levato in piedi. Aveva riacquistato il controllo.
- E, se  lecito, dove l'avete presa questa faccia tosta? Avete coraggio, commissario. L'ho pensato dalla prima volta che vi ho visto.
- Coraggio? E perch, ci vuole coraggio per interrogare un sospettato? O forse dovrei preoccuparmi di qualcosa? Che cosa dovrei temere?
- Parliamo chiaro, commissario? Credo di s, altrimenti sareste venuto accompagnato. Io conosco persone che entro stasera vi possono mandare al confino. O magari trasferirvi in Sicilia, in Calabria o nel Veneto. Persone che possono mettervi in un ufficio a compilare moduli per otto ore al giorno e per trent'anni. Lo sapete, questo?
Ricciardi non aveva battuto ciglio.
- E va bene, dottore. Volete essere chiamato cos, no? Rifiutate il vostro nome, ma non i privilegi che ne derivano. Per minacciarmi cos vuol dire che vi sentite minacciato. Che cos' che vi minaccia, allora? Le vostre amicizie vi possono proteggere anche da un omicidio?
Ettore rise di gusto, la testa all'indietro, le mani sui fianchi.
- E meravigliosa, la vostra ottusa testardaggine. Non l'ho ammazzata io, la cagna. Ve l'ho detto. Avrei dovuto, ma non ora; dieci anni fa, lo dovevo fare. Adesso non ne valeva pi la pena.
- Eppure, la messinscena del giorno del funerale aveva l'aria di una pubblica dichiarazione. E non perdete occasione di buttare fuori il vostro odio. Che senso avrebbe, se non per allontanare qualsiasi sospetto? E il non voler dire dove eravate, l'altra notte;  cos inconfessabile il vostro segreto, da rischiare un processo?
Ettore fu preso alla sprovvista. L'espressione da irridente divenne seria, quasi addolorata. Mosse la bocca, come per parlare, una, due volte. Poi fiss Ricciardi.
- Un processo? La galera? Non sono niente. Preferirei morire, piuttosto che dirvi dov'ero. E non perch io nasconda qualcosa di me, sia chiaro. E' che... ci sono altre persone. Io non posso, non voglio scegliere al posto di queste altre persone, tutto qui. E quindi, non vi dir dov'ero quella notte. N ora, n mai.
- Non vi rendete conto. Non abbiamo altri, che asseriscano cos lucidamente di aver odiato la duchessa. Chiunque sospettassimo aver fatto questa cosa, si difenderebbe tirandovi in ballo.
Ettore si strinse nelle spalle.
- E vorr dire che mi difender anch'io, usando le armi che ho. Non avete idea di che donna fosse. Non avete idea. Pu essere stato chiunque, a cominciare dall'amante principale, o uno degli altri cento che sicuramente aveva. Il giornalista lo avr fatto impazzire; giocava con lui come un gatto col topo. Cos ha fatto con il vecchio, finch lo ha distrutto.
- Ma voi non intendete dirmi dov'eravate, e a fare che. Mi costringete a indagare, lo sapete. Non sono il tipo che si fa mettere paura. Da niente.
Ettore sembr disorientato.
- Non so di che cosa parlate. E indagate pure, se credete. Io, da parte mia, difender... le scelte delle persone che erano con me. Le mie, di scelte, non ho bisogno di difenderle. E non temete: non lo uso, il mio nome. N nel bene, n nel male.

Maione non chiese a Ricciardi dove fosse andato. Immaginava che se il commissario avesse voluto, gliene avrebbe parlato. Si augur soltanto che non si mettesse nei guai: avevano a che fare con gente difficile. Gli pareva di camminare in un campo minato.
- Commissa', siamo pronti. Come volete che ci andiamo dai Capece, in macchina? L'indirizzo  sul Parco Margherita, al rione Amedeo. Non  vicino, con 'sto caldo.
- No, grazie. Vorrei campare ancora un tre, quattro anni: io non guido, e se guidi tu poi torniamo con gli otto cavalli della duchessa. Piuttosto, telefona al giornale e avvertilo, a Capece. Non  corretto che ci presentiamo a casa sua senza dirglielo, e poi secondo me  meglio se lo vediamo nel suo ambiente, cos cerchiamo di capirci qualcosa.
Maione, che era convinto di guidare benissimo, fece un'espressione offesa.
- Commissa', voi questo fatto della mia guida non ve lo volete levare dalla testa. Per quel paio di volte che abbiamo urtato qualche paletto, non significa che uno non sa guidare. Comunque, volete cos e va bene. Telefono io, a Capece.
Il brigadiere sapeva che a Ricciardi non piaceva parlare al telefono. Gli sembrava di non capire quello che l'interlocutore pensava, a non guardarlo in faccia; e poi gli aveva sempre fatto una brutta impressione, quell'aggeggio nero di bachelite senz'anima che parlava.
- E un'altra cosa: vatti a cambiare. Non mi va che ci presentiamo a casa di gente rispettabile, che magari gi soffre una condizione difficile agli occhi dei vicini, con le divise come se andassimo ad arrestare qualcuno.

Lucia osserv il marito dalla finestra, mentre in abiti borghesi scendeva verso via Toledo. Era preoccupata: il ritorno fuori orario, il cattivo umore, il fatto che si fosse andato a cambiare, lavandosi velocemente nell'acquaio in cucina senza quasi rivolgerle la parola. E ce l'aveva proprio con lei, infatti aveva accarezzato tenero i bambini che gli erano corsi incontro.
Gli aveva chiesto come mai fosse a casa. Lui aveva risposto, senza guardarla in faccia, che doveva lavorare in borghese e che si metteva il vestito marrone: era stirato? Certo che  stirato, aveva risposto lei piccata. E trovi una camicia pulita nel cassetto con tanto di lavanda, fresca e profumata. Figurati se lascio in disordine le cose tue.
Lui non aveva risposto ed era andato a vestirsi. Era uscito elegante dalla stanza da letto, con l'aria distratta. Lei gli aveva chiesto se, giacch era passata l'ora di pranzo, voleva qualcosa da mangiare, magari un po' di frutta che aveva preso da Ciruzzo proprio quella mattina. Lui l'aveva fissata intensamente, poi con un freddo: - No, grazie, - l'aveva salutata con un bacio frettoloso ed era uscito di nuovo.
Lucia era smarrita, disorientata. Raffaele che si cambiava a met giornata, Raffaele che si lavava, si profumava e usciva di nuovo in borghese, soprattutto Raffaele che rifiutava di mangiare. Prov una stretta dietro lo stomaco e si port una mano all'addome: non ho digerito, pens.
Ma si sbagliava.

Ricciardi camminava al fianco di un Maione elegante e silenzioso. Aveva anche provato a chiedergli se fosse successo qualcosa, ma l'espressione del brigadiere lasciava intuire una scarsa disposizione al dialogo. In realt tutto giocava a rovinare l'umore del grosso poliziotto: il caldo, la testardaggine del superiore a voler camminare a piedi, la giacca marrone che si chiudeva con difficolt nonostante i sacrifici alimentari, e l'immagine, che non riusciva a togliersi dalla mente, della moglie che andava a comprare la frutta alla maledetta ancorch premiata ditta Di Stasio. Propositi omicidi si alternavano alla sicurezza di un prossimo svenimento per il caldo o la fame, o entrambi. Prov come una contrazione dietro lo stomaco e, camminando, si port la mano allo sterno. Ecco, pens, ci siamo: un principio d'infarto.
Ma si sbagliava.

Ricciardi rifletteva. Capece e la sua pistola da un lato, Ettore e le sue reticenze dall'altro. E l'ipotesi del tentativo di rapina, che pur sempre andava considerata, o di un terzo che finora non era comparso nel teatro della vita della duchessa: per esempio, chi l'aveva accompagnata a casa, quella sera? Era stata vista andar via da sola dal Salone Margherita, ma nulla escludeva che poi avesse incontrato qualcuno: la confusione della festa avrebbe celato presenze inconsuete, probabilmente.
E a fare da sfondo a quelle riflessioni, di tanto in tanto comparivano nella mente del commissario Livia, i suoi occhi sgranati di fronte ai quattro buffoni pagliacci della tentata aggressione, e poi Enrica, il suo sguardo pieno di lacrime al Gambrinus. Subito gli torn alla memoria anche l'uomo che l'accompagnava, e contemporaneamente prov un morso allo stomaco. Forse ho fame, pens.
Ma si sbagliava.

32.

Era vero che Maione guidava male, ed era anche vero che Ricciardi, tra andare in automobile e andare a piedi, preferiva sempre la seconda soluzione; ma per quel particolare tragitto, fra la questura e il rione Amedeo, c'era un motivo.
Era successo che una decina di giorni prima, in via Dei Mille, un'automobile fuori controllo era andata diritta contro un lampione; la velocit non era particolarmente elevata, ma il parabrezza si era frantumato e aveva ucciso la famiglia che in quel momento si stava pavoneggiando a bordo della macchina nuova, marito, moglie e bambino in braccio alla mamma.
Ricciardi aveva letto dell'evento ed era stato attentissimo a evitare di passare di l, ben sapendo che il Fatto gli avrebbe regalato un momento spiacevole. Ora non poteva farne a meno, ma una cosa era percorrere il marciapiede, e un'altra passarci attraverso a bordo di una vettura sobbalzante sotto il piede isterico di Maione. Il male minore.
Sotto il sole spietato, attendeva la visione come un pugile attende il pugno dell'avversario, sapendo che, per quanto se l'aspettasse, sarebbe comunque giunta inattesa. E infatti, la prima volta che alz lo sguardo da terra si trov davanti uomo, donna e bambino seduti a mezz'aria dove una volta c'era un sedile, a un metro da un palo di ferro ancora piegato dall'impatto.
L'uomo era rimasto infilzato dal piantone dello sterzo, come quasi sempre accadeva in incidenti del genere; il torace sfondato era un cratere buio al centro di un'elegante giacca beige. Sulla faccia sorpresa spiccavano due
occhi spalancati, e dalla bocca aperta scorrevano due rivoli di sangue, risaliti dai polmoni schiacciati. La frase che il morto pronunciava mostrava che si era reso conto di quanto stava succedendo: Madonna, i freni, i freni, andiamo in faccia al muro.
Niente muro, pens Ricciardi. C' il palo, prima. Ogni cosa a suo tempo.
La moglie e il figlio; invece, non avevano capito niente. Meglio cos. La donna aveva la testa quasi staccata, e forse si era separata dal collo quando era gi morta. Ricciardi la vedeva ancora unita al corpo da un lembo sottile di carne sul lato sinistro, tagliata di netto dalla lamiera che circondava il parabrezza, colonna vertebrale inclusa. Nell'orrore dell'arteria che zampillava come una fontana sangue inutile, il viso esibiva un grottesco sorriso di soddisfazione: Schiattate, schiattate d'invidia per la macchina bella.
Guarda invece alla fine chi  schiattato, consider cupo Ricciardi. E non pot fare a meno di volgersi verso il bambino, forse di tre anni; era stato trafitto da una scheggia di vetro spesso, che gli era entrata nel petto inchiodandolo alla madre e poi al sedile.
Ascoltandolo, il commissario scopr dove stava andando la famigliola nel suo viaggio interrotto.
Il gelato alla Villa ha promesso pap, il gelatino buono. 
Quanto dolore inutile, si disse Ricciardi, e trasse un lungo respiro.
Maione interruppe il suo cupo silenzio.
- Eh, lo so, fa caldo, commissa'. Ma non era meglio che pigliavamo l'automobile?

Capirono gi da lontano qual era il portone del palazzo, perch Capece vi passeggiava davanti in su e in gi fumando nervoso. Quando li vide, and loro incontro.
- Ricciardi, brigadiere. Vi devo ringraziare; non tutti avrebbero avuto l'attenzione di avvertirmi per farmi trovare qua. Ho apprezzato molto. I figli miei e mia moglie non c'entrano niente in questa storia. Gi troppo hanno dovuto subire, per causa mia. E pure questa mortificazione dei poliziotti per casa... senza offesa, sia ben chiaro: per capite, non  facile.
Ricciardi annu
- Non  niente. Cerchiamo sempre di evitare certe situazioni; soprattutto quando ci stanno degli innocenti in mezzo. Vogliamo salire?
Capece fece strada, guidandoli attraverso un androne che dava su un'ampia scalinata. Il palazzo doveva aver visto tempi migliori, ma era ancora dignitoso. La famiglia del giornalista abitava al secondo piano; arrivati alla porta, l'uomo gir l'interruttore del campanello. Venne ad aprire una bambina di una decina d'anni, molto somigliante al padre; lo guard sorpresa e felice e gli salt al collo con un urlo. Ricciardi e Maione ebbero cos la conferma che Capece aveva aspettato loro due prima di salire a casa.
L'uomo, imbarazzato ma visibilmente commosso, strinse la piccola fra le braccia. Maione e Ricciardi si tennero indietro, per non spezzare quel momento di meravigliosa intimit; il brigadiere non pot fare a meno di domandarsi quanto tempo fosse che il padre e la bambina non si incontravano. Alla fine, senza mettere gi la figlia che gli serrava il collo con forza, Capece fece cenno ai poliziotti di entrare.
- Prego, accomodatevi. Giogi, tesoro, questi signori sono... amici di pap. Fai la brava, adesso, scendi e presntati.
La bambina, di nuovo coi piedi a terra, si lisci la gonna con un gesto molto femminile e fece un'impeccabile riverenza.
- Buongiorno, signori amici di pap. Io sono Capece Giovanna e ho undici anni.
Maione si tolse il cappello e disse, con un inchino:
- Buongiorno a voi, signorina Capece Giovanna di undici anni. Io sono Raffaele, e il signore, qua, si chiama dottor Ricciardi.
La bambina si ritenne soddisfatta.
- Vado a chiamare la mia mamma.
Che per era gi alle sue spalle, sull'arco della porta.
Una donna forse un po' anonima. Non alta, vestita di scuro, castana, la pelle chiara. Il viso portava i segni di una prolungata sofferenza.
In quel momento, per, pareva illuminata dall'interno. Fissava il marito con un'espressione di devozione incondizionata che era quasi impudica. Capece, infatti, era in evidente imbarazzo. Si rivolse ai due poliziotti senza nemmeno salutarla.
- Questa  Sofia, mia moglie. I signori sono il commissario Ricciardi e il brigadiere Maione. Sono qui per... per fare qualche domanda.
Il commissario continuava a osservare l'espressione estatica di Sofia, pensando a quanto debba essere bello avere una moglie che ti guarda cos; e anche a quanto debba essere forte la passione che da uno sguardo cos ti porta via. Alla fine la donna sembr riscuotersi e, dandole una carezza sul capo, disse alla bambina:
- Tesoro, vai a giocare nella tua cameretta. Poi vengo da te.
La piccola fece un'altra riverenza e se ne and. Ricciardi chiese:
- Avete solo lei?
Sofia anticip il marito, orgogliosa:
- Giovanna ha un fratello pi grande, Andrea. E a studiare, adesso, anche se  ancora in vacanza. Un ragazzo coscienzioso e intelligente, come il padre. Torner fra poco.
Non sembrava esserci ironia nelle parole della donna, che anzi seguitava a sorridere al marito, come se si trovasse nella pi normale delle situazioni. Ricciardi si chiese quanto tempo fosse che i due non si vedevano, e perch la moglie non mostrasse nessuna acredine nei confronti del marito. Capece sembrava non voler uscire dal proprio sordo dolore: nel viso e sugli abiti, sporchi e stazzonati, portava ancora i segni delle notti insonni e del vino.
- Prego, Ricciardi. Venite di l, accomodiamoci in salotto.
La casa era ordinata e pulita: ogni cosa al suo posto, odore di lavanda, parati e tende senza strappi o pieghe. Non c'era vita, per. Pareva un compito svolto con diligenza, pi che il luogo dove viveva una famiglia.

Sedettero in salotto. Sofia era tranquilla; eppure il marito aveva presentato i due ospiti come poliziotti, e lei non poteva ignorare quello che era successo e di cui parlava tutta la citt. Ricciardi cerc di interpretare l'atteggiamento della donna, che aveva preso posto al fianco del marito su un divano.
- Signora Capece, dovete scusare l'intrusione. E accaduta, come forse avrete sentito, una disgrazia. E' purtroppo defunta...
- La duchessa di Camparino, lo so. Non si parla d'altro, dovunque. E so anche che la signora era una conoscenza di mio marito, che la stava aiutando a scrivere un libro di memorie. Era questo il motivo per cui si frequentavano: questioni di lavoro. Sono tempi difficili, sapete? Un uomo che non vuole far mancare niente alla propria famiglia deve fare spesso pi di un mestiere. E mio marito, che  bravissimo, si d tanto da fare. E' un padre e un marito meraviglioso.
La tirata di Sofia termin in un silenzio imbarazzato. Maione osservava assorto una statuetta in ceramica raffigurante una contadinella, come se fosse stata quella a parlare. Capece fissava la moglie con un'espressione mista di orrore e compassione.
Ricciardi annu.
- Capisco. Poich tuttavia vostro marito  stato fra gli ultimi a vederla viva, dobbiamo indagare per accertare che non fosse a conoscenza di elementi utili alle indagini. Sapete dirmi dove vi trovavate, voi e la vostra famiglia, nella notte fra sabato e domenica scorsi?
Sofia sembr dapprima disorientata, poi scoppi a ridere.
- E dove potevamo essere? Ma qui, naturalmente. Come sempre. I ragazzi nella loro stanza e io e mio marito nella nostra. A dormire. Perch, voi dove eravate, invece?
Ricciardi e Maione si guardarono, sorpresi. Capece continuava a fissare la moglie, che intanto gli aveva posato una mano sulla gamba, come a volerlo tenere l. Come temendo che potesse volar via, da un momento all'altro.
Il commissario riprese.
- Eppure vostro marito non dice cos, signora. Vostro marito afferma di essere stato in piedi tutta la notte, girando per le taverne vicino al porto. Siete sicura di quello che avete appena detto?
Sofia corrug la fronte, irritata.
- Ma come vi permettete di dubitare della mia parola? Mio marito si deve essere confuso. Vi assicuro che quella notte siamo stati tutti e quattro in casa, e che nessuno  uscito. Tengo la chiave sotto il cuscino, di notte, e mi sarei accorta se qualcuno l'avesse presa, vi pare? Vi confermo ogni singola parola, e a voi dimostrare il contrario.
Su questo, constat Maione, la signora aveva ragione. A noi dimostrare il contrario.
Mentre Ricciardi stava per rispondere, entr Andrea, il primo figlio dei Capece. Era un ragazzo alto, con gli stessi colori della madre. Sembrava pi grande dei suoi sedici anni. Aveva i capelli incollati alla fronte dal sudore e alcuni libri legati con una cinghia, sotto il braccio. Il suo viso fu un caleidoscopio di emozioni: all'espressione allegra si sostitu la preoccupazione nel vedere estranei in casa, poi freddezza e astio quando vide il padre. Capece lo guard intenerito e fece per alzarsi e salutarlo, ma Sofia intensific la pressione sulla sua gamba per mantenerlo seduto.
- Questo, commissario,  Andrea, che come vi dicevo era andato a studiare. Andrea, il commissario Ricciardi e il brigadiere Maione sono qua per fare qualche domanda. Chiss perch, sono convinti che tuo padre sabato notte sia uscito di casa invece di starsene qua a dormire. Glielo puoi dire anche tu, che  assurdo?
Maione apprezz la velocit e l'astuzia della donna, che aveva informato il figlio della situazione imbeccandogli anche la risposta.
Andrea invece guardava il padre con manifesta aria di disprezzo. In salotto era scesa una tensione palpabile.
- Mamma, io dormivo. Come sai, ho il sonno pesante; non so chi c' in casa e chi no. Se tu comunque dici cos, cos deve essere. Penso che una si accorge, se dorme da sola o no. Avete bisogno di me? Se no, mi vado a lavare.

La testimonianza di un minore era irrilevante, Ricciardi ne era consapevole; ma aveva l'impressione che l'evidente risentimento del figlio nei confronti del padre fosse l'anello debole della catena che la famiglia Capece stava stringendo attorno alla propria serenit.
- Quanto tempo  che non vedi tuo padre?
La domanda cadde nel silenzio come un petardo. Il ragazzo, che era gi oltre la soglia, si blocc e lentamente si gir verso Ricciardi. La madre fece per intervenire, ma il commissario la ferm sollevando la mano.
- Commissario, io sono in vacanza, mi sveglio tardi. Stamattina, quando mi sono alzato, mio padre era gi andato via. E ieri, quando sono andato a dormire, non era ancora tornato. Sapete, lui lavora al giornale; e quindi la sera fa tardi. Permettete.
E usc dalla stanza.

33.

Perch lo hai fatto? Perch, mamma? Abbiamo avuto l'occasione di sbarazzarci di lui, di fargliela pagare. Di toglierci una volta per tutte dalla faccia i suoi schiaffi, la miseria che ha buttato addosso a questa che una volta era la sua famiglia.
Nessuno avrebbe pi potuto sussurrare alle nostre spalle; basta vergogna, basta maldicenze. Avremmo potuto finalmente camminare a testa alta, perch tutti avrebbero saputo che noi siamo le vittime.
E invece lo hai voluto salvare. Non capisco il perch. Sarebbe stato giusto che lo avessero finalmente portato via, e sbattuto nel posto che si merita, a riflettere su quello che ha fatto. Sul delitto che ha commesso.
Non meritava di essere aiutato. Non merita niente. E tu lo ami ancora, anche dopo tutto quello che hai dovuto sopportare.
Non capisco.

Ricciardi rimase suo malgrado ammirato dall'ambiguit della risposta del ragazzo. Tale madre, pens. Maione invece osservava Capece; il volto mobile del giornalista rifletteva emozioni contrastanti: mortificazione, senso di colpa, umiliazione. Ma anche una certa fierezza, l'estrema difesa di un sentimento fortissimo che era sopravvissuto al suo oggetto. Un paio di volte aveva aperto la bocca come per intervenire, ma si era fermato. In qualche maniera sembrava che la mano della moglie, posata con intimit sulla sua coscia, dominasse la sua volont.
Il commissario riprese a parlare.
- Capece, devo ripetervi una domanda che vi ho fatto al giornale. Vi avverto che il documento che ho in tasca mi autorizza a perquisire l'appartamento, ma credo converrete con me che sarebbe meglio per tutti se si potesse evitare. La perquisizione  una forma di violenza sul privato di una famiglia, a noi non piace farla e vi assicuro che a voi non piacerebbe subirla. Cerchiamo solo una cosa, perci vi chiedo: ci sono armi, in questa casa?
Maione osservava la mano di Sofia, che rimase immobile. Capece sembr ritornare dalle nebbie di un ricordo, si fece piano piano pi presente. Dopo una lunga esitazione, disse:
- Commissario, io ho fatto la guerra. Ero ufficiale. La guerra  infame,  solo dolore: ma ero giovane e ci credevo, in questa patria che adesso  diventata la giustificazione di tutti i soprusi. Per ricordare che  una cosa inutile, ho conservato la mia pistola. Ma la tengo chiusa a chiave, in un cassetto della scrivania, scarica e senza proiettili. Non ci sono altre armi, in casa.
Ricciardi assent.
- Va bene. Vediamo questa reliquia.
Capece si alz e fece strada. La moglie lo segu, tranquilla, come se dovesse mostrare agli ospiti un bel disegno della figlia. Lo studio era la stanza successiva al salotto, comunicante con una porta chiusa. Capece allung la mano su una libreria, cerc a tentoni e prese una chiave; pass dietro la scrivania e apr il lungo cassetto centrale sotto il ripiano. Trasse fuori una scatola di metallo senza serratura e la dischiuse.
Alz il volto sbiancato, gli occhi spalancati per la meraviglia.
- Non c'! La pistola  sparita!
Ricciardi si gir verso Sofia e le lesse in faccia identica sorpresa. Se i due recitavano, e non poteva essere altrimenti, erano davvero bravi. Marito e moglie sembravano sconvolti. Capece disse:
- Ma chi pu averla presa?
La donna aveva portato una mano alla bocca e scuoteva il capo, come a voler negare l'evidenza.
- Ma... non lo so. Erano anni che non la vedevamo. Abbiamo avuto quattro o cinque persone a servizio, in questi anni. Si vendono, no, le pistole? Possono averla rubata, non ce ne saremmo accorti. Posso darvi i nomi e i cognomi delle serve... Io non l'ho toccata, e nemmeno mio marito! E comunque, come mio marito vi ha detto, era scarica. Non penserete...  assurdo!
Maione e Ricciardi si guardarono, poi rivolsero la propria attenzione ai coniugi Capece, che adesso erano decisamente in preda alla paura. Il commissario disse:
- Va bene. Per ora noi ce ne andiamo. Ma dovete fare mente locale e cercare la rivoltella, dandoci notizia di ogni sviluppo.
Capece accenn di s, la fronte corrugata dall'assalto di mille pensieri. La moglie aveva perso ogni sicurezza e lanciava occhiate in tralice al giornalista. La scomparsa della pistola sembrava aver seminato in lei il dubbio che la propria difesa d'ufficio fosse stata come minimo affrettata.
Nell'uscire, come ricordandosene per caso, Ricciardi disse all'uomo:
- Ah, Capece, una cortesia: l'anello, sapete. Quello del Salone Margherita. Tenetelo a disposizione,  un elemento d'indagine.
E, non senza cogliere il lampo negli occhi di Sofia, salut e usc.

Ricciardi non avrebbe voluto passare di nuovo per il luogo dell'incidente dell'automobile, ma non poteva proporre a Maione un'inutile deviazione; anche perch l'aria si era fatta ancora pi rovente. Quindi dovette di nuovo ascoltare il dissonante coro della famiglia morta, col bambino che aspettava un gelato che non avrebbe mai consumato.
Cerc di distrarsi concentrandosi sulla famiglia Capece: certi equilibri, certe tensioni che forse solo un mese prima gli sarebbero sfuggiti, adesso gli apparivano evidenti; ma alteravano il quadro che fino ad allora si era andato formando. Maione, che non smetteva di asciugarsi la fronte col fazzoletto, ruppe il silenzio.

- Commissa', che ne dite di questa recita sulla pistola? Tutti sorpresi: "Uh, Ges, e che fine ha fatto il giocattolino? Quella stava qua fino a un paio di anni fa, ce la ricordiamo bene, ma chiss quale cattivona di serva se l' rubata e se l' venduta?"
Ricciardi non ci vedeva chiaro.
- E non sarebbe stato pi semplice dire che non c'era nessuna pistola? Noi non l'avremmo trovata nella perquisizione e tutto sarebbe finito l. Credo piuttosto che non erano d'accordo tra di loro. E poi marito e moglie si sono guardati storto: ognuno  convinto che l'ha fatta sparire l'altro. La famiglia sta difendendo Capece, questo almeno sembra.
Maione cercava di tenersi all'ombra per limitare i danni del caldo. Due ampie macchie di sudore andavano allargandosi sotto le maniche della giacca.
- Sta di fatto, commissa', che la pistola non  uscita fuori e che Capece non tiene un alibi: perch noi lo sappiamo che la signora dice una fesseria sostenendo che il marito ha dormito con lei, sabato notte. Quello non dorme con la moglie da anni, ve lo dice Raffaele Maione. E poi ce l'ha raccontato lui stesso, no, che s' fatto le sette cappelle delle taverne, dopo il teatro.
- E vero; ma sta a noi dimostrarlo. Se la signora Capece testimonia cos e il marito decide di accettare l'aiuto, noi siamo punto e a capo. Dobbiamo seguire tutte le strade, il tempo stringe. Tu vai a casa a rimetterti la divisa, ch vestito cos non ti riconosco nemmeno io. Ci rivediamo in questura.
- E voi che fate, commissa'?
- Io devo andare a fare una verifica. A dopo.

Lo osservi fumare, affacciato. Come faceva cent'anni fa, quando eravate ancora una famiglia. Ogni tanto usciva sul balcone, e tu ti chiedevi dove andasse con la mente, dietro quali ideali, dietro quali pensieri. E' un uomo, ti dicevi. Ha bisogno delle sue piccole solitudini. Poi la solitudine  rimasta solo tua. Giorni e notti passati a chiederti dove fosse, a fare cosa. E ad aver paura delle risposte.
Non ha detto niente, quando i due poliziotti sono usciti. Eri pronta a offrirgli di nuovo una possibilit; certa che averlo difeso, esserti schierata al suo fianco gli avrebbe fatto calare dagli occhi il velo che l'incantesimo di quella strega gli aveva inflitto, anni prima. Aveva ancora una famiglia, in fondo. Una moglie. Era sicura che avrebbe reagito, abbracciandoti in lacrime, ringraziandoti. Magari rimproverandoti per il rischio che avevi corso aiutandolo. Invece  uscito sul balcone, voltandoti le spalle. Non ti dispiace,  la sua reazione.
Non lo hai fatto per la sua gratitudine, men che meno la sua piet. Lo hai fatto perch lo ami ancora, perch  stato l'unico uomo della tua vita, il padre dei tuoi figli. Perch non potevi perderlo, solo perch aveva fatto un errore.
Anche se quell'errore era un delitto.

Separatosi da Maione, Ricciardi and verso la questura: solo quando fu certo che il brigadiere non poteva pi vederlo, devi il cammino verso largo della Carit.
Non avrebbe saputo dire per quale motivo volesse tenere ancora fuori l'amico da quella parte delle indagini. Forse, riflett, perch era basata su sensazioni pi che su fatti concreti; o per il pericolo, per le situazioni che potevano insorgere. O perch, dopo la tentata aggressione subita con Livia, la percepiva come una questione personale.
Il pensiero di Livia gli fece rammentare la serata passata con lei, prima dell'incidente con i quattro energumeni. Era stato bene, non poteva negarlo. Si era sentito, anche, solo per qualche ora, libero dal fardello della solitudine che il Fatto gli buttava addosso. Lei era bella, spiritosa, intelligente; la sua compagnia, l'invidia e l'ammirazione che arrivavano tanto dagli uomini quanto dalle donne, lo avevano gratificato. Non era innamorato di lei: lo capiva dal confronto tra il ricordo di quei momenti e l'emozione struggente e disperata che provava in petto quando pensava a Enrica. Ma forse il segreto era quello: per stare bene bisogna limitare il coinvolgimento.
Era un apprendista dei sentimenti. Alla sua et, quando la maggior parte degli uomini aveva avuto mogli, figli e innumerevoli incontri clandestini o mercenari, lui non sapeva dell'amore che le smozzicate frasi dei cadaveri che incontrava. L'amore  una radice infetta, rifletteva mentre camminava nei raggi del sole calante, che cerca la via migliore per sopravvivere: una malattia mortale a lunghissimo decorso, che porta assuefazione e fa preferire la sofferenza al benessere, il dolore alla tranquillit, l'incertezza alla stabilit. Con la mente and all'immagine della defunta e ai due anelli, quello della prima duchessa e quello in mano al giornalista: due pegni d'amore, strappati con forza dalle dita della vittima, uno da viva e uno da morta.
Anche il luogo dove stava andando, e l'immagine notturna che aveva visto, ne erano la prova. E gli sembrava emblematico aver assistito a quella scena mentre si aggirava senza meta, in preda all'incoerente malinconia per aver visto Enrica e quello che credeva essere il suo fidanzato. L'amore era un miraggio, che nella migliore delle ipotesi regalava scampoli di s rubati in piena notte.
Come il bacio appassionato che aveva visto sul portone davanti al quale adesso si trovava.

Le labbra strette mentre davanti allo specchio si abbottonava la veste fino al collo, Rosa si preparava a uscire in un orario per lei insolito. Faceva caldo e in casa si stava meglio che fuori: ma per una volta sentiva che le toccava.
Non sopportava di vedere Ricciardi in pena. Non aveva mai avuto un aspetto allegro, dacch non era pi un bambino non lo aveva mai udito ridere; era silenzioso e schivo, ma in ogni momento lei sapeva, o credeva di sapere, come stava e di che umore era. Da qualche giorno, per, il suo ragazzo, quello che aveva giurato di proteggere davanti al letto di morte della madre, soffriva terribilmente. Non mangiava, usciva in piena notte e rientrava prima dell'alba, se ne stava la sera ad ascoltare la radio al buio, per ore: tutto ci da quando era entrato trafelato nella stanza di lei per guardare le finestre di fronte.
Terminata l'abbottonatura e fissato il cappello con due spilloni, Rosa si appress alla finestrella del ripostiglio,
in fondo al corridoio; da li si intravedeva una cameretta dell'appartamento dei Colombo, per la precisione la stanza dove dormiva la figlia maggiore. Si distingueva la testiera del letto con la croce di legno appesa alla parete, il comodino con un bicchiere e due libri, il cuscino sul quale poggiava, a faccia in gi, la testa della ragazza. Dal movimento delle spalle, chiaramente visibile a cinque metri di distanza, Rosa ebbe la conferma che Enrica Colombo stava piangendo.
Annu soddisfatta e fece quello che tutte le donne del quartiere facevano quando avevano la necessit di assumere informazioni: and dalla pettinatrice.

34.

Il portone era aperto e il custode, che gli aveva indicato la sede del partito, non c'era. Ricciardi si disse che l'accesso dovesse essere libero: in fondo si trattava pur sempre di un sindacato.
Le quattro rampe di scale che conducevano all'ultimo piano erano infatti molto frequentate: uomini salivano e scendevano, a coppie o a gruppetti, chiacchierando e ridendo. Ricciardi percepiva il solito tronfio entusiasmo, la rumorosa allegria un po' forzata delle riunioni a prevalenza maschile. Sul pianerottolo c'era una porta con entrambi i battenti aperti, dalla quale si vedeva un'ampia anticamera piena di gente; l'abbigliamento era vario, dalla sobria eleganza di vestiti chiari e cravatte a farfalla ai camiciotti da operaio imbrattati di calce. Da un'altra porta si intravedeva un uomo che lucidava un fucile, cantando una canzone d'amore in dialetto.
Dapprima nessuno fece caso a Ricciardi, che dovette passare attorno a un quartetto che rideva sguaiato per una barzelletta sconcia; ma non appena oltrepass la soglia gli si accost un uomo dall'espressione truce, che gli chiese in malo modo chi fosse e che cosa volesse. Si fece immediatamente silenzio, eppure l'uomo non aveva parlato ad alta voce.
Ricciardi percep chiaramente l'ondata di ostilit che gli arriv addosso da tutti i presenti, ma non distolse gli occhi dalla faccia del suo interlocutore: lo fiss a lungo, finch l'uomo abbass lo sguardo. Ci fu un colpo di tosse nervoso in qualche punto del pianerottolo. Con tono fermo e basso, disse:
- Sono il commissario Ricciardi, della regia questura. Ma immagino lo sappiate gi.
Da un gruppo in fondo alla stanza si stacc un uomo. Ricciardi lo riconobbe subito: era quello che lo aveva minacciato la notte prima.
- E allora? Chi siete siete, comunque qua non siete gradito e non ci dovete venire. Se vi  andata bene una volta, non  detto che vi andr bene sempre. Sentite a me, andatevene con i piedi vostri, che  meglio.
L'aria adesso era pesante: il silenzio era assoluto. Dall'altra stanza, l'uomo col fucile aveva smesso di cantare e si era alzato minaccioso dallo sgabello, avvicinandosi alla soglia con l'arma in mano.
Ricciardi scrut senza espressione la sua vecchia conoscenza della notte, gli occhi vuoti e trasparenti; lo squadrista arretr impercettibilmente e alz il mento, le mani sui fianchi nell'inconscia imitazione della figura che gli dava sicurezza.
- Grazie del consiglio, - disse Ricciardi. - Me ne andr quando avr avuto le informazioni che mi servono.
- Forse non avete capito: ve ne dovete andare subito, altrimenti vi mandiamo via noi a modo nostro, senza nemmeno farvi fare la fatica di scendere le scale.
La minaccia era stata accompagnata da un cenno del capo verso la finestra. Si ud un'unica risata nervosa, subito interrotta, e il sorriso sprezzante sul viso dell'uomo si appann. Ricciardi fece finta di niente.
- Devo parlare con Ettore Musso di Camparino.
Il suo interlocutore fece un passo indietro, come se fosse stato schiaffeggiato; dai vari gruppetti si alz un mormorio disorientato.
L'uomo si riscosse e fece un passo in avanti, le labbra tirate e l'espressione rabbiosa. Mise una mano sul braccio di Ricciardi, che non aveva tolto le proprie dalle tasche.
- Adesso basta! Vi ho detto che ve ne dovete andare, e...
Dalle spalle del gruppo che formava un cerchio minaccioso attorno a loro, venne una voce pacata.
- Mastrogiacomo, stai buono. Ora basta.

La piccola folla si apr, come se un domatore avesse fatto schioccare una frusta. Sulla soglia di una porta, dalla quale si intravedeva una scrivania ingombra di carte, c'era un uomo sottile, azzimato, di circa quarant'anni. Lo squadrista tolse la mano dal braccio di Ricciardi come se scottasse, e assunse un'aria confusa.
- Sissignore. Per, scusatemi, dotto', io credevo...
L'uomo sulla porta fece un cenno vago con la mano verso Mastrogiacomo, che subito si zitt.
- Porta due caff nel mio ufficio, per piacere. Prego, commissario: accomodatevi.
E Ricciardi lo segu nella sua stanza.

La rosa a fiore grande  bellissima: un fiore solitario, che raramente si unisce in coppia. Vuole molta cura. Devo sorvegliare che l'umidit sia costante,  delicatissima; la siccit compromette la fioritura. Non c' niente di pi triste che trovare a terra foglie e petali accartocciati, bruciati dal calore.
I fiori sono sensuali. Il colore e la consistenza sembrano quelli della carne, vellutati, cangianti. E la cura deve essere quella che avresti per la carne della persona amata: devota, appassionata. Deve essere mantenuto lo stesso incanto silenzioso, aspergendo l'acqua sui fiori, osservando le gocce fermarsi sull'incavo dei petali, come perle di sudore sulle labbra dopo aver fatto l'amore.
Stanotte ho sognato di essere rinchiuso. Ho sognato che con me lontano, tutti i fiori cadevano e le piante morivano, lasciando il posto a erbacce incolte e divoratrici. Se dovessero portarmi via nessuno vi curerebbe pi, mie rose delicate; e nemmeno voi begonie, o gli oleandri. Basti vedere che cure fredde e distaccate vengono date alle ortensie, gi nel cortile, nonostante gli ordini che continuamente d a quell'ottuso custode col nasone e alla sua trib di figli. Gente inutile.
Si perderebbe ogni cura, ogni onore residuo di questa casa, se dovessero portarmi via. Anche tu, mamma, soffriresti dall'altro, mondo, ne sono certo. Eppure non direi una parola. Non mi difenderei.
Perch l'amore, mamma, viene prima di tutto. E se dovessi difendere qualcuno, difenderei il mio amore. Il mio primo, grande amore.

L'uomo precedette Ricciardi nel suo ufficio e accost la porta. La stanza era immersa nella penombra, le imposte semichiuse; l'arredamento era limitato a una scrivania e a due sedie. Le pareti erano occupate da scaffalature che arrivavano al soffitto, piene di faldoni contrassegnati da lettere e numeri. Di fronte alla porta dalla quale era stato fatto passare, il commissario ne vide un'altra, chiusa e sormontata da un ritratto di Mussolini con l'elmetto.
L'ospite si era seduto e indic a Ricciardi la sedia rimanente. Dopo un minuto, parl.
- Dunque. Ricciardi Luigi Alfredo, commissario presso la squadra mobile da circa tre anni. Nato a Fortino, provincia di Salerno, trentun anni fa. Orfano di padre e madre. Siete uno strano soggetto, sapete? Ricco sfondato, ettari ed ettari di terreni a mezzadria, un sacco di rendite. Eppure lavorate per poche lire, e nemmeno vi agitate per fare carriera. Un uomo interessante, direi.
L'accento era settentrionale, forse ligure o piemontese; il tono era freddo e distante, come uno scienziato che tiene una lezione.	
- Sapete chi sono. Sono impressionato, e anche lusingato da tanta attenzione. Chiedo troppo, se vi prego di dirmi chi siete voi?
- Mi chiamo Pivani, Achille Pivani. Sono... diciamo un funzionario del partito, provvisoriamente ospite di questa vostra bella citt.
Tacque di nuovo, tamburellando lieve con le dita sul ripiano della scrivania. Stava seduto diritto, senza toccare con la schiena la spalliera della sedia. Un muscolo guizzava sulla tempia, come se stesse masticando a vuoto senza muovere la mandibola. Dopo un po' chiese a Ricciardi:
- Posso sapere come mai siete qui?
Il commissario fece una smorfia.
- Ma come? Sapete tutto di me e non sapete quello che ho appena chiesto al vostro scimmione?
- So, so. Vi devo delle scuse, anche se, credetemi, io non c'entro niente. Mastrogiacomo... alcuni dei nostri militanti vogliono compiacermi, in un certo senso. E prendono certe iniziative, secondo la loro natura. Sono come dei ragazzacci un po' birbanti.
Buffoni pagliacci, pens Ricciardi.
- No, Pivani. Non sono dei ragazzacci: sono dei criminali. E hanno del sangue sulle mani. Non conta quello che  successo a me, ieri sera, ma quello che stanno facendo, ogni giorno con pi protervia. E questa protervia gliela date voi e quelli come voi. Siete almeno complici, e lo sapete. Se non mandanti.
La tirata del commissario, anche se sibilata, era stata violenta e inattesa. Pivani batt le palpebre. Sembr riflettere, poi ammise:
- Avete ragione; l'ho detto anche in alto che possono diventare un problema. Dovete capire che pure un'idea alta e nobile come il fascismo pu divenire, in mano a qualche idiota, un'arma per regolare vecchi conti personali. E gi successo altrove, sta cominciando a succedere anche qui. Ma non  la nostra volont, dovete credermi. Quando veniamo a conoscenza di qualcosa, provvediamo noi stessi.
Ricciardi non aveva intenzione di mostrare comprensione.
- E allora sappiate che il vostro Mastrogiacomo, o come si chiama, e i suoi amici hanno ammazzato quel disoccupato a via Emanuele Filiberto. Non chiedetemi come lo so, ma lo so. Anche se non ci sono prove, e nemmeno una denuncia.
Pivani si sporse in avanti.
- Ne siete certo? Assolutamente certo?
Ricciardi annu. L'uomo prese una penna, la intinse nell'inchiostro e scrisse qualcosa su un foglietto di carta. - Provveder, commissario. Non  per spargere sangue, che sono qui.
- E allora perch siete qui? Oltre che per portare ordine e civilt, s'intende.
Pivani non diede segno di cogliere l'ironia.
- La mia... organizzazione deve individuare i nemici del partito. Dovete pensare a me, a noi, come a... dei colleghi, in un certo senso. Solo, siamo meno fortunati. Non possiamo lavorare alla luce del sole, come voialtri.
Ricciardi sbuff.
- Non credo di volervi permettere questo accostamento, Pivani. Come devo chiamarvi, a proposito? Avete un grado, una funzione?
L'uomo sorrise affabile.
- Il mio grado e la mia funzione vi sarebbero incomprensibili. Pivani va bene. Comunque il mio lavoro  sapere tutto di tutti: sono stato mandato qui per questo. Sono una specie... una sorta di ispettore, mettiamola cos. Il fascismo a Napoli non  stato in buone mani; ricorderete l'incidente in cui  morto Padovani, un camerata della prima ora, uno che ha fatto la marcia al fianco del Duce nel '22. Certi valori, certi aspetti del partito sono cambiati. Io sono qui proprio per vedere se questo... cambiamento  stato recepito.
Ricciardi ricordava bene la tragedia di via Generale Orsini, accaduta cinque anni addietro. Era stato tra i primi ad accorrere sul posto, dove il balcone da cui il gerarca salutava la folla che festeggiava il suo compleanno era crollato, ammazzando nove persone e ferendone gravemente una trentina. Molti aspetti di quello che Pivani chiamava incidente erano rimasti oscuri. Davanti agli occhi del commissario si ripresent una scena infernale: le urla dei feriti si mescolavano ai lamenti dei morti strappati alla vita all'improvviso. Rabbrivid, ricordando che in citt si era subito detto che la personalit di Padovani era diventata troppo scomoda per il Duce. Molto strano, come incidente. E provvidenziale per il partito, anche. Pivani stava ancora parlando:
- E sempre stato un problema, l'eccesso di zelo. E anche il culto della personalit, a parte quello per il Duce, beninteso; capite bene che la base  fatta di massa, scadente e incapace di ragionare con la propria testa. E' in questi casi, quando quattro inutili idioti vogliono compiacere un
superiore, che viene fuori la violenza. Vanno guidati, indirizzati ora dopo ora. Ma anche chi trama nell'ombra  un problema da evitare. E qui subentriamo noi.
Noi dell'Ovra, disse tra s Ricciardi. La leggendaria polizia segreta di cui il regime si ostinava a negare l'esistenza. Tutto il terrore, la violenza che quel nome sussurrato ispirava, racchiuso in quell'ometto inoffensivo.
- Non mi interessa quello che fate. E nemmeno quello che venite a sapere, rimestando nell'ombra. Mi interessa sapere che cosa ci faceva qui Ettore Musso di Camparino, l'altra notte. E dove va quando esce, e a fare che. Mi interessa sapere chi ha ucciso la duchessa, la sua matrigna, perch l'hanno ammazzata senza piet. E voglio sapere se  stato lui.
Bussarono alla porta; Pivani disse ad alta voce di entrare e Mastrogiacomo si fece avanti con un piatto sul quale c'erano due tazzine fumanti. Lo depose sulla scrivania, e quando fece per voltarsi e uscire, Pivani lo apostrof:
- Mastrogiacomo, quando il commissario se ne sar andato, assicurati che non sia infastidito nemmeno da una corrente d'aria. Poi presentati da me con i tuoi tre compari. Dobbiamo discutere di un viaggio che dovete fare. Partirete immediatamente. Un viaggio lungo: preparate i bagagli.
L'uomo sospir. Stava per ribattere, ma Pivani gir il capo verso di lui. Bast. Arretr a capo chino; sulla soglia si raddrizz e salut romanamente battendo i tacchi, poi usc richiudendo la porta.

35.

Andrea Capece, dopo aver atteso il tempo che gli parve sufficiente, entr nella stanza dalla quale i due poliziotti erano appena andati via. Trov la madre seduta sul divano a due posti, le mani in grembo, che guardava verso il balcone aperto sul quale il padre, affacciato alla ringhiera, fumava. Prov la sgradevole sensazione di rivivere una scena del passato, e cos era, perch da bambino aveva passato ore ad ascoltare il silenzio crescente tra i genitori.
Prov un forte senso di ripulsa, per il padre che si mostrava ancora una volta ingrato e indifferente, ma anche per la madre, alla quale evidentemente non erano bastati gli anni di umiliazioni dirette e indirette sofferte per causa di lui. Pens che si nasce incudine o martello: e che l'incudine  felice di essere percossa, perch la sua natura lo impone.
Le si avvicin, e a bassa voce, chiss per quale motivo, le disse che sarebbe uscito per una mezz'ora, per dare un quaderno a un amico. La donna annu, continuando a fissare la schiena muta dell'estraneo che fumava sul balcone. Andrea usc con sollievo, come se avesse assistito a qualcosa di raccapricciante.
Fuori, camminava senza fretta; nel caldissimo pomeriggio non c'era nessuno, se non un mendicante probabilmente ubriaco che dormiva all'ombra di un albero, di l della strada. Percorso qualche metro, si infil in una porticina di legno che dava in uno scantinato. Fu investito dalla puzza di umido e di marcio, ma non ci fece caso; si avvicin al muro e ne trasse un mattone, dietro il quale c'era un involto di carta di giornale. Lo apr.

Mamma, pens, non so perch lo hai difeso dalla polizia. Dopo quello che ha fatto, dopo quello che ci ha fatto. Ma non so nemmeno perch io stesso ho cercato di aiutare.
Impugnando la pistola del padre e appoggiando l'indice sul grilletto, Andrea decise per la centesima volta che l'amore era una malattia mortale, e che lui non si sarebbe mai innamorato. Nemmeno per tutto l'oro del mondo.

Dopo l'uscita mortificata di Mastrogiacomo, Pivani intinse la penna nell'inchiostro e tir un frego sull'appunto che aveva preso in precedenza, con la cura e il puntiglio di un contabile. Ricciardi, sprofondato nella sedia con le mani in tasca, continuava ad attendere la risposta alla sua domanda: cosa ci faceva Ettore Musso di Camparino l, e dov'era la notte dell'omicidio della matrigna?
Pivani parl calmo.
- Il dottor Musso  un'autorit, nel suo campo; lo sapete questo, commissario? Un filosofo della politica, tra i pi apprezzati del paese. Dietro quell'aspetto schivo e sensibile cela una mente acuta, che ha estimatori nelle pi alte sfere del governo. In forma riservata scrive buona parte dei discorsi che lo stesso Duce tiene in parlamento e presso le organizzazioni culturali pi eminenti.
Ricciardi non pareva per niente impressionato.
- Quindi  lui il responsabile delle parole roboanti che sentiamo per radio. Ma non  questo, il delitto per il quale sto indagando.
L'uomo colse l'ironia.
- Dovrei dirvi di stare attento, commissario; dovrei ricordarvi dove vi trovate, e in che tempi siamo. Una frase come quella che avete appena detto pu costarvi il confino. Ma siccome so che non siete un dissidente ma solo uno dei tanti disinteressati a quale sia il destino dell'Italia, far finta che non abbiate detto nulla.
- E come fate a sapere che non sono un dissidente? In fondo una vostra squadra mi ha aggredito, ieri. E non ero nemmeno da solo.
Pivani scroll le spalle. Controll un altro foglio che aveva sulla scrivania.
- Vi ho gi detto che quella di ieri  stata una sciocchezza, e avete visto che chi l'ha fatta la pagher cara. Carissima, anzi. E tramite voi mi scuso anche con la signora Lucani Livia, vedova Vezzi; per inciso, complimenti per la compagnia: una donna bella e intelligente, e anche un'ottima cantante, mi risulta. No, non siete un dissidente. Io so tutto di voi: e quindi conosco pure come la pensate, anche se non ne parlate con nessuno. Siete intelligente; in una maniera tutta vostra, rivolta all'interno di voi stesso, ma siete intelligente; e abbiamo tutti bisogno, di una persona intelligente in questura. Non ce ne sono poi tante.
- Di nuovo, Pivani, vi devo ricordare che non sono qui per sentire di me. E che non mi interessa di come facciate a sapere tutto di tutti. Voglio solo sapere di Musso, di dov'era e perch. E ho idea che nessuno mi saprebbe rispondere meglio di voi.
Pivani arross, come uno scolaretto colto in fallo. Si alz di scatto e cominci a passeggiare avanti e indietro, le braccia conserte. A Ricciardi parve di cogliere un'accelerazione del tremito sulla tempia.
- Vi dico subito una cosa, Ricciardi: Musso col vostro delitto non c'entra. Su questo non abbiate dubbi. Non  stato lui. Ma mi rendo conto che la mia parola non vi basta; e che indagherete ancora e ancora, senza riguardi. E' cos?
- Lo sapete, che  cos. E sapete anche che, per venire qui e chiedere proprio a voi di Musso, so per certo che mi potete rispondere. E che mi risponderete.
L'uomo si ferm e poggi i palmi sul piano della scrivania.
- C' una seconda opzione, Ricciardi: potrei richiamare Mastrogiacomo e dirgli di finire il lavoro dell'altra sera.
Segu un silenzio pesante. Ricciardi sembr considerare l'ipotesi seriamente. Poi scosse la testa.
- No, Pivani. Non potreste. E vi spiego perch: il mio collaboratore, il brigadiere Maione, sa che sono qui anche se non conosce i motivi. Non vedendomi tornare verrebbe a cercarmi. E poi, scusatemi se ve lo dico, ma non mi sembrate il tipo. Non so se per quelli che stanno dalla parte vostra  un insulto o un complimento, ma mi sono fatto l'idea che la violenza in s vi faccia orrore.
Dopo un lungo silenzio sorpreso, Pivani soggiunse triste:
- Avete ragione. E avevo ragione anch'io quando, leggendo il vostro fascicolo, mi sono convinto che siete intelligente. Io so che a Maione non avete detto dove andavate, perch lo avreste messo in pericolo; e lo capisco anche dal fatto che non vi abbia seguito, magari a distanza: me lo sarebbero venuti a comunicare entro un minuto. Ma  vero, la violenza mi fa schifo. Non  quella la vera faccia del fascismo, e invece pi andiamo avanti per la nostra strada, pi la gente si convince che  cos.
- E quindi ora finalmente mi risponderete.
Pivani si lasci cadere sulla sedia.
- S, vi risponder. Perch non posso consentire che sia buttato fango su di lui, che  un uomo straordinario. E sul suo nome, che anche se lo nega  la cosa a cui tiene di pi. Perch non sopporterei di vederlo andare in galera per qualcosa che non ha fatto, pur di difendermi. Vi risponder. Perch lo amo.

Affacciato alla ringhiera del balcone, Capece pens che l'amava. L'amava ancora, anche se non l'avrebbe rivista mai pi. L'amava nel ricordo come se ancora la tenesse tra le braccia, in un lungo, struggente tango disperato.
Non sapeva spiegarsi quello che era successo. Gli sembrava un incubo delirante, di quelli che fanno gemere nel sonno e non scompaiono da svegli se non dopo molti minuti, lasciando uno strascico d'angoscia e solitudine. Gli pareva impossibile essere precipitato nella dannazione di un inferno da vivo, un inferno che non conosceva pace.
Consider oziosamente l'ipotesi di scavalcare la ringhiera e tentare di unirsi ancora ad Adriana con un pazzo, ultimo volo. Si chiese se bisognasse essere immensamente coraggiosi o immensamente vili, per fare un gesto cos; e rispose a s stesso che qualunque delle due caratteristiche ci volesse, lui non ce l'aveva.
Quindici metri sotto di lui vide il figlio che usciva dal portone e girava l'angolo. Andrea era un uomo, ormai. Aveva visto il suo sguardo d'odio, prima, davanti ai due poliziotti; e la fredda, intelligente ironia con la quale aveva risposto alla domanda di Ricciardi senza rispondere. Aveva provato un brivido di orgoglio, o forse di paura. Non l'avrebbe perdonato mai, per quello che aveva fatto; e del resto, non si sarebbe perdonato nemmeno lui stesso.
Per la centesima volta in un'ora si chiese che cosa avrebbe detto alla moglie, quando fosse rientrato. E per la centesima volta si chiese che fine avesse fatto la pistola.

La stanza ormai era buia, fatta eccezione per il cono di luce della lampada sulla scrivania, ai margini del quale sedevano i due uomini, fronteggiandosi. Dalla porta chiusa arrivavano poche, sommesse voci: i fascisti si chiedevano cosa stesse accadendo in quel santuario dove loro stessi entravano malvolentieri, uscendone prima possibile. Pivani guardava nel vuoto, ricordando. Quando si decise a parlare il tono era basso, inespressivo.
- Ci conoscemmo al San Carlo. Io ero appena arrivato in citt, il capo del partito volle farmi vedere subito l'ambiente, le persone pi in vista. A me non piace comparire in pubblico, non  conveniente nella mia posizione. Ma ci andai. Ci presentarono, Ettore e Achille, ci scapp da ridere. Mi disse: non sar facile, dunque, fare amicizia. E invece. Il partito non ammette quelli come noi. Siamo peggio dei criminali, siamo aborti di natura. Io lo so da sempre, di essere cos. Ma non l'ho mai, mai fatto vedere. Sono perfino sposato, con una ragazza del mio paese che non tradirebbe il mio segreto per non perdere soldi, posizione; c' fame anche da noi, commissario, sapete? Tanta fame. La gente ancora parte per l'America, da Genova. Il partito pretende una moglie, per farti fare carriera. I figli, quelli se Dio non li manda uno non se li pu comprare. Io non avevo mai... non ho mai fatto niente. Da ragazzo, in collegio, uno pi grande di me voleva farmi del male, e invece mi ha fatto capire chi ero. E me lo sono tenuto per me. Finch non ho incontrato Ettore.

Ricciardi ascoltava. E nel mentre riconosceva i movimenti della radice malata, dell'amore strisciante che sapeva percorrere le vie pi subdole per invadere i sogni prima ancora della pelle. Pens a Enrica, e assurdamente si chiese se l'avrebbe mai pi vista ricamare.
- Non dicemmo niente, naturalmente. Ma credetemi, commissario, se vi dico che in quello stesso istante, nell'attimo in cui i nostri occhi si incontrarono, ci riconoscemmo. Sapeste quante volte poi lo abbiamo rievocato, quel momento; campassi cent'anni, sar sempre il pi importante della mia vita. Quante volte abbiamo provato a ostacolarlo, questo maledetto sentimento. Chiacchierammo tutta la notte di cose futili, un dialogo con le bocche e tutto un altro con le anime, con i cuori. Passeggiammo per ore, e faceva un freddo cane; io che vengo dal Nord non ho mai sentito tanto freddo come qui. Poi, sotto il suo portone, quando ormai stava arrivando l'alba, ci salutammo. E d'impulso, senza sapere come o perch, lo baciai. Lui si chiuse in casa, non volle pi vedermi. Io, che ho sempre evitato le occasioni pubbliche, non mi persi pi una festa, una recita, un balletto o una sinfonia, per incontrarlo; e non lo incontrai mai. Poi una notte, pioveva a secchi, me lo trovo in piedi, davanti a questa scrivania, dove siete voi ora, bagnato come un cane randagio, le labbra che gli tremavano. Era bellissimo, e disperato.
Pivani tacque. La voce era rimasta calma, come se stesse dettando un rapporto. Quando riprese, guard Ricciardi con fierezza.
- Per rispondere alla vostra domanda, dunque, vi dico che Ettore Musso di Camparino la notte tra il 22 e il 23 era qui da me. A fare l'amore con me. E poi a piangere, disperato, insieme a me. Chiedendoci che cosa sar di noi, perch nel mondo che tutti e due stiamo contribuendo a creare, per quelli come noi non c' posto. E non ci sar mai.

36.

Venne fuori una storia di incontri clandestini e di lettere bruciate dopo essere state lette, baci rubati e lacrime nascoste. Era strano anche per Ricciardi, abituato a ricevere confessioni e ad affacciarsi sulla disperazione della solitudine, sentir parlare d'amore in quell'ambiente soffocato di fascicoli che incombevano nella penombra, con l'odore del fumo e dell'inchiostro e della polvere, col caldo che non dava requie.
L'amore di cui raccontava Achille era senza speranza e senza futuro; un amore che costituiva una minaccia e che non conosceva la luce del sole. E nonostante ci non si rassegnava a morire, sopravvivendo ostinato a ogni razionale tentativo di mettergli fine. Cento volte si erano lasciati ripromettendosi di non vedersi mai pi, e centouna si erano di nuovo cercati, con la febbre della dipendenza e il sentimento di una nuova sconfitta. Pivani riviveva il dolore torcendosi le mani, guardando nel buio, la voce ferma e sussurrante.
Non poteva escludere che qualcuno, nella sede del partito, sospettasse qualcosa sull'amicizia eccessivamente stretta fra il gerarca e il giovane filosofo: ma era troppa la paura della polizia segreta, per dar voce a una malignit che poteva costare molto, molto cara. Le liste di proscrizione, il carcere, l'interdizione dal lavoro erano perennemente in agguato; era pi facile assecondare la situazione e cercare di compiacere quel pericoloso ometto settentrionale dall'oscuro potere, cercato al telefono dai massimi esponenti del partito da Roma, a cui spesso dava ordini secchi e irrevocabili.
E quindi, mentre Ettore, un paio di giorni prima, raccontava ad Achille dell'interrogatorio di Ricciardi e della sua preoccupazione, Mastrogiacomo ne aveva memorizzato il nome mentre portava il caff nello studio di Pivani; quando poi il custode gli aveva riferito delle domande poste dal commissario sulle frequentazioni notturne in sede, aveva preso l'iniziativa di intervenire per acquisire merito davanti al superiore.
Ettore odiava profondamente la matrigna, chiar Pivani; ma non era nella sua natura un atto di violenza come quello. Era un uomo di lettere, dolce e sensibile, amava i fiori e non possedeva armi. Il quadro che emergeva dalla descrizione di Achille, oltre all'alibi che lui stesso forniva, scagionava Musso e lasciava molti punti oscuri nell'omicidio della duchessa.
- Ho capito, Pivani. E mi rendo conto di tutte le implicazioni della vostra vicenda, sia pubbliche che private. Devo per farvi presente che, se non dovessimo riuscire a trovare un colpevole che risponda a ogni evidenza di questo omicidio, sar possibile che veniate chiamato a deporre per ripetere in un processo quello che avete detto a me; altrimenti sar facile per chiunque, soprattutto dopo l'uscita di Musso al funerale, gettargli la croce addosso. Ne siete consapevole?
- E voi al posto mio che cosa fareste, Ricciardi? Ve ne stareste l a vederlo andare in galera, subire l'onta del suo nome antico gettato nel fango, come un qualsiasi bruto e ignorante criminale? E per salvare me, per di pi? No; verrei a testimoniare. Forse sarebbe anche una liberazione, dopo tutte le notti insonni, dopo le mille paure che la storia venisse fuori a rovinare le nostre miserabili esistenze. Sono, siamo nelle vostre mani, commissario. La nostra unica possibilit  che troviate il colpevole.
Ricciardi si alz.
- Cosa che non sar facile, per la verit. La duchessa era una donna in vista, lo sapete. Ricevo forti pressioni per fare presto; altrimenti mi toglieranno l'indagine, e sar mio dovere comunicare a chi mi succeder tutto quello che ho scoperto.
Pivani aveva inforcato le lenti e stava aprendo un fascicolo che aveva sulla scrivania.
- Io non posso darvi informazioni che sono riservate; per lo meno nulla che possiate usare liberamente. La mia struttura ufficialmente non esiste; come lo chiamate, voi? Il segreto di Pulcinella. Tuttavia, qualcosa che potrebbe esservi utile ve lo posso anche dire. Fra i nostri sorvegliati c' Capece Mario, il giornalista amante della duchessa. Non  pericoloso, ma non perde occasione di dire ai quattro venti che il regime ha messo il bavaglio alla stampa.
Ricciardi annu.
- S, lo ha detto anche a noi; ma non mi pare certo un'aperta dissidenza. E' pi un rimpianto per il passato, mi pare.
- Cercate sempre di difendere la gente, eh, Ricciardi? Mi sa che anche voi siete molto pi buono di come volete sembrare. Lo so che non  un sedizioso, Capece. Ma la gente  restia a farsi i fatti propri e nessuno perde l'occasione di rendersi bello nei nostri riguardi, e quindi sono arrivate alcune denunce e abbiamo dovuto metterlo sotto una sorveglianza blanda. Non lo facciamo seguire, e perci non vi so dire se la notte del delitto era o no a casa Musso di Camparino; ma al giornale non c'era, abbiamo l un... possiamo dirlo con certezza, insomma. Quello che per posso dirvi, e potrebbe essere un'informazione utile,  che il figlio, Andrea, un ragazzo di sedici anni, ha fatto qualcosa di strano. Ecco qua, vi leggo: "Il nominato Capece Andrea di anni sedici, a tarda sera del giorno marted 25 agosto, usciva dalla sua abitazione recando un involto di carta di giornale; egli percorreva il vicolo di fianco alla suddetta abitazione, entrando in un vano terraneo adibito a scantinato del civico 104 e uscendone sei minuti dopo, per far ritorno nell'abitazione". Siccome il sorvegliato  il padre, e non  nostro interesse metterlo sull'avviso, abbiamo deciso di soprassedere da un controllo pi approfondito: in sintesi, non siamo andati a vedere che c'era nell'involto. Ma se fossi in voi lo terrei d'occhio, il ragazzo. In fondo, anche un bambino pu premere un grilletto.

Il colloquio era finito; Ricciardi salut con un cenno del capo e si avvi verso la porta. Quando gi aveva impugnato la maniglia, Pivani gli disse:
- Un'ultima cosa, Ricciardi. Io stasera ho parlato da solo, in questo studio. Riflessioni a voce alta, niente di pi. Forse ho visto un fantasma, e mi ci sono messo a chiacchierare. A parte la disponibilit che vi ho promesso se si dovesse arrivare, non voglia Iddio, a un processo, nessuna delle informazioni che vi ho dato dovr mai avere una fonte: altrimenti, per voi non potr fare niente. E nemmeno vorr. Siamo intesi?
Ricciardi annu. Ma Pivani non aveva ancora finito.
- E, parlando al fantasma, gli voglio dire un'altra cosetta. So che siete affezionato a Modo Bruno, il medico legale. Avete ragione,  una brava persona che non si tira indietro quando c' da curare qualcuno che ha bisogno, senza farsi pagare. Se lo volete aiutare, allora, ditegli di stare attento a quello che dice in pubblico; soprattutto quando ha bevuto un bicchiere di troppo. Mi dispiacerebbe veramente, se gli dovesse capitare qualcosa di brutto.

Quando arriv in questura se n'erano andati tutti, tranne un preoccupatissimo Maione seduto sulla panca davanti alla porta dell'ufficio di Ricciardi, che si sventolava col cappello. Appena lo vide si alz di scatto.
- Commissa', ma che fine avete fatto? Tutto questo tempo! Ho mandato Camarda a vedere se stavate a palazzo Camparino, io stesso sono tornato a casa dei Capece per vedere se vi eravate scordato di chiedere qualche cosa. Perfino a casa vostra ho chiamato, per sapere se alle volte ve ne eravate tornato. A proposito, la signora Rosa vi aspetta, dice che ha preparato pasta e zucca per cena.
Ricciardi fece una smorfia e si tocc lo stomaco.
- E tu questo mi dovevi dire, per farmi passare la voglia di ritornare a casa. Quando Rosa fa la zucca io digerisco dopo due giorni. Hai ragione, non ci avevo pensato che tu stavi qua ad aspettarmi; e non mi sono accorto che si era fatto tardi. Vieni in ufficio, che ti aggiorno.
Mise al corrente il brigadiere delle informazioni funzionali all'indagine. Non gli disse della relazione e non gli parl nemmeno di Pivani, sia perch sapere troppo poteva mettere l'amico in pericolo, sia perch non avrebbe 
saputo, per pudore e rispetto, rivelare la profondit di quel rapporto e di quella sofferenza. Gli raccont che era stato alla sede del partito fascista, dove casualmente due notti prima aveva visto entrare Ettore, e che aveva saputo che il figlio del duca collaborava con alcune operazioni segrete in corso, e che a quanto gli era stato detto si trovava l anche la notte del delitto.
Maione ascoltava a bocca aperta; quando Ricciardi tacque sbott.
- Scusate, commissa', e voi che ci facevate in mezzo alla strada due notti fa, quando avete visto il signorino che andava dai fascisti? E perch poi non me lo avete detto e non vi siete fatto accompagnare, che quella  gente pericolosa assai? E con chi avete parlato, dei fascisti? Quelli si difendono fra di loro,  logico che subito gli hanno dato un alibi:  come chiedere all'acquaiolo se l'acqua  fresca!
Ricciardi sollev le mani.
- Oh, oh, non mi assalire! Innanzitutto non credevo di riuscire a parlare con qualcuno, ci ho fatto solo una scappata per guadagnare tempo mentre tu ti andavi a cambiare. Poi, l'altra notte faceva troppo caldo e non riuscivo a dormire. E infine, mi hanno fatto parlare con uno importante che mi  sembrato che Ettore non gli stava nemmeno troppo simpatico, secondo me ha detto la verit. Sempre da verificare,  chiaro. Ma cos si spiegherebbe perch non ci ha voluto dire dov'era. Comunque, adesso  tardi, ne parliamo domani. Vattene a casa a mangiare, devi tenere una fame da pazzi a quest'ora.
Maione fece un'espressione sofferente:
- Commissa', non potete avere idea della fame che tengo. Vabbe', buona serata. Per fatemi il piacere: la prossima volta che vi viene in mente di andare in qualche posto pericoloso, abbiate la compiacenza di farmelo sapere.

In salotto, finita la cena, Enrica evitava di guardare Sebastiano che stava per sorbire il caff. Fin dalla prima sera si era accorta di una cosa orribile: l'uomo prendeva il manico della tazzina di porcellana con due dita, sollevando il mignolo, e gi questo gesto le pareva insopportabile; poi sporgeva le labbra come se volesse baciarne il bordo, altra cosa ridicola, e infine aspirava la bevanda con un risucchio rumoroso. Lo avrebbe strangolato.
Chiss cosa avrebbero detto tutti, se avessero potuto immaginare che Enrica, la fragile, delicata e introversa ragazza di cui amavano la mitezza, coltivava intenti omicidi. Il pensiero la fece sorridere e l'ignaro Sebastiano interruppe l'operazione caff per risponderle con uno sguardo intenerito. Sciocco presuntuoso, disse lei fra s, sorridendo ancora. E per distrarsi dal risucchio che stava per arrivare, ricord l'incontro che aveva avuto nel pomeriggio con la pettinatrice, e tutte le domande che le aveva fatto sul suo presunto fidanzamento che lei aveva negato decisa. Era la stessa pettinatrice, riflett, della governante di Luigi Alfredo; come sarebbe stato bello, se la curiosit della donna fosse stata indotta da lui: avrebbe significato che era ancora interessato a lei, che la maledetta settentrionale magari era solo un'amica, che c'era ancora una speranza.
Socchiuse le palpebre, in attesa dell'orribile risucchio di Sebastiano: in nessun caso avrebbe potuto passare la vita aspettando, ogni volta che lui beveva il caff, di udire il gorgoglio dello sfortunato liquido che passava dalla bella tazzina all'antro della sua bocca.
Era sicura che Luigi Alfredo, quando beveva il caff, non emetteva alcun rumore. E che teneva il mignolo basso, da vero uomo.

Lucia and incontro a Raffaele non appena sent girare la chiave nella toppa. Quando aveva visto che tardava, aveva mandato i ragazzi a letto e gli aveva conservato in caldo la cena: una zuppa di verdure. Lui si lasci cadere sulla sedia, madido di sudore per la salita dalla questura e le scale per arrivare all'ultimo piano. Lucia lo scrut preoccupata: le sembrava teso, nervoso. Si chiese a che cosa pensasse. O a chi.
Il marito invece, davanti alla zuppiera, rimestava col cucchiaio tra le verdure. Dopo un po' le chiese come aveva passato la giornata. Lei gli rispose che era andata a fare la spesa e poi aveva trascorso il pomeriggio a pulire le verdure che gli aveva cucinato. E a proposito: Ciruzzo, il fruttivendolo, gli mandava tanti saluti.
Lui reag come se avesse preso la scossa. Mollato il cucchiaio nella zuppa, si alz e disse:
- Questa minestra fa schifo. Dovrei fare come il commissario e mangiare fuori pi spesso. Mi  passata la fame, me ne vado a dormire. Buonanotte.
Allibita e umiliata, Lucia lo guard uscire dalla stanza chiedendosi cosa avesse fatto di male.

Ricciardi non aveva mangiato quasi niente. Aveva giocherellato con la pasta nel piatto per una decina di minuti, la testa persa dietro pensieri lontani. Rosa lo aveva osservato, al solito in piedi sulla soglia della cucina, per tutto il tempo.
Quando lui si era alzato aspettandosi la solita sfuriata, lei lo aveva sorpreso sparecchiando in silenzio, senza nemmeno un commento acido sulla mancanza di rispetto verso una vecchia che lavorava tutto il giorno per fargli trovare prelibatezze in tavola.
In realt la governante era meno preoccupata di quanto lo fosse stata negli ultimi giorni; la pettinatrice era tornata da lei per riscuotere la seconda met della mancia che le aveva promesso, recando buone notizie. Ottime, anzi: la giovane Colombo non si era fidanzata e, quel che era meglio, non era nemmeno intenzionata a fidanzarsi. Erano i genitori, preoccupati per l'et della ragazza, a spingere perch stringesse un rapporto almeno di amicizia col figlio dei proprietari del negozio affianco; speravano che prima o poi qualcosa nascesse, spontaneamente.
Il pericolo quindi incombeva ancora, si disse Rosa mentre lavava i piatti; ma almeno c'era una speranza.

Ricciardi si era ritirato in camera, ripromettendosi di non passare davanti alla finestra nemmeno per sbaglio: non voleva provare di nuovo la delusione di vedere le imposte chiuse. Il proposito non resse, e si mise al buio a guardare lo spicchio del salotto di casa Colombo che si intravedeva dalla sua stanza. Vide il famoso giovanotto, ormai stabilmente seduto sul divano, che beveva un caff; livido, si chiese se mai l'uomo tornasse a casa sua, se una casa l'aveva. Di fronte a lui Enrica, i capelli raccolti, le lenti di tartaruga, le mani in grembo. Gli sorrideva, o cos parve a Ricciardi.
Fino a qualche tempo prima, e per molti mesi ancora, aveva visto ogni sera la figura di una donna, che si era impiccata al piano di sopra rispetto a casa di Enrica. Osservando la dolce immagine di lei che ricamava, aveva dovuto assistere al contrasto con quel corpo che dondolava pigro da una corda attaccata al gancio del lampadario. Rosa gli aveva raccontato che si trattava di una giovane sposa che aveva scoperto il tradimento del marito, il quale, quando lei gli si era scagliata contro furente, l'aveva prima picchiata e poi abbandonata.
Ricciardi aveva visto fin troppo chiaramente il collo allungato dalla slogatura delle vertebre, la lingua nerastra semirecisa dall'ultimo spasmo della mandibola pendere dalla bocca, gli occhi strabuzzati e sporgenti dalle orbite; la larga macchia di urina e feci rilasciate dagli sfinteri sulla veste bianca da sposa, che aveva voluto indossare per quell'ultima macabra danza. La donna aveva ripetuto a Ricciardi, ogni sera, la sua invettiva verso colei che le aveva tolto il marito. Contro di lei, e non verso l'uomo che l'aveva tradita: Maledetta puttana, ti sei preso l'amore mio e la mia vita.
Gli ritorn in mente ora, dopo quasi tre mesi da quando si era dissolta lentamente nella notte, lasciando prima un alone di tristezza e poi pi niente. Gli ritorn in mente mentre guardava Enrica sorridere al suo uomo, forse immaginando il futuro che avrebbero avuto insieme, i figli e i nipoti: quel futuro che la sua natura invece negava a lui.
Prov l'ormai familiare morsa di dolore dietro lo stomaco e un forte senso di nausea. Pens all'impiccata e a s stesso, due destini non cos lontani quanto potesse sembrare. E al dolore nuovo, la sofferenza ottusa ed egoista che aveva un nome che lui non osava nemmeno pronunciare.
La notte estiva era popolata dal brusio della gente che chiacchierava seduta per strada, fuori alla porta dei bassi, per sfuggire al caldo. Da qualche parte suonava un pianoforte e si sentiva cantare, ma non si capivano le parole. La musica era struggente e accompagnava il dolore di Ricciardi. Guard l'uomo che beveva il caff a casa di Enrica: e lo odi per la prima volta, con tutte le sue forze. Lo odi perch quel posto era suo, e sua era la donna alla quale stava sorridendo; sua era quella vita, quella normalit, quei sogni e quel futuro.
Osserv quell'odio freddamente, come un animale strano e mai visto. Un morbo che poteva uccidere. Per il quale si poteva uccidere.
E all'improvviso, nel caldo della notte e nella musica che veniva da lontano, Ricciardi cap chi aveva ucciso Adriana Musso di Camparino. E perch lo aveva fatto.

37.

Capece sent la morsa della gelosia sognando il giovane che sorrideva ad Adriana a teatro, e si svegli di soprassalto. Non riconobbe il luogo dove si trovava: curioso, visto che si trattava di casa sua.
Casa mia, riflett con amarezza. Questa non  casa mia. Ognuno ha un posto, riflett nel modo in cui si riflette appena svegli, sospesi tra l'ultimo sogno e la realt che si fa riconoscere un po' alla volta: e questo non  il mio. Il mio posto  vicino a Adriana, vicino al mio amore: se lei non c' pi, neanche io ho pi un posto dove stare.
La sera prima era rimasto sul balcone per ore, finch la moglie aveva capito che non ce la faceva a parlarle ed era rientrata nella sua stanza. Poi si era steso sul divano e si era addormentato, vinto dal susseguirsi di eventi e traumi degli ultimi giorni, piombando in un sonno agitato e senza riposo. Non ricordava i sogni che aveva fatto se non il pi prossimo al risveglio, lo sguardo che aveva colto fra la sua amante e il giovane ammiratore a teatro, quello che aveva scatenato l'ultima, furibonda lite. Mentre l'alba si faceva strada nella stanza con la sua promessa di un'altra giornata di opprimente calore, Capece rivisse per l'ennesima volta la sensazione di una morsa allo stomaco, di un fiotto di sangue alla testa, di una incontrollabile rabbia. Di una cieca voglia di distruggere, di uccidere.
Nella penombra si guard la mano. E cominci a piangere, silenziosamente.

Quando il primo raggio di sole attravers piazza del Municipio e il vetro della finestra, inondando l'ufficio, Ricciardi era gi seduto alla scrivania. Non aveva dormito quasi per niente, col rumore di mare in tempesta delle emozioni che si contrastavano dentro di lui e con la nuova consapevolezza che aveva raggiunto in merito all'omicidio Camparino; perci si era alzato che era ancora notte e aveva raggiunto la questura deserta, con la guardia all'ingresso che sonnecchiava sulla sedia e non l'aveva nemmeno visto passare; solo i due morti sulle scale, impegnati nella loro perenne rappresentazione del dolore, lo avevano accolto: ma lui non ci faceva pi caso.
Aspettava Maione, per concordare una strategia. Non potevano sbagliare: una mossa avventata avrebbe impedito definitivamente di acquisire i necessari elementi di prova. Pure il brigadiere era mattiniero, anche se non come il suo superiore, e Ricciardi gli avrebbe potuto dare in tempo utile le istruzioni che aveva in mente.
Ingann l'attesa mettendosi in pari col lavoro di scrivania che aveva trascurato negli ultimi giorni; era assorto nella compilazione di un verbale quando bussarono piano alla porta. Finalmente, disse fra s.
- Avanti, entra!
Si apr uno spiraglio, e con sua grande sorpresa, Ricciardi si ritrov ad ammirare una Livia pi seducente del solito, che gli mostrava dalla soglia il cartoccio che aveva in mano.
- Salve. Sono qui per portare la colazione a un certo commissario Ricciardi, che mi dicono sia l'uomo pi affascinante della questura. Sapete per caso indicarmi il suo ufficio?
Indossava una giacca leggera che ricordava la blusa di un marinaio, azzurro scuro con i risvolti bianchi; il motivo era ripreso dalla gonna, stretta sui fianchi, che arrivava a met delle gambe fasciate da calze bianche di seta. La camicetta, aperta sulla gola, lasciava intuire lo splendido dcollet della donna; il cappellino a cloche nascondeva in parte i capelli corti che incorniciavano il volto luminoso dal trucco leggero.
Ricciardi, era rimasto senza fiato. Si alz in piedi e le indic di entrare. Poi si riprese e disse:
- E tu che ci fai qui, a quest'ora? Non sei in vacanza?
Livia rise, accomodandosi sulla sedia davanti alla scrivania e cominciando ad aprire l'involto.
- Vacanza? Quando si ha a che fare con uno come te, e si cerca di fare amicizia, non ci si pu concedere pause. Sei uno che va inseguito, perch se ti aspetto corro il rischio di diventare vecchia e orribile. Non ho ancora molto tempo, sai.
Ricciardi non era abituato a quel tipo di schermaglie ed era in evidente difficolt.
- E' che non mi sembra il caso che tu venga qui in questura. Non  un bel posto, per una signora. Ci sono delinquenti e poliziotti, non so chi sia peggio. E poi mi pare che tu abbia parecchio tempo ancora, prima di diventare brut... vecchia, voglio dire.
Livia port la mano alla gola, fingendosi sorpresa e scandalizzata:
- Ma cosa sentono le mie orecchie? Forse il commissario Ricciardi, l'uomo meno galante del Meridione d'Italia, ha quasi fatto un complimento? Non pu essere: certamente non mi sono ancora svegliata e sto sognando.
- E va bene: tanto fai sempre di testa tua. E riguardo all'altra sera: non puoi dire che non ti avevo avvertita, che avere a che fare con uno come me poteva essere anche pericoloso. Comunque, erano solo quattro teste calde che...
Livia lo ferm, mettendogli una mano sulla sua. Il contatto, caldo e fremente, fu tutt'altro che spiacevole per Ricciardi.
- Non devi dirmi niente. Sono una donna adulta, e quello che voglio o non voglio fare lo decido di testa mia. E non credere che dalle mie parti sia diverso: di questi tempi i delinquenti fanno i delinquenti scegliendosi anche una bandiera. Non ti devi preoccupare, per me. Sono io che mi preoccupo per te, invece. Se vuoi, posso chiamare Roma e parlare con... io conosco delle persone, sai, molto influenti. Posso fare in modo che nessuno ti dia fastidio, n ora n mai. Me lo devi solo dire.
Ricciardi rispose con decisione:
- Non ci pensare nemmeno. A parte che non ho niente da temere, bado benissimo a me stesso. Ho gi preso le mie contromisure, non succeder pi niente.
Livia sospir, tranquillizzata.
- E allora non mi resta che provvedere al tuo stomaco; ecco qua: quattro sfogliatelle come piacciono a te, calde calde. Quel negozio qua all'angolo, come si chiama? Ah, s, Pintauro. E' aperto anche a quest'ora del mattino, sai? E non sono stata nemmeno la prima cliente, a quanto mi ha detto il cassiere, oltre a farmi un sacco di complimenti. Prendine una.
Maione si affacci alla porta proprio mentre Livia sollevava una pasta fumante e profumata verso Ricciardi. Sgran gli occhi e guard Livia, la pasta, Ricciardi e di nuovo la pasta. Poi sbuff e allarg le braccia.
- No, questa  diventata una persecuzione! E si mangia dalla mattina alla sera in questa citt, basta che mi trovo io presente! Ma quando mai avete mangiato, voi, commissa', in quest'ufficio a prima mattina? E pure voi, signo', scusate tanto, ma vi pare il caso che il profumo delle sfogliatelle si sente fino abbasso alle scale? Mi pareva di avere le allucinazioni, mi pareva! Noi qua stiamo per lavorare, abbiate pazienza!
Livia fiss Ricciardi, la sfogliatella a mezz'aria, sorpresa dalla sfuriata del brigadiere. Il commissario si strinse nelle spalle.
- U, Maione, finalmente sei arrivato. No; la signora qua si trovava a passare e ci  venuta a trovare. Anzi, proprio questo aveva appena detto: ma quando arriva il brigadiere Maione, ch ho portato una sfogliatella pure per lui? E io le ho risposto che avresti dovuto gi essere qua.
Maione osserv la mano di Livia e la sfogliata come se stesse per balzare e staccare entrambe con un morso.
- No, grazie assai, signo', ma a quest'ora ho lo stomaco chiuso ancora. Si sveglia dopo di me, si sveglia. E scusatemi per prima, ma con questo caldo dormo male e sto sempre nervoso. Avete ordini, commissa'?
Ricciardi aveva fatto il giro della scrivania e si era seduto al suo posto.
- Ancora un momento, Raffae'; forse la signora Livia, qua, ci pu dare una mano. Entra, e siediti pure tu.
Maione prese posto al fianco di Livia, elettrizzata dall'essere coinvolta nelle questioni di Ricciardi. Pi verificava la difficolt di entrare in sintonia con quell'uomo misterioso, pi ne era attratta.
- Allora, Livia, ascoltami. Immagina di essere innamorata, molto innamorata di un uomo. E di credere che lui sia tuo, solo tuo per sempre. Poi all'improvviso ti ritrovi ad assistere a qualcosa, uno sguardo, una parola: qualcosa che ti fa convincere di poterlo perdere, di vederlo andar via con un'altra. Cosa proveresti, cosa faresti?
Maione osservava incuriosito Ricciardi. Voleva ricostruire la sensazione di Capece, la situazione in cui si era trovato a teatro. Non aveva torto, si disse, a chiedere a Livia: serviva una persona di quello stesso ambiente, di quel mondo di lusso e senza fame per capire che reazione poteva aver avuto il giornalista di fronte alla prospettiva di perdere la donna che amava.
Il cuore di Livia pulsava pi forte: finalmente Ricciardi parlava d'amore. D'accordo, non era il posto pi adatto: lei si sarebbe aspettata una cena a lume di candela, in un ristorante sul mare. E poi erano davanti a testimoni, quell'irsuto brigadiere dagli strani comportamenti. Ma pur sempre d'amore parlava, e forse aveva scelto quel contesto perch l si sentiva pi sicuro, meno vulnerabile.
- Sarei pronta a combattere con tutte le mie armi, per lui. Lotterei con tutta me stessa: non gli darei tregua, mai.
- Questo se tu avessi il tempo di rifletterci, d'accordo. Ma sul momento? Se ti rendessi conto che fra te e la felicit, fra te e l'amore insomma, ci fosse qualcuno? E se dovessi pensare che, rimosso quel qualcuno, avresti di nuovo il tuo amore e nessuno pi potrebbe togliertelo?
Ci fu un attimo di silenzio. Maione cercava di figurarsi Capece quella sera, al Salone Margherita, nell'attimo in cui aveva schiaffeggiato la duchessa davanti a tutti e poi le aveva strappato l'anello. Quella scena parlava di un controllo smarrito, di una nuova determinazione: di una nuova disperazione.
Livia era certa che Ricciardi volesse capire com'era fatta, se dietro la sua apparenza aristocratica e moderna ci fossero la forza e la spontaneit delle donne del Sud, quelle alle quali era forse abituato. Non voleva deluderlo, e d'altronde era consapevole di avere una natura focosa e passionale: per cui non le cost alcuno sforzo essere sincera.
- Immagino che potrei fare di tutto, per l'uomo che amo. Di tutto. Anche le cose pi turpi. Anche un delitto.
La parola cadde tra loro e fece un rumore enorme. Rimasero in silenzio, soppesando da punti di vista diversi la frase di Livia. Poi Ricciardi si rivolse al brigadiere.
- Maione, ti devo chiedere di andarti a cambiare un'altra volta. In borghese, devi andare in un certo posto, che quando torni ti dir. A ritirare un pacco.
Maione si alz, fece un lieve inchino a Livia e usc. Ricciardi parl alla donna.
- Ti ringrazio, Livia. Mi sei stata di grande aiuto, non immagini quanto. Ora per devi andare: ho delle cose urgenti, molto importanti da fare.
La donna sospir, alzandosi.
- Mi mandi via, insomma: come sempre. Io per non desisto facilmente. E non mi capita spesso di aver voglia di conoscere meglio qualcuno. Quindi, ancora una volta, rassegnati: non ti libererai facilmente di me.
Detto questo, usc. Dalla porta aperta Ricciardi intravide un avvocato che, per guardarla meglio, inciamp e cadde in una cascata di fascicoli e documenti.

38.

Sofia Capece pensava che il marito doveva rassegnarsi: non si sarebbe liberato facilmente di lei.
Si era alzata diverse volte, durante la notte, per andare a guardarlo dormire sul divano del salotto. Non era come averlo di nuovo nel suo letto, ma lei era una donna che sapeva aspettare: aveva aspettato tanto, non la spaventavano certo i pochi giorni che ancora li separavano da una vita di nuovo normale. Perch di questo Sofia era certa: era solo una questione di tempo.
Il sonno di Mario era stato agitatissimo: non aveva fatto che mormorare, rigirarsi, sospirare. A un certo punto aveva avuto addirittura l'impressione che avesse pianto. A suo modo di vedere era un buon segno: significava che dentro era combattuto, che stava insorgendo in lui un conflitto del quale lei, Sofia, sarebbe stata certamente la vincitrice. D'altronde l'altra era morta. Non esisteva pi.
Era pur vero che non era la soluzione che avrebbe sperato: molte volte aveva sognato che il marito, rinsavito dal sortilegio che lo aveva colpito, sarebbe tornato a casa con i propri piedi, chiedendo perdono per quello che aveva fatto. Nella sua immaginazione si vedeva condiscendente, dolce come sempre, pronta a riaccoglierlo, per offrirgli quel calore domestico che aveva forse dimenticato e del quale sentiva sicuramente la mancanza, anche se non voleva ammetterlo. Era pur sempre la moglie. Aveva giurato davanti a Dio di amarlo e onorarlo per tutta la vita.
Sprimacci il cuscino e lo riassest sul divano. Mario era uscito prima dell'alba, ne aveva udito i passi per le scale e poi per strada. Ma sarebbe tornato, lei lo sapeva.
E poi, dove avrebbe dovuto andare? Quella era casa sua, la sua famiglia. Le si accost il figlio per baciarla e salutarla, andava a scuola per il corso estivo preparatorio; era un ragazzo di cui qualsiasi padre sarebbe stato orgoglioso, e Sofia constat che gli somigliava sempre di pi e che quello era un motivo in pi per lui per ritornare. Gli raccomand di rientrare presto, che forse il padre sarebbe stato a casa per il pranzo.
Si era voltata per andare in cucina e non vide la smorfia sul viso di Andrea. Fu meglio, perch tutto quell'odio l'avrebbe spaventata.

Maione si era trovato un posto all'ombra di un portone, proprio di fronte a dove il commissario gli aveva detto di andare. Il caldo era infernale: nell'androne non c'era un filo d'aria, all'esterno il sole era insopportabile; per cui il brigadiere, in abiti civili come il superiore gli aveva ordinato, si era messo sulla soglia del palazzo. Sospettava per che quella collocazione fosse la peggiore, coniugando i difetti delle altre due. Si sventolava col cappello, passandosi di tanto in tanto il fazzoletto sulla fronte, e ogni paio di minuti controllava l'orologio, per scoprire che il tempo passava con una lentezza stupefacente; anche lui era rallentato dal caldo, comment fra s.
A pochi metri c'era un carretto dei gelati; il venditore doveva aver pensato che, piuttosto che nella vicina Villa Nazionale, dove la concorrenza era pi forte, conveniva appostarsi l: presto sarebbe stato pieno di ragazzi, per la maggior parte appartenenti a famiglie facoltose, e quindi con soldi in tasca e per di pi molto affamati.
Non che Maione fosse meno affamato; almeno dieci volte aveva portato la mano alla tasca per prendere il borsellino e tirare fuori i dieci centesimi necessari per avere un bel cono da passeggio, rinfrescante e gustoso, che avrebbe fatto fuori in un attimo. Ma, ancorch in borghese, era li per lavorare e non voleva distrazioni. E poi ogni volta che aveva fame, davanti ai suoi occhi si presentava l'immagine del fruttivendolo Ciruzzo, magro come un chiodo e sorridente, e udiva la voce di quella stupida di Lucia che rimarcava quanto fosse in forma nonostante avesse la sua stessa et. E che c'entra?, si disse. Ognuno ha la sua costituzione. E poi, col mio peso, posso sempre sedermici addosso e schiacciarlo.
Controll di nuovo l'ora: non doveva mancare molto. Aveva fatto un bel po' di strada, ma non gli dispiaceva: era un uomo d'azione, starsene seduto nei salotti a interrogare la gente non faceva per lui. Era andato vicino a casa dei Capece, dove il commissario gli aveva detto: una porticina in un vicolo cieco, uno scantinato umido e sporco. Aveva cercato un mattone smosso nella parete, a tentoni, facendosi luce coi fiammiferi: si era sporcato le mani, che poi aveva sciacquato a una fontanella rinfrescandosi anche la faccia. Ci aveva messo un po' ma aveva trovato qualcosa, proprio come gli aveva indicato Ricciardi. Gli aveva chiesto come avesse saputo dov'era, e il commissario aveva glissato; secondo Maione era un altro regalino della passeggiata dai fascisti. Sta di fatto che adesso lui era in attesa di un possibile assassino e di un certo occultatore di prove, e che sotto il braccio sudato teneva un involto di carta di giornale nel quale c'era una pistola Beretta 7,65 che probabilmente aveva ammazzato la duchessa Adriana Musso di Camparino.

Ricciardi controll l'orologio: era quasi ora. Il sole del primo pomeriggio non dava tregua e i passanti erano rari. Dalla finestra dell'ufficio arrivavano le grida dei gabbiani e di tanto in tanto le sirene delle navi nel vicino porto.
Forse partire non sarebbe stato male. Una nave qualsiasi, magari un mercantile, un paese lontano. E una nuova vita, nuovi paesaggi, nuove circostanze. Eppure, riflett, uno come lui non aveva dove fuggire. I morti parlano ovunque la stessa lingua, ottusamente ripetendo l'ultimo pensiero; e gli avrebbero ammorbato il respiro dovunque fosse andato. Poteva fuggire da tutto e da tutti, ma non certo da s stesso: era quella la sua condanna. Dalla porta aperta per creare un minimo di corrente d'aria, intravedeva il ladro morto. Io l dentro non ci torno, ripeteva. Dal buco bruciacchiato sulla tempia colavano sangue e cervello. Mi perseguiterete per sempre, disse fra s Ricciardi. Per sempre.
Sospir. Doveva raggiungere Maione e il suo ospite.

Rosa sfil gli spilloni e si tolse il cappello, accaldata ma contenta. Non era abituata a uscire nel pomeriggio, specie nel mese di agosto, ma le circostanze lo imponevano.
Ricordava che quando il signorino era piccolo, al paese, c'era un gruppo di ragazzacci che lo perseguitava; niente di pericoloso, beninteso: ridevano al suo passaggio, lo attiravano con proposte di gioco e lo lasciavano solo al buio o in aperta campagna. Luigi Alfredo ne soffriva molto, anche se non ne parlava mai, e lei lo intuiva dallo sguardo triste che aveva ogni volta che tornava a casa dagli incontri con loro. Un giorno aveva preso l'iniziativa, affrontando il capo della squadra, un ragazzone grande e grosso che non aveva rispetto per nessuno; dapprima glielo aveva chiesto con le buone, poi, di fronte alla risata sprezzante di quello, si era vista costretta a metterla sul piano fisico, assestandogli un paio di ceffoni sonori. Da allora non era pi accaduto che il signorino fosse preso in giro, ma lo avevano cercato sempre di meno: forse il rimedio era stato peggiore del male.
Stavolta per sarebbe stato diverso: non avrebbe messo paura a nessuno, e nemmeno avrebbe preso un contatto diretto con chi, consapevolmente o inconsapevolmente, provocava la sofferenza del suo bambino. Si era servita della parrucchiera, un tramite necessario ma pericoloso: sperava di aver comprato la discrezione della donna, anche se il prezzo in denaro era stato sconsideratamente alto. Le notizie tuttavia erano arrivate, ed erano buone notizie, ancora una volta.
Enrica, la figlia maggiore dei Colombo, non sopportava l'uomo che i genitori cercavano di imporle e non aveva la minima intenzione di frequentarlo da sola, limitando gli incontri a quelli che non poteva evitare.
Ma la grande novit appresa nella. cucina della pettinatrice un'ora prima, mentre da un pentolone sulla stufa usciva un terribile miasma di cipolle e cavolfiore e la temperatura superava certamente i cinquanta gradi, era che come Ricciardi guardava lei, lei guardava Ricciardi. O meglio, si lasciava osservare mentre ricamava con trepidazione e tenerezza. E questo, aveva appreso Rosa con meraviglia, da oltre un anno, il che spiegava come mai ogni sera, finito di mangiare, il signorino si ritirava in tutta fretta in camera. La ragazza non era facile a confidarsi,, le aveva detto la donna nell'evidente intento di farsi pagare ancora di pi. Ma la sua opinione era che la signorina Colombo aveva pi di una simpatia per il commissario Ricciardi, e che meglio sarebbe stato se questi si fosse mosso per presentarsi alla famiglia, e in fretta, prima che il signor Fiore si facesse avanti formalmente: anche perch l'uomo non era affatto brutto, a detta della pettinatrice che lo aveva incontrato una sera sulle scale, e a quanto si sapeva era pure ricco.
Rosa avrebbe dovuto quindi trovare il modo di indurre il signorino a fare qualcosa, invece di aspettare in silenzio come al solito: ma come, se lui nemmeno si faceva sfuggire una parola o una confidenza? E poi c'era un'altra cosa strana: la ragazza Colombo aveva parlato di una donna che aveva visto con Ricciardi. Una donna descritta come volgare e un po' attempata, vestita in modo sgargiante e appariscente: traducendo dal gergo particolare delle pettinatrici e delle ragazze innamorate, Rosa aveva intuito che si trattava di una donna bella e corteggiata, riccamente abbigliata e molto elegante. Chi era costei? E soprattutto, si chiedeva Rosa, perch praticando una signora cos, Luigi Alfredo era tanto infelice?

Maione sedeva al tavolino del Gambrinus, sudando e aspettando Ricciardi. La persona seduta davanti a lui, dietro un bicchiere di spuma che si andava sciogliendo, lo metteva a disagio.
Non era facile che il brigadiere fosse a disagio davanti a un sospettato: l'abitudine a confrontarsi con individui che si erano resi colpevoli di ogni tipo di reato, la vita passata per strada, la fame e la miseria erano state le maestre dell'uomo e del poliziotto che era diventato.
Aveva visto tutto e il contrario di tutto. Ma non sapeva cosa pensare, adesso, del giovane Andrea Capece.
Lo aveva aspettato fuori dalla scuola, lo aveva visto uscire in tutto simile agli altri ragazzi, che sciamavano al sole dell'estate, finalmente liberi dagli obblighi, verso un sabato di divertimento e riposo. Camminava al fianco di una ragazza, i libri legati da una cinghia tra le mani; ancora una volta aveva apprezzato la sensibilit di Ricciardi, che gli aveva detto di andare in abiti civili per risparmiare al giovane le chiacchiere dei compagni. Gli era corso incontro, toccandolo lievemente sul braccio per attirare la sua attenzione; si era accorto di essere stato riconosciuto ed era stato attento a osservare cosa passava per il suo sguardo, per la sua fronte, cercando i segni usuali della paura e della sorpresa nell'animale preso in trappola; ma non aveva visto nulla di tutto questo.
Aveva invece visto la spensieratezza lasciare il posto ai segni di una tristezza profonda, antica e dolorosa, da adulto; e anche il lampo di qualcosa che assomigliava all'orgoglio. Neppure l'ombra di un pentimento o anche solo di un rimpianto. Gli occhi tristi avevano sfiorato l'involto di carta di giornale, le spalle si erano curvate impercettibilmente sotto il peso di quello che sarebbe successo; aveva salutato con un cenno la ragazza, che aveva fatto un inchino a Maione credendolo un parente e se ne era andata senza smettere di sorridere.
Avevano fatto la strada in silenzio; l'adulto non sapendo cosa dire, il ragazzo senza voler dire niente. Erano arrivati al Gambrinus, come convenuto col commissario, e si erano seduti a un tavolino. Maione aveva chiesto ad Andrea cosa prendesse e lui aveva scosso il capo, malinconico. Il brigadiere allora aveva chiesto un caff e una spuma, che il giovane non aveva nemmeno sfiorato, e adesso aspettavano Ricciardi che non aveva voluto ricevere Andrea in questura.
Maione non era sicuro di voler assistere a quell'interrogatorio, perch aveva un figlio della stessa et, che era diventato il maggiore dopo la morte di Luca. Pens che non dovrebbe esserci tristezza negli occhi, a sedici anni.

39.

Al pomeriggio del venerd la citt se ne frega del caldo; anche del freddo, della pioggia o del vento.
La citt, il venerd pomeriggio, non ha clima, o meglio, ne ha uno tutto suo:  il clima dell'attesa, della bellezza di due giorni in cui la morsa del lavoro si allenta, in cui chi pu si dedica un po' a s stesso. I giorni degli incontri, della messa e della danza. I giorni dei bambini in divisa che fanno ginnastica in mezzo alla piazza, diretti da belle signorine col megafono; i giorni delle colonie in cui si va in spiaggia in fila per due, i capelli rasati a zero per combattere i pidocchi e le palpebre strizzate nella luce di Mergellina. I giorni degli scugnizzi cotti dal sole, uno straccio in vita legato con una corda o uno spago, i piedi scalzi deformati con la pianta pi dura di una suola di cartone, che si appendono ai tram. I giorni delle zingare che leggono la mano o dei finti monaci, che dnno i numeri per il lotto. I giorni del canto e della musica.
La citt, il venerd pomeriggio, popola le sue strade dell'attesa:  troppo bello e importante aspettare il sabato tutti insieme, per rinchiudersi in casa. Via Toledo si riempie di voci e rumori: il venditore di angurie che promette il fresco fuoco dei suoi frutti succosi, l'ambulante di caff con la cuccuma monumentale su ruote, quello di limoni con la merce che pende dalle fronde semoventi. E focacce con le alici fresche, belle contadine con una capra al guinzaglio e una brocca di ferro per il latte.
La citt, il venerd pomeriggio, non ne vuole sapere di povert e fame. Nei vicoli le galline razzolano nei rifiuti e piccoli cortei di bambini seguono il pazzariello, che suda sotto l'uniforme pesante e rotea il bastone, picchiando sul tamburo e chiamando tutti a raccolta per l'apertura di qualche bottega. Le comari si confidano segreti urlando da un balcone all'altro, mentre stendono lenzuola sul filo che unisce palazzi distanti pochi metri. Il guappo esce di casa vestito di bianco, le scarpe bicolori e il cappello di paglia in tinta, con due sgherri che lo seguono a un metro; al suo passaggio gli uomini si scappellano e le donne si inchinano, e tutti dopo sputano a terra.
La citt, il venerd pomeriggio,  condiscendente e ben disposta. E ai lati della grande strada dove passeggiano i signori, fioriscono venditrici di fiammiferi e di fortuna, ciechi veri e finti e portatori di ogni deformit, che tendono le mani per trovare carit e commiserazione in forma di monete. E se arrivano due guardie a cavallo, con i cappelli sormontati da alti pennacchi, tutti miracolosamente guariscono e scompaiono nei vicoli, velocissimi sulle gambe non pi storte, trascinando senza sforzo enormi ceste di merce; salvo ritornare dopo un attimo al proprio posto, pi lamentosi di prima.
La citt, il venerd pomeriggio, si prepara all'amore. Le ragazze pensano a quali fiori potranno decorare cappelli e scollature, nella passeggiata in Villa della domenica mattina o nei pomeriggi danzanti del sabato. Devono decidere per tempo, perch il vestito buono deve essere stirato col ferro a carbonella e i capelli dovranno essere arricciati, non sia mai che l'incontro della vita le colga impreparate. E gli studenti concordano dove ritrovarsi, quale locale o teatro ospiter la soubrette pi incantevole o le ballerine pi discinte, e lucidano le scarpe come armi da guerra. I padri e le madri pregustano la mattinata del sabato, quando i figli piccoli saranno precettati dalle adunanze e loro si godranno, nelle case di una o due stanze, un'intimit attesa per una settimana; gli scugnizzi che lo sanno correranno di piano in piano nei palazzi borghesi, girando campanelli per disturbare: ma nessuno andr ad aprire.
La citt, il venerd pomeriggio, vuole dimenticare il sangue. Ha la fortuna di non vedere figure straziate da carrozze e automobili, che declamano da bocche sanguinanti e da polmoni schiacciati la voglia di vivere un altro giorno, o anche un altro minuto. Ha la fortuna di non vedere coltelli spuntare da camicie arrossate e colli spezzati da bastoni, in un ultimo, gorgogliante appello alla Madonna. Ha la fortuna di non vedere corpi irriconoscibili di operai caduti. da malferme impalcature, martiri della nuova edilizia che chiamano la mamma per prolungare i loro quattordici anni.
La citt non ci bada, il venerd pomeriggio. Perch l'indomani  sabato.
Ricciardi andava verso il Gambrinus attraversando via Toledo e il venerd pomeriggio. Era sicuro che il colloquio che avrebbe sostenuto di li a poco col figlio di Capece avrebbe fornito gli elementi necessari alla soluzione dell'omicidio della duchessa. Camminando tra la folla, rifletteva pure su s stesso, e sul riconoscimento di certe emozioni che fino a qualche settimana prima gli erano ignote.
Garzo, il vicequestore che non perdeva occasione per dimostrare i propri limiti, usava esprimere un concetto che Ricciardi aveva sempre trovato particolarmente insulso: per comprendere i processi mentali di un delinquente bisognava, in qualche modo, pensare come lui; e quindi essere delinquenti, almeno un po'.
Adesso, alla luce dei nuovi eventi, il commissario tornava su quell'idea con preoccupazione: per aver compreso con lucida certezza chi aveva ucciso la Camparino, e perch doveva essere infetto lui stesso del morbo che aveva portato al delitto. Gelosia. Chiamiamo le cose col loro nome, disse fra s mentre scansava la mano tesa di un mendicante. Ho conosciuto un'altra perversione, l'ennesima corruzione dell'amore che porta alla morte, all'assassinio. E siccome l'ho conosciuta, la posso riconoscere.
L'amore, il peggior nemico, percorreva spesso vie contorte: ma la gelosia era diritta come un fuso. Come la fame, l'altra grande generatrice di delitti, era improvvisa e violenta; ma aveva ben altre radici, affondate nella follia dell'egoismo e del possesso. E sapeva anche attendere.
Trov Maione e Andrea seduti all'interno, in silenzio. Il ragazzo guardava nel vuoto, perduto dietro chiss quali pensieri; il poliziotto fissava la porta, sperando che l'arrivo del commissario mettesse fine al disagio di ritrovarsi a custodire, per di pi in borghese e in un luogo tanto irrituale, un sospettato cos giovane. In mezzo a loro, sul tavolo, come un argomento decisivo, l'involto di carta di giornale.
Ricciardi si sedette e ordin un caff. Andrea non lo salut. Maione fece per abbozzare un saluto militare, poi ricord di essere in abiti civili e fece un cenno con la mano.
- Commissa', tutto come avevate detto. La pistola era dietro un mattone, nella parete dello scantinato. E pulita, sembra che  stata usata da poco. Il giovanotto, qua, era a scuola;  venuto appresso a me senza protestare.
Andrea disse:
- E quindi ci sorvegliavate. Anche prima di venire a casa, ci sorvegliavate.
Il tono era quello di una semplice rilevazione: non c'era alcun giudizio morale, nessuna riprovazione. Nemmeno un'ammissione di colpa. Ricciardi volle chiarire.
- No, non vi sorvegliavamo. Ci  stato riferito da altri. Questa  una citt dove nessuno si fa i fatti suoi, lo dovresti avere imparato. E comunque non importa come lo sapevamo: quello che importa  che tu hai nascosto la pistola di tuo padre. Perch?
Andrea guard finalmente in faccia il commissario, stringendosi nelle spalle.
- Cos. Perch mi piace, perch volevo farmi bello con gli amici. Sono un ragazzo, no? Queste cose le fanno, i ragazzi.
Occhi tristi, addolorati. Ricciardi consider che da anni quegli occhi non avevano sguardi da ragazzo. Il furto di infanzia e adolescenza non  ancora un reato, riflett. Ma dovrebbe esserlo.
- Ascolta: non  il caso di giocare. Non pi. La questione  seria. I nostri periti ci mettono cinque minuti, forse meno, a dimostrare che questa pistola ha espulso il bossolo che abbiamo trovato sul luogo del delitto, e che quindi ha sparato il proiettile che ha ucciso la duchessa. Quindi, ti prego, non perdiamo tempo.
Andrea aveva serrato la mascella. Vicino al loro tavolo pass un gruppo di ragazzine che ridevano rumorosamente. Ricciardi addolc il tono.
- Io ti capisco. Qualunque sia il motivo per cui hai nascosto la pistola, lo hai fatto per salvare la tua famiglia, o quello che ne rimane. Lo vedi, non ti siamo venuti a prendere in divisa, non ti abbiamo portato in questura. Ma se dovesse essere necessario lo faremo: perch un omicidio  un omicidio, e chiunque sia morto...
Il ragazzo si sporse in avanti, impallidendo e stringendo le labbra. Il volto era diventato quello rabbioso di un animale disperato, costretto ad aggredire per difendersi. La voce era un sibilo.
- Chiunque, dite. Ma lo sapete chi era, la vostra povera morta ammazzata? Era una che per uno sfizio si  presa la felicit di tutta una famiglia. Adesso voi lo vedete piangere, come un bambino. Ma lo sapete che quell'uomo... s, quell'uomo: io come padre non lo riconoscer mai pi... non torna a casa da mesi? Lo so quello che vi ha detto mia madre. Ma anche la sua follia  dipesa dallo sfizio che la signora si  tolto. E' morta. Perch doveva morire. E questo  tutto.
Finito di parlare si appoggi allo schienale. Maione dubit di quello che aveva visto, tanto improvvisa era stata la metamorfosi. Ricciardi riprese, con tono pi duro.
- Pensa pure quello che vuoi. Noi vogliamo sapere chi ha sparato alla duchessa; e il fatto che tu abbia nascosto la pistola ci dice chiaramente che lo sai.
Segu un lungo silenzio. Attorno a loro la folla cominciava ad aumentare, il passeggio del venerd andava verso il suo culmine. I negozi erano quasi tutti aperti e le signore con i grandi ventagli si fermavano davanti alle vetrine, commentando prezzi e modelli di vestiti e cappellini. Andrea parl, finalmente.
- Sono stato io. Non potevo pi sopportare la follia di mia madre, il suo pianto. Non potevo sopportare la vergogna che mio padre ci ha messo in faccia; il fatto che tutti sapevano, anche a scuola. Non potevo sopportare che la mia sorellina gli volesse ancora bene, dopo quello che ha fatto.
Un altro silenzio. Maione pareva semiaddormentato; ma dopo un po' fu lui a intervenire.
- Allora hai aspettato la fine della scuola e sei andato al palazzo,  cos? E sei andato fino in camera da letto, a sparare alla duchessa che stava ancora dormendo. Quattro colpi, hai sparato: e poi sei scappato.
Il ragazzo annu. Ricciardi lanci un rapido sguardo al brigadiere, invitandolo a continuare.
- E fammi capire, come sei riuscito poi a scappare? Come mai non ti ha visto nessuno?
Il ragazzo rispose con tono fermo, come se raccontasse quello che aveva fatto la mattina a scuola.
- Non c'era nessuno. Forse il custode stava a pranzo. Il portone era aperto, faceva caldo, a quell'ora non c'era nessuno, per strada.
Maione scosse il capo.
- Guagli, la duchessa non  morta di giorno; e il colpo  stato uno solo. E non  morta nemmeno in camera da letto. Tutto questo sul giornale non c', e per una volta grazie a chi ha tolto la cronaca nera da mezzo. Non sei stato tu.
Andrea non cambi atteggiamento. Una lacrima per scese repentina sulla guancia. Frustrazione, ipotizz Ricciardi.
- Che cosa vi potrei dire? Potrei insistere, dire che mi sono sbagliato. Ho sedici anni, la punizione sarebbe pi lieve, no? Ma poi mi sbaglierei ancora, e ancora: perch non c'ero, quando la cagna  morta. E quindi lo devo ammettere:  stato lui. E' stato mio padre.
Maione si assest sulla sedia. Finalmente il caso era risolto: per una volta l'assassino era il sospettato principale. Si volt verso Ricciardi e, riconoscendone l'espressione, cap di non aver capito niente.
- No. Non  stato lui. Abbiamo il suo alibi, sappiamo dov'era nel momento del delitto. E sappiamo pure chi  stato, invece: chi stai difendendo. Dobbiamo sentirlo da te, per. Perch tu non sia implicato in niente, perch tu esca pulito dalla storia, perch ci possiamo dimenticare che hai nascosto la pistola. E anche perch lo devi capire bene che un delitto  un delitto: anche se chi lo commette  forse pi innocente della vittima. Allora, chi  stato?
Nel festoso rumore del venerd, mentre il pomeriggio diventava sera e via Chiaia si riempiva di chiasso e di speranza, il viso di Andrea riacquist la sua et e si sciolse nel dolore di un pianto disperato. Tra le lacrime, guard Ricciardi e disse:
- Ma non capite quello che ha sofferto? Non vedete che il dolore l'ha fatta impazzire? Che non sa quello che ha fatto e non lo sapr mai, povera mamma?

40.

Prego, commissario, da questa parte. Accomodatevi, brigadiere: sedetevi qua, sul divano. Faccio un po' di luce, apro le tende, le giornate si cominciano ad accorciare; per fa ancora caldo, eh? Un caldo terribile, non si respira.
Che vi posso offrire? E le due guardie, possono entrare o devono rimanere vicino alla porta? Sapete, non riceviamo pi molto. Una volta questa casa era un porto di mare; mio marito era il centro della cultura, della politica. Se aveste visto le personalit che ci facevano visita, sareste rimasti a bocca aperta. I bambini erano piccoli, forse non se lo ricordano nemmeno il viavai che c'era, vero, Andrea, bello di mamma? Una continuazione a preparare caff, t, biscotti e biscottini. Mai una volta che mi avvisava prima, mio marito. Per io non mi lamentavo, anzi, ero orgogliosa di quest'uomo cos ricercato.
Lo avete conosciuto, mio marito? Ah, s, siete venuti con lui l'altro giorno. Adesso  un po' triste, ma vedrete che presto torner come prima. Perch  tornato al posto suo. Vedete, commissario, ognuno ha il suo posto: e pu essere felice solo al suo posto. Ogni altro luogo lo lascia incompleto e quindi infelice. Mio marito me lo diceva sempre: Sofia, tu sei la mia saggezza. Perch Sofia significa saggezza, in greco: lo sapevate? Questo, prima, me lo diceva. Prima di Adriana, intendo.
Davvero, non prendete niente? Un caff? Non dovete credere che l'ho accettato da subito, il fatto di Adriana. Anzi, il primo anno ho sofferto assai. Ho sofferto come un cane, come qualsiasi donna che perde il suo uomo. Ho combattuto, e come no. Prima con le cattive, ogni sera una scenata, piatti rotti, io che urlavo e lui con la testa bassa, che non diceva niente. Poi ho provato con le buone, ho cercato di riprendermelo, lo sapete come una moglie cerca di riprendersi il marito, mo' non vi posso spiegare perch ci sta la creatura davanti, ma siete uomini e lo sapete.
E mi sono messa a cucinare le cose che piacevano a lui; ma non tornava a mangiare, non tornava mai. Sapeste quanti chili di grazia di Dio ho dovuto buttare, i cani randagi hanno banchettato come dei re. Me ne stavo l, le notti intere, seduta al tavolo della cucina a chiedermi perch, che cosa avevo fatto.
Ma io, commissario, non avevo fatto niente. Io ero rimasta al posto mio, nella mia casa, vicino ai figli miei, ad aspettare il mio uomo. Non avevo fatto niente. Voi non vi potete immaginare quello che succede a una donna abbandonata che aspetta. E come se fosse malata di una malattia contagiosa. Tutti, amici, amiche, parenti, prima ti considerano con piet, poi cercano di aprirti gli occhi, poi mano mano si allontanano, come se avessero schifo delle tue piaghe. E rimani sola con te stessa, a cercare un perch che non c'.
La prima volta  stato un anno e otto mesi fa. Mi ricordo perfettamente, pioveva. Una sera, dopo che i bambini erano andati a letto, mi sono vestita e sono uscita. Mi ha preso cos, mi sono messa una cosa addosso e sono uscita sotto all'acqua. Sono andata fuori al teatro, dove sapevo che stavano loro. Sapete, brigadiere, io  come se fossi invisibile. Come un angelo. Secondo me la Madonna, con la quale parlo sempre, mi ha fatto questo regalo, di non farmi vedere da nessuno. Quando voglio mi vesto di scuro, vado nei posti e nessuno fa caso a me. E cos posso spiare, osservare, e nessuno se ne accorge.
Quella sera li ho visti, vi stavo dicendo. Uscivano ridendo, chiss quale commedia erano andati a vedere, lei era bella: quanto a questo, commissario, ve lo devo dire che Adriana era bellissima. Elegante, sicura di s, ma quanti uomini avrebbero potuto resisterle? E lui la guardava.
Per me fu una vera scoperta: a me non mi aveva mai guardata cos, nemmeno lontanamente. Per carit, mi vuole bene mio marito; ma guardarmi cos, mai. Era rapito, come se stesse guardando il sole. Lei rideva e lui guardava il sole.
Da quella sera li ho seguiti, ogni sera. Mettevo i bambini a tavola, li facevo cenare, aspettavo che si addormentassero: io sono la mamma, il posto mio  vicino a loro se hanno bisogno di qualcosa.
Poi per uscivo e andavo appresso a quei due, a vivere un poco della vita loro. Tanto io ero invisibile. Belli, allegri, erano il centro della citt. Tutti li invidiavano. Ma loro si amavano ed erano felici, ed ero felice anch'io, perch sapevo che era pure un poco merito mio, se loro potevano stare insieme cos. Perch certe felicit sono complete solo se possono starsene nell'ombra; perch il quotidiano uccide la felicit.
Li ho seguiti forse cento volte, giravano come le trottole. L'ho visto felice, a mio marito, come non l'avevo visto mai.
Poi lei ha cominciato a stancarsi.
Lui non se ne  reso conto, gli uomini sono fessi, scusate, commissario. Ma una donna ha pi malizia, se ne accorge. E io infatti me ne sono accorta. Cominci a cercare attorno, quando lui era distratto per parlare o salutare qualcuno, quando si allontanava un attimo, lei sorrideva, ammiccava, dava confidenza. Era una di quelle donne a cui piaceva di piacere agli uomini. Attirava l'attenzione, mandava segnali.
La prima volta l'ha tradito sette mesi fa. Lui era rimasto al giornale, doveva preparare una pagina sulla visita del principe di Venezia o di qualche altro reale, e lei  uscita lo stesso, e si  portata uno a casa. Io ho aspettato per strada finch l'ho visto uscire, quasi all'alba. E poi un altro, e un altro ancora, con una cadenza sempre pi stretta. Gente qualunque, gente da niente. Se li andava a prendere fuori zona e fuori ambiente, per evitare che Mario lo potesse sapere.
In casa sua, be', lo avete visto: nessuno ci pensava. Ognuno fa la vita sua, in quel palazzo, e tutti stanno attenti a non pestarsi i piedi fra loro. Il duca non si muove dal letto, io alla Madonna anzi l'ho chiesto che se lo pigliasse presto, pover'uomo, chiss come soffre. Il figlio, ogni tanto viene una macchina nera e se lo viene a prendere, e passa la notte fuori. Chiss dove se ne va. I servi badano solo a non perdere il posto e i privilegi, quel buffo custode coi figli che mangiano in continuazione, la governante che si cura solo del duca e del figlio.
Insomma, la vedevo con questi altri negli orari che mio marito stava al giornale. Secondo me per, commissario, non era una donna cattiva. Era solo fatta cos: le piacevano gli uomini. E finch gli uomini sapevano stare al posto loro, mio marito non era in discussione e io ero contenta. Dovevo vegliare su di lui, ve l'ho detto prima. Il mio compito  quello, la Madonna mi ha detto che sono un angelo, l'angelo custode di mio marito.
Una sera per mi sono accorta di qualcosa di strano: lei ha mandato a dire a Mario che non usciva, perch stava poco bene; lo so perch l'ho chiesto al fioraio che ha portato al palazzo un mazzo di rose, mio marito  premuroso, sapeste che fiori mi ha mandato quando  nato Andrea, bello di mamma. E invece  uscita,  andata a teatro con un giovane. Questo dieci giorni fa. Un bel giovane, poco pi di un ragazzo, uno che nei miei appostamenti avevo visto accompagnare qualche vecchia ricca alle feste.
E mi sono cominciata a preoccupare. Una cosa  un pescatore e una cosa  un giovane di una famiglia buona, uno col frac che frequenta lo stesso ambiente. E infatti pure mio marito che  un uomo, e gli uomini non vedono finch non ci sbattono il muso, scusate, commissario, ha intuito qualcosa e ha fatto una scenata. Io ero l, nascosta dietro al guardaroba, ve l'ho detto che sono invisibile e nessuno si accorge di me. E le ha tolto pure l'anello mio, quello che si era ripreso quando si  innamorato di lei. E le ha dato uno schiaffo, in pubblico.
Non sta bene, brigadiere; non sta bene, colpire una donna. Non  da lui. Vuol dire che soffriva, che soffriva assai. E io, che sono l'angelo custode, non lo potevo permettere.
Lui se n' andato, chiss dove, a ubriacarsi; e io invece ho seguito lei. Ho aspettato la fine della commedia, seduta in un posto del loggione, in mezzo a gente che fischiava e applaudiva. Guardavo Adriana, che sorrideva e sussurrava e mandava perfino baci sulla punta delle dita. E il ragazzo rispondeva, tanto la vecchia che era con lui si era addormentata con la bocca aperta. Si sono incontrati dopo che lui l'aveva accompagnata, l'ha raggiunta in un ristorante della Galleria, hanno mangiato insieme solo loro due. Nessuno li ha visti; ma avrebbero potuto: e mio marito, che figura avrebbe fatto? Ditemi voi, un uomo come lui, un professionista stimato e apprezzato in tutta la citt, sarebbe diventato lo zimbello di chiunque. E perch? Per un'infatuazione. Perch di questo sono sicura, commissario: una volta toltosi lo sfizio, lei non avrebbe potuto che tornare da lui. E' troppo bello, mio marito: troppo importante e colto.
Allora ho deciso che dovevo fare qualcosa. L'angelo doveva intervenire, e portare giustizia. Sono andata di corsa a casa e ho preso la pistola di Mario. Io sono figlia di un ufficiale dell'esercito, sapete, brigadiere. So pulire e caricare le armi, mio padre me lo faceva fare quando ero piccola, seduta in braccio a lui. E io casa mia la tengo in ordine, quindi tenevo la pistola pulita e ingrassata a dovere.
Non la volevo certo ammazzare. La volevo spaventare, le volevo spiegare che aveva la fortuna immensa di avere un uomo meraviglioso e che non poteva renderlo infelice. Era una cosa importante, sapete, commissario: lui avrebbe potuto fare pure una sciocchezza, se scopriva che Adriana aveva un amante. Magari la strozzava e si rovinava, oppure peggio, si sparava un colpo in testa. Non lo potevo permettere.
E allora ci sono andata. Ho attraversato la festa di Santa Maria Regina, figuratevi se la Madonna, il giorno della festa sua, non mi aiutava. Come un angelo sono passata e nessuno mi ha vista. Mi sono nascosta nel cortile finch l'ho vista tornare. Conosco bene le abitudini del palazzo, lo so che apre il cancello, entra in casa e poi esce a richiudere. Ho aspettato un po', per essere sicura che tutto fosse tranquillo e poi sono entrata.
Qua  successa la cosa strana, commissario. Io volevo solo parlare con lei. Le volevo spiegare la follia che stava facendo, e mi ero portata la pistola per spaventarla, eventualmente minacciarla: magari se riuscivo a farle paura ritornava con mio marito e non lo tradiva pi, e gli faceva ritornare quegli occhi felici che gli avevo visto e che non potevo pi dimenticare. E invece nell'ombra l'ho vista l, stesa sul divano, e l'ho sentita respirare pesante, quasi russava. Era stanca della notte passata con quell'altro, forse anche ubriaca. Nemmeno a letto, era riuscita ad arrivare.
Mi  salito il sangue in testa, commissario. Come osava tradire mio marito cos? Come le era permesso bruciare la felicit di un uomo come lui, il migliore, il pi bello degli uomini di questa terra?
La Madonna mi ha detto in quel momento che ero s un angelo, ma che dovevo fare giustizia. Che ero io l'angelo della morte. Ho preso il cuscino che era a terra e gliel'ho messo in faccia, e ho sparato. Un colpo solo. E non ha russato pi.
E me ne sono tornata a casa, perch ognuno ha un posto, commissario. E il posto di una mamma  vicino ai figli, che dormivano sereni perch pure loro sono angeli, e non c' nemmeno bisogno della Madonna per saperlo. Quando siete venuti voi, l'altro giorno, vi ho detto la verit, perch io non mento mai: vi ho detto che non era stato mio marito, e non  stato lui. E che non sapevo dov'era la pistola, che qualcuno l'aveva presa. E infatti l'aveva presa Andrea, bello di mamma, per proteggermi.
Ma non c' bisogno, tesoro mio: perch mamma tua la protegge la Madonna, che le ha detto quello che doveva fare.
Ma siete sicuri, che non posso offrirvi niente? Un poco di rosolio fatto in casa, magari?

41.

Non se l'erano sentita di accompagnare Sofia Capece in questura; avevano mandato Camarda e Cesarano con la macchina, preso atto dell'atteggiamento tranquillo della donna, dalla quale non c'era da aspettarsi colpi di testa.
Avevano poi telefonato a Capece al giornale, avvertendolo dell'accaduto e invitandolo a tornare a casa dai figli. Dall'altro capo del telefono l'uomo aveva taciuto a lungo, poi con voce rotta aveva assicurato che sarebbe rientrato quanto prima: a Ricciardi non era sembrato sorpreso, solo mortalmente stanco. Non sarebbe stato facile, il periodo che l'attendeva.
Sulla strada del ritorno Maione taceva. A un tratto chiese:
- Commissa', ma veramente in greco Sofia significa saggezza?
Ricciardi annu. Il brigadiere si asciug il sudore col fazzoletto.
- Cose da pazzi. E poi venitemi a dire che ogni nome ha il presagio del destino. Se mai ho visto una pazza furiosa  la signora Capece, e si chiama Saggezza.
- Il dolore fa impazzire, a volte. Non lo hai forse visto succedere mille volte? La povera Capece a forza di soffrire e di stare da sola, abbandonata con i due bambini ed esposta alla vergogna,  impazzita. Comprensibile, mi pare.
- Ma voi, commissa', una curiosit me la dovete togliere: quando il ragazzo, Andrea, ha detto che era stato il padre, perch non ci avete creduto? In fondo non era vero che teneva un alibi, e noi lo sappiamo bene. Non poteva essere stato veramente lui?

Ricciardi camminava in fretta; stavano passando per il luogo dell'incidente di automobile e non voleva vedere il bambino inchiodato al sedile dalla scheggia di parabrezza. Non pot tuttavia fare a meno di sentirlo sulla pelle e dentro il cervello, mentre diceva: Il gelato alla Villa ha promesso pap, il gelatino buono.
- No: il ragazzo odia il padre,  evidente da tutto: da quello che dice, da come lo guarda. Non avrebbe mosso un dito, per salvarlo. Anzi, se ne avesse avuto il tempo, avrebbe organizzato gli indizi per far cadere la colpa proprio sul padre:  uno intelligente. Ora il compito pi difficile che aspetta Capece  proprio riconquistarsi se non l'affetto almeno la sopportazione del figlio. Nell'interesse suo, del ragazzo stesso e della bambina.
Maione comment stancamente.
- E s, commissa'. Una cosa giusta l'ha detta, la povera signora Capece: ognuno ha il suo posto. E mo' il posto di Mario Capece  vicino alla famiglia sua, senza distrazioni. Poi, con un bravo avvocato, non credo che ci rimarr per molto, la signora, in un manicomio criminale. Sempre di delitto d'onore si tratta, no? In fondo ha ammazzato l'amante del marito.
Ricciardi sospir.
- S, ma per ragioni tutte diverse da quelle che ci aspettavamo. Almeno, che io mi aspettavo. Campassi cent'anni, non capir mai che strade piglia l'amore per fare le sue vittime. Mi frega sempre. Va bene, va', vattene a casa, ch ormai per stasera non succede pi niente. Domani verbalizziamo tutto. Io devo passare per un posto e poi me ne vado a casa pure io. Buona serata.

Non avrebbe saputo dire perch gli era venuto in mente don Pierino. Forse tutti quei richiami alla Madonna della Capece, forse la tristezza negli occhi di Andrea; forse la compassione per lo stesso Mario, il giornalista dal cuore straziato due volte che adesso non avrebbe potuto sfuggire alla croce di sapere che la moglie era in un manicomio, e la donna che amava era morta a causa sua.
Forse anche per sentirsi dire che esiste un amore senza follia, senza violenza; e far finta di crederci, per una volta.
La chiesa era deserta e in penombra, illuminata solo dalle candele che brillavano davanti agli altari: gente che aveva chiesto una grazia, offrendo in cambio un altro po' di dolore. Distinse il piccolo prete in fondo alla navata, che leggeva un libro con le lenti sulla punta del naso, seduto su una panca in prima fila. Si accost e si sedette al suo fianco.
Don Pierino bisbigli:
- Ecco di nuovo il fantasma della chiesa di San Ferdinando: quello che arriva senza rumore e poi scompare per mesi. Come andiamo, commissario? Che cosa  successo, stavolta?
Ricciardi rispose, anche lui sussurrando:
- Niente, padre. Stavolta niente. Abbiamo scoperto l'assassino, ecco tutto. E come sempre, invece di farmi piacere, questa cosa mi lascia un buco dentro.
Don Pierino richiuse il libro e ripose le lenti in una tasca della tonaca.
- Parlatemene, commissa'. Ditemi tutto.
E Ricciardi parl. Nell'odore acre dell'incenso, mentre le ombre si allungavano e la chiesa rimaneva buia attorno alle candele, mentre i rumori della strada si attutivano e la sera si faceva tarda, Ricciardi parl. E raccont della follia di Sofia, dell'amore disperato di Mario, della tristezza infinita di Andrea; ma anche della desolazione dell'amore illecito di Ettore e Achille, della solitudine del duca di Camparino, della bovina devozione della governante per lui. E si ritrov a parlare anche di s stesso, della serata con Livia e dei fascisti; della gelosia, della scoperta dell'egoismo infetto della sua solitudine. Parl anche di Enrica, e di quanto potevano essere infiniti i cinque metri che separavano la sua finestra da quella di lei. E di quanto gli mancava vederla ricamare.
Non credeva alle sue stesse orecchie, mentre si ascoltava raccontare a un prete praticamente sconosciuto l'abisso che aveva dentro. Si ferm sull'orlo, subito prima di dover parlare dei morti che infestavano la sua esistenza solitaria.
Don Pierino non tradiva alcuna emozione: se Ricciardi avesse letto la piet del prete, si sarebbe fermato. Invece l'ometto disse: .
- Che terribile carceriere di voi stesso, siete. Vorrei chiedervi di darvi pace, ma non posso. Nessuno pu. Ma vi voglio dire una cosa: non c' riscatto senza dolore. Uno si pu liberare solo se sa di essere legato. La coscienza di questo  il primo passo.
Rimasero in silenzio, a lungo: un prete piccolo e grassoccio e un poliziotto disperato che non sapeva formulare le domande per le sue risposte.
Poi Ricciardi disse:
- Non sono venuto per questo, padre. Per annoiarvi parlando di me. Dimenticate, vi prego. Sono qui per un altro motivo: credo che i primi mesi saranno terribili, per la famiglia Capece. Il padre non ha abitudine a stare con i figli, e il figlio ha motivi di risentimento grave nei confronti del padre. Vi prego, perci, di stargli vicino. Siete l'unico che io conosca che lo pu fare. Ve lo chiedo come un favore personale.
Don Pierino sospir e tacque. Poi disse:
- Non dubitate, commissario. E' il mio lavoro, questo; e grazie per la segnalazione. Per vi devo chiedere una cosa in cambio. E non mi potrete dire di no.
Ricciardi lo guard con aria interrogativa.
- Dite pure, padre. Ho accumulato un bel debito di riconoscenza, nei vostri confronti: non fosse altro per le chiacchiere che vi ho costretto a sorbirvi stasera.
- Le chiacchiere di stasera sono il pi bel regalo che mi potevate fare, invece. E aspetter di sapere il seguito: i preti di quartiere sono curiosi. Quello che vi voglio chiedere  un'altra cosa. Conoscete la festa della 'Nzegna?
Ricciardi fece segno di no.
- La festa della 'Nzegna non  una cosa religiosa. Si fa nel borgo, a Santa Lucia;  una festa popolare, con degli aspetti tradizionali veramente divertenti. Comincia per con una celebrazione, perch si ricorda il ritrovamento della Madonna della Catena, un quadro antichissimo che  custodito in una chiesa che ha lo stesso nome e che si trova appunto a Santa Lucia. E' domenica prossima, a mezzogiorno. Quest'anno celebra il sottoscritto, che ha appunto appena finito di preparare la predica. Sarei felice se foste presente.
Ricciardi consider che non poteva rifiutare qualcosa a quell'uomo, avendogli appena chiesto di occuparsi della famiglia Capece. O di quello che ne restava.
- Va bene, padre. Non sono di turno, domenica, perch ho lavorato la scorsa settimana. Ci sar.
Il prete batt le mani, felice.
- Oh! Bravo, commissario. Cos mi piacete! Ci sar un sacco di gente, canti, balli: per una volta concedetevi una festa. Ah, un'altra cosa: ricordate che non esiste solo il rimorso; esiste il rimpianto, che  peggio ancora. Lasciatevelo dire da uno che, in confessione, ascolta dalla mattina alla sera gente che chiede a Dio un perdono che non si riesce a dare da sola. Se  necessario prendere un'iniziativa, una volta nella vita, lo si faccia. Per non passare poi tutti gli anni che restano a chiedersi cosa sarebbe successo se si avesse avuto un poco di coraggio.
Ricciardi si alz in piedi; parve voler rispondere, ma poi richiuse la bocca con uno scatto. Disse invece:
- Non sapete tutto, padre. Ci sono altre cose, altri... motivi che mi impediscono certe iniziative. Lasciate stare; ve l'ho detto, dimenticate le mie farneticazioni di stasera. Forse sono solo stanco, questa non  stata un'indagine facile. Arrivederci a domenica, allora.

42.

Quando, la mattina dopo, Ricciardi arriv in questura, era pronto a confrontarsi con la sensazione che provava ogni volta che concludeva un'indagine di omicidio: un misto di nostalgia, delusione e rabbia.
La nostalgia era il sentimento pi assurdo: al commissario mancava l'impegno dell'indagine. Era come un'ossessione che rimaneva in corso qualsiasi altra cosa lui facesse; la sua mente lavorava senza sosta alla soluzione del delitto, e quando quell'impegno costante veniva meno, gli mancava. Era come se una stanza ingombrata da un enorme mobile fosse stata all'improvviso svuotata, mostrandosi deserta e triste.
La delusione derivava dall'essersi di nuovo affacciato sull'inferno dell'animo umano e della corruzione delle passioni: ancora le stesse, nulla di nuovo.
La rabbia infine proveniva dal prendere atto dell'inutilit di quello che faceva: che cosa aveva ottenuto, infatti, scoprendo che Sofia Capece aveva ammazzato Adriana Musso di Camparino? Che ora ci sarebbero stati due ragazzi con la madre chiusa in un manicomio criminale, e che la duchessa restava morta.
A volte, riflett mentre verbalizzava la confessione dell'assassina, la soluzione  di gran lunga peggiore del male. E alla soluzione non c' mai soluzione. Gli comparve davanti la figura della vittima, come lui era condannato a vederla.
Era sempre cos: il giorno dopo faceva i conti col Fatto. Al di l di confessioni e prove, di evidenze e indizi, il Fatto si presentava alla sua anima e chiedeva attenzione. Rivide Adriana, bella e altera anche da cadavere, col foro del proiettile in mezzo alla fronte, le braccia abbandonate lungo il corpo. E la frase, ripetuta ossessivamente: L'anello, l'anello, hai tolto l'anello, l'anello mi manca.
Quindi, alla fine la gara degli anelli era stato vinta da quello che Capece aveva strappato dall'anulare a teatro. Era evidente: la duchessa aveva riconosciuto Sofia subito prima di morire e la mente aveva iniziato un collegamento con l'oggetto che era appartenuto all'assassina; prima che il proiettile, attraversando il cervello e squassandolo, mettesse fine a quello e a ogni altro pensiero.
Eppure, riflett Ricciardi, qualcuno aveva strappato l'altro anello alla duchessa gi morta; e l'analisi di Modo parlava di segni di violenza sul corpo, come se fosse avvenuta una colluttazione della quale la Capece non aveva parlato. Era anche vero che la donna era folle: forse il colpo di rivoltella era venuto dopo una lotta, vinta dalla pazza che poi aveva rimosso quella parte della vicenda, o semplicemente aveva scelto di non raccontarla.
Dopo un leggero bussare, la porta si apr ed entr il brigadiere.
- Buona giornata, commissa'. Come andiamo, stamattina? Avete visto che caldo che fa? Lo state scrivendo voi, il verbale della confessione?
Ricciardi salut Maione con un cenno del capo.
- S, lo sto scrivendo io. E mi pare un vero peccato, per quei due ragazzi che gi non avevano un padre e mo' non hanno nemmeno una madre.
Maione si strinse nelle spalle.
- Eh, lo so,  triste, avete ragione. Ma d'altra parte qualcuno la doveva aver ammazzata, la duchessa. E a un certo punto mi sono preoccupato che poteva essere stato il ragazzo, Andrea.
Gi, consider Ricciardi: Andrea. Era un giovane robusto, poteva anche aver aiutato la madre a palazzo Camparino. E poi la donna lo aveva coperto, o forse addirittura aveva dimenticato che c'era anche lui. Poteva essere.
Mentre stava per rispondere a Maione, si apr la porta e fece il suo ingresso un Garzo euforico e profumato, seguito da Ponte che guardava pavimento e soffitto alternativamente.
- Ricciardi, bravo, bravissimo, mille volte bravo! E geniale, devo dire: veramente geniale. E bravo pure a voi, Maione.
Ricciardi fissava il vicequestore ancora con in mano la penna, che gocciolava inchiostro sul verbale.
- E perch, dottore? Addirittura geniale, non mi pare di aver fatto niente di straordinario.
Garzo non era intenzionato a lasciar calare il proprio entusiasmo nemmeno di una virgola.
- Geniale ho detto e geniale ribadisco! Voi non avete idea di com'eravamo preoccupati, il signor questore e io. Temevamo che sarebbe venuto fuori che l'assassino della duchessa Musso di Camparino fosse uno della sua stessa famiglia, che  tra le pi importanti della citt; magari il figlio, Dio non voglia, che si dice abbia amicizie che... Vabbe', lasciamo stare. O anche che fosse stato Capece, un giornalista chiacchierone e forse perfino dissidente, che ci avrebbe fatto attaccare dai suoi colleghi che non aspettano altro. E invece voi, chi incastrate? La moglie! Cos lui deve stare zitto, gli amici suoi lo possono solo compiangere e la famiglia Camparino ne esce indenne. Bravo, Ricciardi! Ancora una volta siamo fieri di voi!
Maione emise un sibilo sottile, come una caldaia in un eccesso di pressione. Ricciardi rispose gelido:
- Sono lieto che vi faccia piacere, dottore, che una donna sia morta e che un'altra, madre di due figli e moglie fedele e innamorata, verr rinchiusa in un manicomio criminale. Sono lieto che sia un sollievo, per voi, che due famiglie siano rovinate per sempre, e che la vergogna accompagner il loro nome per anni. E mi dispiace informarvi che non siamo stati noi a inventare questa soluzione, ma solo il demone di una passione corrotta e disperata.
Un silenzio profondo segu le parole del commissario. Dalla finestra aperta entr la sirena di una nave in partenza. Ponte era diventato quasi viola e puntava con attenzione una scrostatura sulla parete. Garzo deglut e si rivolse a Maione, con aria complice.
- Sempre schivo, eh, il nostro Ricciardi. Sempre a non voler il merito di una brillante soluzione. Certo,  un peccato che la gente muoia, e che qualcuno ancora uccida, anche di questi tempi in cui si dovrebbe pensare al luminoso avvenire che ci aspetta. Ma per fortuna di tutti ci siamo noi, che mettiamo a posto le cose; che troviamo i colpevoli e li mandiamo dentro. E pure voi, Maione, siete stato in gamba. Se venite nel mio ufficio e mi date gli estremi di quello che  successo, sono certo che riuscir a farvi avere una gratifica.
Maione non aveva la diplomazia tra le sue qualit; la sua faccia sembrava il manifesto del disgusto.
- No, dotto', scusate ma devo subito andare a fare una cosa, urgentemente.
- E che cosa? - chiese Garzo.
- Non lo so, - rispose Maione, - ma sicuramente  una cosa urgente. Con permesso.
E usc, toccandosi la visiera. Garzo, impettito, si rivolse di nuovo a Ricciardi.
- Aspetto il verbale, Ricciardi. Ancora complimenti, e ad majora. Vieni, Ponte: abbiamo mille cose da fare.

Il disagio di Ricciardi, incrementato non poco dalla visita del vicequestore, lo indusse a uscire prima dell'ora di pranzo. Si ritrov pensoso davanti all'ospedale, proprio mentre il dottor Modo usciva per andare a mangiare.
- Ecco, questa  la storia della mia vita. I miei colleghi vengono attesi al cancello da belle donne, da amiche incantevoli o da mogli innamorate. E a me invece chi tocca? Un poliziotto malinconico, e pure brutto.
- Non ti lamentare, Bruno: non mi pare di aver dovuto fare la fila, per offrirti il pranzo.
Modo si spost il cappello all'indietro, tamponandosi la fronte col fazzoletto.
- Meglio soli che male accompagnati. Comunque ho giurato di combattere la sofferenza, e tu sei il campione assoluto del dolore; quindi, con la morte nel cuore, mi tocca accettare. E poi tu sei ricchissimo, e io sono un povero medico condotto. Dove mi porti?

In trattoria il dottore mangi per due; Ricciardi invece cincischi con la forchetta in un piatto di pasta, rispondendo a monosillabi ai tentativi dell'amico di coinvolgerlo in una conversazione. L'argomento favorito, manco a dirlo, era la politica.
- Ma ti rendi conto, a che punto siamo arrivati? Mi viene questo tizio, uno studente credo, vestiti dignitosi ma lisi, i gomiti della giacca sembravano di carta velina. Calabrese forse, o lucano, non li distinguo mai. Un ragazzo perbene, insomma. Di quelli che lavorano per pagarsi gli studi e che mandano pure i soldi a casa. Lo trovo seduto nella sala d'aspetto, non aveva chiamato nessuno, se ne stava li tranquillo, un fazzoletto premuto sulla fronte. Io gli chiedo: ditemi, posso esservi utile? E quello scopre una ferita di dieci centimetri. Un coltello, probabilmente, gli hanno mancato l'occhio per pochissimo, un capello e rimaneva orbo. Io ho chiesto: ma chi  stato? E lui: sono caduto. Caduto un corno! C'era stata una riunione di liberi pensatori, socialisti forse, ed erano arrivati quelli, una squadra di dieci persone. Lui era stato il pi lento a scappare. Gliel'ho dovuto tirare fuori con le tenaglie, il racconto. E alla fine, lo sai che mi ha detto? Dottore, vi lascio ricucire la ferita solo se mi giurate che non lo dite a nessuno. Ma che schifo di mondo  diventato, questo? Me lo sai dire?
- Bruno, io lo so che le cose non vanno bene. Credimi: l'ho visto anche personalmente. Ma tu sei importante, per tutte le persone che aiuti e che proteggi. Lascia che ti protegga io, una volta tanto, facendoti una preghiera. S, proprio una preghiera: stai attento a quello che dici, specie nei luoghi pubblici. Non chiedermi come, ma so che ti controllano. E perderti, anche se hai quel brutto muso, sarebbe grave per tutti.
Modo diede un pugno sul tavolo che fece tintinnare le stoviglie. Qualcuno si volt.
- Ma come, anche tu adesso? Anche tu cominci a parlare come loro? E con chi hai parlato di me, si pu sapere? Almeno ho il diritto di conoscere i miei nemici?
Ricciardi gli mise una mano sul braccio, sussurrando:
- Ecco, vedi? Proprio queste sono le situazioni da evitare. Nel corso dell'indagine per l'omicidio della duchessa... sai, la tua ultima autopsia... ho dovuto interrogare uno. E' della loro polizia:, insomma: anche se mi ributta chiamarla polizia. Per lui non  una cattiva persona, almeno cos mi  sembrato. E mi ha detto di consigliarti di tenerti fuori dai guai. Io l'ho fatto, a mio rischio e pericolo. Non me ne far pentire.
Modo consider la cosa e si tranquillizz, come Ricciardi aveva previsto. Non avrebbe messo a rischio l'amico per qualche sbruffonata. E poi gli faceva tenerezza che uno come il commissario si preoccupasse per lui.
- E va bene, mi hai convinto. Cercher di stare attento. Ma, a proposito della duchessa, ho saputo che hai preso l'assassino, o meglio, l'assassina, la moglie di quel giornalista, come si chiama...
- Capece, s. Anche di questo, ti volevo parlare. Dunque, questa donna, la Capece,  pazza. Certo, ci sar una perizia e tutto il resto, ma  chiaro che non  sana di mente. Ora: secondo la tua esperienza, una persona cos pu fare qualcosa e poi ricordarne solo una parte?
Modo lo guardava attento attraverso il fumo della sigaretta.
- Se mi spieghi esattamente che vuoi dire, pu darsi che io ti possa rispondere.
Ricciardi sospir.
- Ti ricordi quando mi hai descritto le condizioni del cadavere? Mi hai parlato di una colluttazione. Unghie spezzate, costole rotte.
- E i segni dell'asfissia, s, mi ricordo perfettamente. E allora?
- E allora la Capece ci ha detto che  arrivata e, attraverso il cuscino, ha sparato alla duchessa addormentata. Non ha parlato di una colluttazione.
Modo si strinse nelle spalle.
- Ripeto: e allora? Ha sparato, s o no? Se ha tenuto il cuscino un secondo o trenta in faccia alla duchessa, se si  appoggiata col ginocchio sull'addome per piazzarsi meglio per sparare, se la duchessa le ha afferrato il vestito, spezzandosi le unghie che erano lunghe e curatissime e quindi assai fragili, ecco che hai il tuo quadro clinico dell'autopsia. Io non ci vedo niente d'incoerente. Se mi dici che  pazza, poi, sappi che i soggetti cos sviluppano una forza enorme senza nemmeno rendersene conto. Mi ricordo che in guerra c'era uno...
Ma Ricciardi era troppo concentrato per seguire le divagazioni postprandiali del dottore.
- E le dita? Tu mi hai detto che un dito era abraso, come se avessero tolto un anello con violenza, e la spiegazione di questo  emersa dalle indagini; ma l'altro dito, quello slogato dopo la morte perch non c'erano ematomi? La Capece non ha parlato di aver tolto un anello al cadavere.
Il dottore allarg le braccia.
- Ah, be', questo non lo posso sapere: sono uno scienziato, non un indovino. Io ti posso dire con certezza, e infatti te l'ho detto, che il dito  stato slogato quando la duchessa non era pi di questo mondo infame. Se poi le hanno tolto un anello o si  trattato di un curioso e perverso vilipendio di cadavere, non ne ho idea. Ma poi, scusami: qua il pazzo sembri tu. La Capece ha confessato, avete ritrovato l'arma del delitto, la sua confessione quadra con le prove e gli indizi che hai trovato. Mi dici che altro vuoi?
Ricciardi si pass una mano sul volto come per scacciare una mosca.
- Hai ragione. Forse semplicemente non riesco mai a interrompere all'improvviso un'indagine, ecco tutto.
Modo si allung sulla sedia mettendosi le mani dietro la testa:
- Infatti. Se tu non fossi tu, il sacerdote del crimine e della giustizia, ti proporrei di accompagnarmi in un nuovo bordello che ha aperto alla Torretta, dove ci sono ragazze francesi che in realt sono di Mugnano ma che, credimi, lasciano senza fiato. Ma siccome tu invece ti ostini a essere te stesso, credo che ti lascer tornare a rimestare nel fango. Ti voglio dare un consiglio anch'io, per, come prima tu hai fatto con me: ogni tanto, datti un po' di pace. Prenditi uno svago, fai qualcosa per te stesso. Al
trimenti ti ricoverano nella stanza vicina a quella della Capece, te lo dice Bruno.
- E va bene, vuol dire che mi dar al mio passatempo preferito: la caccia al dottore dissidente. Vieni, di, andiamo a bere il caff. Paghi tu, stavolta.

43.

Maione affront lentamente l'ultima parte della salita che lo riportava a casa per il pranzo. Per quanto incredibile fosse, data la fame che aveva, ne avrebbe fatto volentieri a meno, e per diversi motivi: anzitutto non sopportava l'idea di un'altra zuppa di verdure; poi, il litigio della sera prima era la sicura premessa di un gelido silenzio della moglie, che lo avrebbe privato di quelle quattro chiacchiere che amava tanto per distogliersi dal lavoro; infine, avrebbe dovuto transitare davanti al negozio del maledetto Di Stasio, che lo aveva salutato con un sorriso che a lui era sembrato irridente.
Le cose per cambiarono improvvisamente quando, ancora a cinquanta e pi metri dal suo portone, distinse l'odore della genovese di Lucia. Non poteva sbagliarsi: la salsa di cipolle e carne cucinata dalla moglie, e solo quella, lo avrebbe risvegliato da uno stato di coma profondo ed era famosa in tutto il quartiere. Prima che l'argomento cibo diventasse un terreno minato, Lucia lo prendeva in giro dicendo che l'aveva sposata per la genovese: e lui, ridendo, le rispondeva che probabilmente aveva ragione.
La cosa lo irrit ancora di pi: gli parve che cucinare la genovese per i figli, proprio adesso che lui non poteva mangiarla, fosse un'inutile cattiveria; un supplizio a cui Lucia lo sottoponeva per punirlo del rifiuto della zuppa della sera prima. Fu tentato di tornarsene in questura, per non darle soddisfazione; poi si disse che un vero uomo non scappa e sal le scale, mogio ma determinato.
Aperta la porta, l'odore celestiale lo invest con violenza; gli sembr addirittura di fiutare l'aroma dei broccoli fritti e delle patate al forno, e forse perfino di un bab al rum. Non poteva crederci: un vero e proprio pranzo di Natale in pieno agosto. Che cosa stava succedendo?
Facendo caso al fatto che nessuno dei bambini gli veniva incontro come d'abitudine, entr in cucina e rimase a bocca aperta: la tavola traboccava di cibo cucinato in tutti i modi. I coperti erano solo due ed erano state usate la tovaglia e le stoviglie che vedevano la luce soltanto nelle grandi occasioni. Lucia lo guardava bellicosa, in piedi vicino all'acquaio, asciugandosi le mani con uno straccio. Lui le chiese:
- E i ragazzi?
- Sono gi da mia sorella Rosaria. Hanno mangiato l e tornano direttamente stasera.
Il brigadiere indic le pietanze disposte sulla tavola.
- Tutta questa roba... chi l'ha messa qua?
Lucia rispose con tono duro, ma negli occhi scintillava una risata. Si stava divertendo.
- Ma secondo te chi l'ha messa? E secondo te, a chi mai farei mettere un piede nella mia cucina?
Parlando si era avvicinata a Maione e gli aveva dato un finto pugno sul torace, e un altro, e un altro ancora come sottolineando quello che diceva.
- E secondo te, ci sta una femmina a Napoli che cucina meglio di me? E secondo te, ci sta un posto a Napoli dove stai meglio che a casa tua? E secondo te, come si deve sentire una a vedere il marito che non torna a casa a mangiare? E, secondo te...
Lui le prese il polso fermando i colpi e le mise il braccio attorno alle spalle, stringendola a s.
- E invece secondo te, come si sente un uomo che si vede rifiutato a casa sua? E secondo te, come si sente un marito che vede la moglie che fa la civetta con un imbecille di fruttivendolo, che pure se  un mio compagno di scuola faccio sempre in tempo a tirargli quei baffetti da zoccola a uno a uno?
E risero e piansero tutti e due, finch Lucia disse: mettiti a tavola, che se no lo buttiamo, tutto questo ben di Dio; e Raffaele rispose: per buttare la tua genovese devi passare sul mio cadavere. E si sedettero e mangiarono per un'ora, e poi fecero l'amore e poi mangiarono il resto. Piangendo e ridendo.

Il pranzo con Modo aveva perlomeno aiutato Ricciardi a identificare il nucleo del proprio disagio: il secondo anello della duchessa. Si rendeva conto che chi lo aveva strappato slogando il dito lo aveva fatto a delitto gi compiuto, ma lui sentiva comunque l'esigenza di completare il quadro delle emozioni che, quella notte, avevano danzato attorno al cadavere. Questione di ordine.
Si avvi perci verso il palazzo Camparino, in un pomeriggio talmente afoso che i movimenti delle poche persone per strada sembravano rallentati, come sott'acqua.
Nel cortile vide Sciarra che spazzava cercando di mantenersi all'ombra delle colonne; era di spalle e non si accorse dell'arrivo di Ricciardi, fino a quando questi lo tocc sulla spalla facendogli fare un comico salto a due piedi, con caduta del cappello e urlo in falsetto.
- Uh, Madonna mia, commissa', siete voi. E cos mi fate venire un colpo di cuore, per, scusate! Stavo sovrappensiero, stavo...
- Scusami. Vedi se il signorino Ettore  in casa, che ci voglio parlare.
L'ometto affannava con una mano sul petto e nell'altra il cappello raccolto da terra, che si rimise in testa una volta spolverato alla meglio. Con tono di scusa, disse:
- Avete voglia di spazzare, qua a terra la polvere ci sta sempre. Quello il signorino dice che dovrei dare l'acqua alle ortensie mo', nel primo pomeriggio: ma chi ce la fa, con questo caldo, avanti e indietro col secchio pieno? E allora la metto la sera, la metto, sperando che non se ne accorge. S, commissa', ci sta. Sta sopra in mezzo alle piante sue. Aspettate che vi accompagno, cos lo avverto.
Ricciardi rispose:
- Voglio passare un attimo dall'anticamera della duchessa, per.
Segu il custode per la prima rampa di scale e si ferm sul pianerottolo, attendendo che quello aprisse la porta. Avvertiva il disagio dell'uomo, ma non era certo una novit: Ponte, le guardie, a volte lo stesso Maione. Era l'unico della sua razza, pens. Di un altro pianeta, la luna, Marte o un'altra stella. Condannato a stare da solo, e a vedere gli altri scansarlo come una pestilenza.
Fece un passo nella stanza, ormai ordinata e pulita come se non fosse mai accaduto niente; ma qualcosa era accaduto, e lo testimoniava il cadavere di Adriana ancora distinguibile, anche se andava sbiadendo, che gli parlava sommesso dallo stesso angolo in cui l'aveva visto ormai sei giorni prima.
L'anello, l'anello, hai tolto l'anello, l'anello mi manca, sussurr la bocca morta e tumefatta della donna, le labbra dischiuse sulla punta nera della lingua che sporgeva in mezzo ai denti, bianchi e forti. Ricciardi la fissava, fermo, le mani nelle tasche dei pantaloni, il colletto sbottonato e la cravatta allentata. Si chiedeva perch l'ultimo pensiero fosse stato per il gioiello, invece che per un'invettiva finale o per un rimpianto.
Voltando le spalle al cadavere, fece un cenno a Sciarra e lo segu per le scale, fino all'appartamento di Ettore. Il figlio del duca era sul terrazzo, chino su un cespuglio di rose gialle. Dava le spalle ai due uomini, mentre con una cesoia spuntava i rami delicatamente, con la massima attenzione. Dopo un attimo, senza aver mostrato di essersi accorto che Sciarra aspettava col cappello in mano di annunciare Ricciardi, disse:
- Prego, commissario, venite avanti. La sapete la storia delle rose gialle? Sciarra, tu vattene pure.
Con visibile sollievo il custode se ne and svelto: era chiaro che non gradiva la compagnia del commissario e del signorino.
Ricciardi rimase sulla soglia del terrazzo.
- No, non la conosco. Dovrei?
Ettore si tir su e si gir verso l'ospite, passandosi la manica sulla fronte sudata.
- No, immagino di no. E' una storia araba: Maometto sospettava della fedelt della sua favorita, Aisha, una donna bellissima. Chiese allora a un angelo come avrebbe potuto scoprire la verit; gli angeli, sapete, sono comuni a quasi tutte le religioni. Allora l'angelo gli disse di portare alla donna delle rose rosse, e poi di bagnarle: se i fiori avessero cambiato colore, la donna gli era stata infedele. Maometto port i fiori, e fece in modo che la donna li lasciasse cadere nel fiume: le rose divennero gialle. Il colore della gelosia, dell'amore tradito.
Ricciardi ud nella mente la voce di Sofia Capece, che asseriva di essere l'angelo della morte. E pens alla gelosia, che l'aveva fatta impazzire fino a voler punire Adriana per aver tradito il marito.
- E che successe alla favorita? Qualcuno le spar in mezzo alla fronte?
Ettore rise.
- No, certo che no. Fu cacciata dalla casa e basta. Fu piuttosto fortunata, non credete?
- La stessa fortuna non l'ha avuta la duchessa, per. A lei  toccata un'altra sorte.
L'espressione dell'uomo si indur.
- Era una cagna, commissario. Una vile, stupida cagna. Seguiva quello che il suo ventre malato le diceva, non aveva rispetto per nessuno. Se vi aspettate un ringraziamento per aver scoperto chi l'ha ammazzata, non verr da me. Anzi, tutta la mia solidariet per la moglie del suo amante: ha fatto quello che avremmo dovuto fare in tanti, credetemi.
Ricciardi rispose freddamente:
- Non sta a voi, n a Sofia Capece n a nessun altro decidere se qualcuno ha il diritto di vivere oppure no. Per perfido che sia.
Il giovane duca si strinse nelle spalle.
- Sta di fatto che qualcuno, come avete visto, questo diritto se l' preso. Piuttosto, ho saputo delle vostre... passeggiate notturne, e di una certa visita presso un palazzo non lontano da dove abitate. E anche di una lunga chiacchierata.
Ricciardi annu. Non aveva immaginato che Ettore avrebbe accennato alla questione che lo riguardava, e nemmeno si era posto il problema: non aveva attinenza con le indagini. Eppure, evidentemente l'uomo avvertiva l'esigenza di parlarne. Infatti continu:
- Vedete, commissario,  quasi un sollievo, poterne parlare. Lo capisco, Achille. Anch'io certe volte mi sento scoppiare dalla voglia di raccontare. Come tutti... tutti gli innamorati, credo.
Ricciardi disse:
- Questi non sono affari miei, Musso. Dovevo capire, spiegarmi delle cose, tutto qui. Una volta chiarito questo, il resto non mi interessa.
- Lo so, lo so. E vi ringrazio della sensibilit. Ma siccome ormai sapete, lasciatemi dire: a tenerle dentro, le emozioni alla fine suppurano e infettano il sangue. Io sono cos da sempre. E non ho mai detto niente a nessuno. Andavo nei casini, coi colleghi d'universit, per non lasciare che si parlasse, che si alludesse. E poi, tornato a casa, vomitavo per ore, per lo schifo. Mia madre mi veniva vicino e mi accarezzava la testa, senza parlare, senza dire niente. Sapeva tutto, credo: una madre certe situazioni le intuisce. E mi amava teneramente, comunque. Mio padre no, invece. Ma forse non mi avrebbe amato in ogni caso.
Ricciardi non parl: non c'era niente da dire. Nel caldo del pomeriggio che si inoltrava verso la sera, gli insetti ronzavano e il profumo dei gelsomini dava alla testa. Ettore riprese:
- E ci ho combattuto, credetemi. Non  mai successo niente. Mi innamoravo di colleghi, compagni, ma voltavo le spalle all'amore. Fuggivo, interrompevo i rapporti. E odiavo il mio nome, questa casa, mio padre, che mi imponevano una natura non mia. Solo mia madre mi legava. Solo la sua tenerezza. E poi si  ammalata.
- E Adriana  entrata nella vostra casa, - soggiunse Ricciardi.
- S, la cagna  arrivata. E ha preso il posto di mia madre, prima ancora che morisse. Lo sapevate, commissario, che si  infilata nel letto di mio padre che mia madre ancora viveva, nel terribile dolore del tumore che se la stava portando via? Anche questa sofferenza, le hanno dato. Quelle due bestie immonde. E il destino li ha ripagati: lei morta ammazzata e lui morto un po' alla volta, giorno dopo giorno.
Ricciardi prov un lieve brivido; l'orrore dell'odio era di gran lunga peggiore della visione dei morti ammazzati.
- Ma non l'avete ammazzata. Non voi.
- No. Non ce l'ho, questa forza. Non sono un uomo d'azione, io: sono un maledetto teorico, uno che scrive. Ma l'odiavo, certo che l'odiavo. Ne ho desiderato la morte ogni attimo. Tent di sedurmi quasi subito, era il suo modo di stipulare alleanze. Me la trovai seminuda, nella mia stanza, di notte, poco dopo che mia madre era morta. Quando la cacciai, sapete che fece? Si mise a ridere. Prima fu sorpresa e poi si mise a ridere. Lo sapeva che per respingerla, uno doveva essere... come me; forse non le era mai successo. E da allora non perdeva occasione per umiliarmi, per prendermi in giro. Lo disse a mio padre, perfino, che non se n'era mai accorto o aveva finto di non accorgersene. E' da allora, che non ci parliamo.
Ricciardi chiese, con tono piatto:
- Raccontatemi dell'anello.
Ettore trasali, come se l'avesse schiaffeggiato.
- L'anello? Come sapete, dell'anello?
Ricciardi rispose senza cambiare espressione:
- L'autopsia ha rilevato una lussazione del medio della mano sinistra, avvenuta dopo la morte perch non c' ematoma. E evidente che qualcuno ha tolto l'anello che portava la duchessa, e questo qualcuno non potete che essere voi: l'unico che  rientrato dopo la sua morte.
Ettore guardava nel vuoto, come se parlasse a s stesso.
- Lo amo. Lo amo come non ho mai amato, come nemmeno credevo si potesse amare. Ci nascondiamo, abbiamo cercato di lasciarci cento, mille volte. Ho combattuto, abbiamo combattuto. Ma con l'amore non si combatte, commissario. Perch se si combatte si perde. Inevitabilmente. E allora bisogna prendere un'iniziativa, e bisogna coglierlo l'amore, come uno di questi fiori. Quando si ama, si ama anche il mondo, si vorrebbe cantare, urlare, ridere senza ragione, alla luce del sole. Io invece mi devo nascondere, uscire di notte e tornare prima dell'alba, come un lupo, come un criminale. Quella notte sono rientrato felice, e l'ho trovata l, la cagna: morta sul divano, un colpo in fronte, la porta aperta. E la mano abbandonata nel vuoto, con l'anello di mia madre al dito. Lo ricordo da sempre, ogni carezza avuta era con quell'anello. L'anello da sposa di mia madre. Non era degna neppure di guardarlo e invece lo portava, come se fosse stato sempre suo. Gliel'ho strappato, s: con tutta la forza che avevo. E l'ho ripreso. E l, in quel cassetto: ogni tanto lo tiro fuori e lo pulisco: ma la cagna portandolo l'ha reso sporco per sempre. Non  pi l'anello di mia madre. E' come se l'avesse fatta morire un'altra volta.

44.

A quanto pareva, in quella citt non era previsto che una donna sedesse da sola a un caff senza essere assediata. La cosa divertiva Livia, mentre aspettava a un tavolino del Gambrinus che Ricciardi transitasse per via Chiaia, secondo quanto aveva appreso in questura.
Aveva saputo della conclusione dell'indagine da un Garzo euforico e ossequioso, al quale aveva detto senza mezzi termini che era l per conferire col commissario; ma il vicequestore, che l'aveva incrociata per caso sul portone, non si era fatta sfuggire l'occasione di chiacchierare un po' con quella signora che vantava, come lui ben sapeva, conoscenze cos altolocate a Roma. E quindi: ma come vi trovo bene, che piacere vedervi di nuovo a Napoli, l'aria di mare vi dona, che si dice nella nostra amata capitale; ma anche, intuito l'interesse della signora per il commissario e le possibili favorevoli implicazioni che gliene potevano derivare, grandi complimenti per le capacit e il successo del sottoposto.
Alla fine Livia era riuscita a liberarsene con l'informazione che Ricciardi sarebbe comunque ritornato in ufficio verso sera e che, secondo un tragitto quasi rituale, si sarebbe fermato al Gambrinus per un veloce caff; se la signora avesse voluto vederlo, quello era il posto migliore. Altrimenti sarebbe stata sua cura, concluse Garzo, inviarlo da lei a spron battuto.
In qualche modo l'uomo la soffocava ben pi di quelli che, alternandosi in un gioco di sospiri e ammiccamenti, si proponevano alla sua attenzione adesso al caff. E d'altra parte la bellezza della donna, la sua eleganza e la solitudine erano elementi di irresistibile attrazione per i gag che tiravano tardi fumando e bevendo. Un sottile velo scendeva dal cappello a oscurarle lo sguardo, lasciando visibili le labbra carnose dipinte di rosso; il corpo era fasciato da un vestito blu stretto in vita da una cintura di pelle bianca, come la borsa, le scarpe e i guanti al gomito. Il seno generoso e le lunghe gambe erano evidenti anche coperti.
Aveva scelto un tavolo all'esterno, per non correre il rischio di non veder passare il commissario, e osservava il passeggio con finto interesse mentre almeno dieci uomini se la mangiavano con gli occhi.
Dieci uomini e una donna, a essere precisi.

Le prime ombre della sera si allungavano nel negozio di cappelli di Giulio Colombo, ma lui non se ne accorse; e nemmeno si accorse della richiesta di sconto della cliente che gli stava davanti, che infatti dovette ripeterla in tono ancora pi lamentoso. Giulio Colombo era infatti impegnato a fissare la figlia che, in piedi dietro la vetrina, stava immobile a guardare fuori come una tigre sottovento che aspetta una gazzella.
Quella ragazza cominciava a preoccuparlo. Non era mai stata esplicita rispetto ai propri stati d'animo, ma a lui riusciva facile capirla conoscendone il carattere, cos simile al suo; da qualche tempo per la sorprendeva con il viso gonfio, come se avesse pianto, o con l'espressione all'improvviso truce. Era tormentata da pensieri insoliti, ma non sembrava disposta a parlarne; n il padre, riservato e discreto, voleva farle domande invadenti. Quanto alla madre, non si era accorta di nulla e aveva minimizzato quando Giulio le aveva detto della sua preoccupazione: si star finalmente innamorando di Sebastiano, gli aveva risposto, sono piccole pene d'amore e passeranno.
Invece a Giulio sembrava che la situazione peggiorasse di giorno in giorno; e gli era chiaro che il figlio dei Fiore non c'entrava minimamente con lo stato d'animo di Enrica. Da qualche giorno lei raggiungeva il negozio ogni pomeriggio e rimaneva un'ora a guardare fuori, liquidando freddamente il giovane se entrava con qualche scusa per parlarle.
Giulio aveva rinunciato all'idea di quel fidanzamento, dall'attimo in cui sere prima aveva colto lo sguardo di Enrica mentre il giovanotto si preparava a sorbire il caff, con quello schifoso risucchio che faceva sempre; era uno sguardo feroce, e non poteva biasimarla.
E adesso, mentre Enrica guardava fuori dalla vetrina, le rivedeva dipinto negli occhi il medesimo sguardo feroce.

Eccola l, si disse Enrica. Seduta da sola a fumare, in un luogo pubblico. Ma dove la prende, tutta questa faccia tosta? E proprio nell'ora in cui lui va a prendere il caff, come ogni giorno: lo so bene io, che vengo apposta al negozio per vederlo, ora che non posso pi farlo alla finestra, la sera. E devo ammettere che  proprio bella ed elegante, altro che volgare come ho detto alla pettinatrice per farlo dire alla governante di lui.
Che cosa ho io, pi di lei? Perch alla fine dovrebbe scegliere me, se pu avere una donna cos? Anche se mi vestissi nella stessa maniera, se non avessi vergogna di affrontare da sola gli approcci degli uomini, non sarei mai cos attraente. Ma lo amo, lo amo con tutta me stessa, e non sopporto di dover fare a meno dei suoi occhi, anche da lontano. Lo aspetta, lo so; e lui si fermer a conversare, forse la bacer come l'altra volta. E mi si spezzer il cuore, come l'altra volta. Ma devo avere la forza di aspettare e vedere.
Non si voltano le spalle all'amore.

Non si voltano le spalle all'amore, pens Ricciardi mentre risaliva via Toledo: cos aveva detto Ettore Musso. E cos aveva detto Achille Pivani. E don Pierino aveva detto che nella vita bisogna prendere l'iniziativa, almeno una volta.
Ora che l'atlante delle passioni che avevano circondato e travolto la duchessa di Camparino era stato disegnato completamente, il commissario si ritrovava di fronte a s stesso, senza pi qualcosa in cui rifugiarsi col pensiero. Non si voltano le spalle all'amore: bisogna prendere un'iniziativa. Ma quale iniziativa? Per infliggere alla persona che amava la sua stessa croce, il suo stesso supplizio? Per doverle dire, mentre passeggiava con lei al braccio nel pomeriggio estivo: scusami tanto, cara, non ti ascoltavo perch sai, cara, tu non puoi vederlo, ma in quell'angolo, proprio l dove c' la fioraia, un bambino col collo spezzato da una caduta chiama la mamma urlando e mi ha distratto. Era questo, l'uomo che poteva offrire alla donna che adorava?
D'altra parte non poteva mentire a s stesso: l'immagine di Enrica col giovane ben vestito l'ossessionava, ben pi di quella dei cadaveri sbiaditi che costellavano la sua strada. Non poteva stare con lei, e nemmeno senza di lei. Sospir e sollev il capo: Libreria Treves, lesse.
Entr.

Livia lo vide arrivare, assorto e con un libro in mano. Lo avrebbe riconosciuto dovunque, con quell'aria di tenera solitudine che lo circondava, come se camminasse su strade che nessuno poteva condividere. Un uomo misterioso; anzi, un mistero fatto uomo. Non ricordava di essere stata tanto affascinata, nella vita. Senza accorgersene si era tesa sulla sedia, come una fiera che aveva fiutato la preda.
Dapprima non si accorse di Livia e si diresse verso il banco, poi lei si alz e richiam la sua attenzione con un cenno della mano. Dall'altra parte della strada il cuore di Enrica batteva furioso nelle orecchie. A disagio, lanciando uno sguardo fugace ai lividi occupanti gli altri tavoli, Ricciardi sedette vicino all'elegante forestiera, che aveva sollevato la veletta scoprendo i due bellissimi occhi neri.
- Finalmente! Eppure mi avevano detto che non resisti fino a tardi, senza un caff. Sono qui da ore ad aspettarti.
Ricciardi era in difficolt palese, come ogni volta che Livia faceva riferimento esplicito all'attrazione che provava per lui.
- Ero andato... dovevo interrogare una persona. Non avevo idea, che saresti venuta. E comunque, sai, il lavoro...
Lei lo interruppe.
- Ma che lavoro e lavoro. So tutto, della tua indagine e della sua brillante conclusione. Ho subito quel tuo untuoso collega, sai, Garzo, che non mi mollava pi per raccontarmi le tue gesta. Ma io gli ho detto che lo sapevo bene, che sei un eroe. Il mio eroe, a essere precisa.
Ricciardi corrug la fronte.
- Prima di tutto Garzo  un mio superiore, non un collega. E non  certo il destinatario delle mie confidenze. E poi, nessun eroe: l'assassino ha confessato, tutto qui.
Livia scacci le rimostranze con un gesto infastidito.
- Comunque non sono qui per questo. Ti devo dare alcune comunicazioni importanti. Primo: ho deciso di rimanere per qualche tempo in questa vostra splendida citt. Ho chiamato una mia vecchia conoscenza, un impresario teatrale, per dargli incarico di trovarmi un appartamento.
Ricciardi era rimasto a bocca aperta.
- Come, un appartamento? E perch?
- Non vorrai che rimanga a lungo in albergo, no? Star molto pi comoda. E poi potr prendere una persona a servizio e ricevere, finalmente. Non credi che un po' di compagnia mi far bene?
Ricciardi si strinse nelle spalle, e lei continu, compitando le parole, come fa una maestra con un allievo un po' tonto:
- Secondo: ho deciso che la nostra amicizia deve avere un'evoluzione. Giacch continui a far finta di non accorgertene, te lo dico chiaramente: mi interessi, commissario Ricciardi. Mi interessi molto. Non ricordo che un uomo mi abbia mai preso cos tanto, e intendo approfondire questa conoscenza.
Ricciardi avrebbe voluto essere dovunque piuttosto che l. Oltretutto aveva la spiacevole sensazione che, almeno in quattro dei tavolini circostanti, la conversazione fosse cessata completamente per seguire la loro. Certe cose per andavano dette, e lui le disse.

Si  fermato e si  seduto, pens la ragazza dall'altra parte della strada. Non mi pare a suo agio, per si  seduto. Lei lo ha chiamato, si  perfino alzata, lui non l'aveva nemmeno vista. Ma come si fa a non vedere una cos? E ora, che cosa si staranno dicendo? Lei enumera sulle dita, primo, secondo. Ma che cosa star contando? E ora, lui cosa le sta rispondendo? Le gir la testa, si appoggi con la fronte alla vetrina. Enrica, stai bene?, le chiese il padre. S, certo, rispose lei, gli occhi pieni di lacrime.
Mai stata meglio.

- Non credo che sia una buona idea, sai. Questa non  una citt facile, e il clima pu nuocere a chi non ci  abituato. E poi non conosci nessuno, no? Dovresti costruire una rete di amicizie, una donna sola, non sar semplice. Una casa, e dove? In quale quartiere? Avresti bisogno di aiuto, di appoggiarti a qualcuno. E io, sai, non credo di essere la persona giusta. Anzi, so per certo di non essere la persona giusta. Non ho tempo, e non ho amicizie, non sarebbe certamente...
Livia lo interruppe con una risata; voleva sembrare allegra, ma aveva l'espressione triste.
- Quanta eloquenza, all'improvviso! Sai che non ti avevo mai sentito parlare cos a lungo? E per convincermi ad andar via, poi. Be', mio caro, sai che ti dico? Che non  da Livia Lucani abbandonare il campo. E pi mi dici che devo andarmene, pi mi rinsaldi nella decisione di restare. O meglio, una cosa potresti dirmela, per liberarti di me. Rispondi con sincerit: hai una donna?
Il tempo attorno a Ricciardi si ferm. I quattro uomini ai tavoli vicini trattenevano il fiato, in attesa trepida della sua risposta come la stessa Livia. Lui apr e richiuse la bocca due volte. Se avesse risposto affermativamente avrebbe mentito, ma si sarebbe tolto d'impiccio forse definitivamente. Ma era questo, che voleva? Livia era bella, allegra, appassionata. Gli piaceva, e la sua presenza gli dava un'inquietudine strana che non era un semplice disagio. In coscienza, per, non poteva dire di avere il cuore libero.
- No. Non ho una donna. Per... penso a una persona, s. Lei non lo sa, ma io penso a lei.

Mentre sussurrava, nel caff affollato, una cosa cos profonda e personale, gli girava la testa: gli sembrava di avere la febbre. Sul volto di Livia pass come una nuvola. A Ricciardi parve quasi di averla picchiata. Ma fu un attimo, perch lei subito si alz sorridendo.
- E allora, mio caro, io combatter. Ho idea di meritarmi ancora un po' di felicit, e che questa felicit ce l'abbia tu, nascosta da qualche parte. Ho intenzione di cercarla, di trovarla e di prendermela. Di' alla tua amica, nel tuo cuore, di fare le valigie e di prepararsi a traslocare. Ora scusami, ho da fare: devo cercarmi una casa.
E se ne and, seguita da decine di sguardi.

45.

La domenica  una festa. Ma sembra una guerra.
Gli eserciti vengono chiamati dalle campane, che annunciano la messa delle sette con toni di rimprovero per non essersi ricordati per prima cosa di Dio,  magari essere rimasti sui pagliericci con le finestre aperte alla ricerca di un filo d'aria.
E gli eserciti rispondono, scendendo a valle dai quartieri miserabili per prendere i posti migliori, sulle scale delle chiese o sulle vie del passeggio: ancora non passa nessuno, ma perdere una posizione significa dover trovare un altro modo per mangiare. E un esercito di mille colori, quello dei mendicanti: mutilazioni viola, camiciotti grigioverde da reduce del fronte, bende su orbite vuote o su occhi che ci vedono benissimo, cocorite nelle gabbiette addestrate a porgere ai passanti i biglietti della fortuna. E di mille suoni, fisarmoniche, ocarine, mandolini, vecchi violini dal suono fesso. Perfino stazzonate camicie nere, per attirare la piet dei nuovi potenti.
Poco dopo l'alba hanno cominciato a risuonare i martelli che costruiscono i palchi improvvisati, sui quali si esibiranno bande e cantanti e ai piedi dei quali i borseggiatori voleranno come calabroni, facendo correre le mani lievi e leste di tasca in borsa senza incrinare i sorrisi deliziati degli ascoltatori, almeno fino al ritorno a casa.
La domenica  una guerra per il commercio, per tutti gli ambulanti che prendono il posto dei negozi chiusi per un giorno. Pannocchie dorate e annerite, dal profumo irresistibile; semi e noci, propagandati dal fischio acuto del carretto; ciambelle cosparse di perline d'argento e colorate, dalle quali una grassa venditrice scaccia le mosche con un ventaglio; succose fette d'anguria, bastoncini di liquirizia, oleose frittelle. I trabiccoli dei gelati, a forma di prua di nave con una tenda a riparare dal sole la merce, e pinguini di legno intagliati sui fianchi. Tutti a prendere le migliori posizioni, chi tardi arriva male alloggia: la domenica  una festa, ma sembra una guerra.
E come tutte le guerre, ha la cavalleria: le carrozze sono arrivate di prima mattina, qualcuna  rimasta tutta la notte, coi cocchieri addormentati col cappello sulla faccia e il frustino sotto il braccio che ora si stiracchiano doloranti per l'umido nelle ossa. La paglia sotto le bestie a raccoglierne l'urina e le feci ma non l'odore, che appesta l'aria attorno.
La domenica  una guerra, anche per i bambini; i pi fortunati ci hanno pensato per tutta la settimana, con le dita sporche d'inchiostro a respirare il gesso tra i banchi o dietro le lavagne, in ginocchio per punizione. E ci hanno pensato anche gli altri, rincorrendo scalzi i topi nei vicoli o disputando ai cani randagi un pezzo di pane raffermo tra i rifiuti dei palazzi di Santa Lucia. Si ritroveranno pi tardi nella Villa Nazionale, a lanciare sguardi di cupidigia verso le bancarelle di giocattoli, sognando di volarsene via attaccati a un palloncino rosso o di far saltare i severi pap con una di quelle castagnole che sentono scoppiare ogni tanto; gli uni bersaglio dei richiami dei venditori, gli altri scacciati in malo modo con i bastoni.
La domenica  una guerra. Ma sembra una festa.

Ricciardi aveva dormito malissimo.
Ricordava un sogno caotico, con Livia che si confondeva con Adriana, tutt'e due a parlargli con tono minaccioso di anelli e appartamenti. Dietro di loro, l'elegante fidanzato di Enrica che rideva di lui, chiss perch. E Ricciardi che cercava di aprire il libro che il giorno prima aveva comprato e subito nascosto alle grinfie pettegole e indagatrici della tata, sotto una mattonella sconnessa dietro il suo armadio; ma non ce la faceva, le pagine erano pesantissime e lui non aveva forza nella mano.
La mattina l'avambraccio gli formicolava dolorosamente, compresso sotto il peso del corpo: privo di forza, a espandere il disagio del sogno anche nella veglia. In compenso i fantasmi di morti e vivi erano scomparsi, lasciandogli dentro un'ansia nuova e sconosciuta.
Era stato tentato di non mantenere la promessa fatta a don Pierino per non immergersi in una confusione frenetica, con il caldo che c'era: non ce la faceva proprio, a festeggiare. Ma aveva contratto pi di un debito nei confronti del piccolo prete e non voleva dargli un'altra delusione, per cui si avvi stancamente verso il mare. Lungo il tragitto coltiv pensieri frammentari: Livia e la sua determinazione a rimanere, Enrica e la sua finestra chiusa, Adriana e il suo triste destino. Pens di nuovo al libro che aveva comprato e nascosto, e si chiese se avrebbe avuto mai il coraggio di tirarlo fuori e leggerlo. E pens anche alla tata, che vedendolo uscire di domenica mattina aveva fatto una ammiccante allusione a qualche appuntamento che forse il signorino aveva, magari con una forestiera: quella donna aveva facolt medianiche o qualche ignoto informatore. Lui non aveva raccolto.
C'era qualcosa di diverso, nell'aria; l'afa era sempre pesante, ma il cielo era grigio e c'era odore di umido. Forse, prima o poi avrebbe piovuto. Man mano che procedeva vedeva addensarsi la folla, famiglie e gruppi di amici che andavano a godersi una delle feste pi vive della tradizione della citt. Quando arriv a via Santa Lucia la calca era enorme, e il vicino porticciolo, dove si sarebbe conclusa la sfilata allegorica, era gi gremito.
Ricciardi conosceva qualche dettaglio, della festa della 'Nzegna, ma non si era mai applicato a comprenderne la ritualit, n tantomeno aveva avvertito negli anni passati l'esigenza di andarci. Sapeva che il momento pi atteso era una processione, e che si approfittava dell'occasione per ballare, cantare e praticare tutti i tipi di reato possibili col favore della folla; le celle provvisorie della questura in quelle ricorrenze si riempivano all'inverosimile.
Sospinto dalla ressa, si ritrov non lontano dal pontile dal quale, a tre metri dal pelo dell'acqua, alcuni scugnizzi si lanciavano in tuffi spettacolari applauditi da centinaia di sudatissimi spettatori. Non tutti i tuffi andavano bene, per: Ricciardi vide, ritta sull'impalcatura di legno, l'immagine di un ragazzetto che guardava il mare da un'angolazione innaturale, perch aveva il collo spezzato poco sotto la nuca; il pallore traslucido e la pelle raggrinzita riferivano a Ricciardi di un tardivo recupero del corpo e di una permanenza eccessiva nell'acqua del bambino, prima della morte. Ud il suo messaggio, forte e chiaro nonostante il chiasso.
L'ultimo. Faccio l'ultimo tuffo e me ne vado.
E cos  stato, riflett il commissario. L'ultimo tuffo: proprio l'ultimo.
Ignari, i ragazzi continuavano a risalire e a tuffarsi di nuovo passando attraverso l'immagine del piccolo cadavere. Chiss dov'era la madre, in quale follia spegneva il proprio dolore. Nel caldo e nella folla, Ricciardi rabbrivid e si allontan.

46.

L'accesso alla chiesa era dato da una doppia scalinata, ingombra di mendicanti che chiedevano la carit abbrancando le vesti di chi passava. Sulla strada imperversavano i suonatori e gli ambulanti, in un dissonante concerto di urla e strumenti scordati.
Il marciapiede vedeva i madonnari all'opera, con le mani iridate dai gessi colorati e i volti sudati e concentrati: i bellissimi dipinti da loro creati riproducevano la storia della cassa incatenata che aveva ricordato Maione, mentre approdava sulla spiaggia di Santa Lucia da un mare in tempesta. La folla, presa da un improvvisato rispetto per l'arte, evitava accuratamente di calpestare le figure e i paesaggi che andavano decorando la strada.
Ricciardi guadagn l'ingresso del tempio con difficolt, e pi volte fu sul punto di rinunciare e tornarsene a casa; ma era arrivato fin li e voleva almeno farsi intravedere da don Pierino per un cenno di saluto.
La messa era cominciata da poco e l'unica navata era gremita; l'aria era appesantita dall'incenso, dall'enorme quantit di fiori che addobbavano l'altare principale e quelli laterali, e dal sudore della gente che si affollava all'interno.
Ricciardi vide don Pierino che celebrava insieme a due chierichetti. Le parole, in una lingua morta da secoli, si succedevano e richiamavano le risposte dell'assemblea, che ripeteva senza capire quello che diceva; la ritualit conforta, si disse Ricciardi. Forse capire non  importante. Forse capire  peggio.

Il caldo e il mormorio delle preghiere portarono il commissario in una specie di torpore. Livia, Rosa, Lucia Maione, Enrica e Adriana si sovrapponevano in un'unica immagine indistinta e sofferente, mostrando tutte le sfumature del dolore e del distacco, del timore per le persone care e della malinconia; e quell'immagine assomigliava al volto della statua che sormontava l'altare.
Don Pierino, finita la lettura del Vangelo, si arrampic agilmente sulla stretta scala a chiocciola che portava al pulpito: un terrazzino di marmo retto da quattro colonne che dominava l'assemblea. Vide Ricciardi in mezzo alla folla e gli dedic un rapido cenno, al quale il commissario rispose con un lieve inchino del capo.
Il piccolo prete cominci a parlare; aveva un modo semplice e gentile di proporre i concetti, attualizzando il messaggio della Scrittura e rendendolo comprensibile a tutti. Ora stava parlando della festivit.
- Oggi festeggiamo la Madonna della Catena, alla quale siamo tutti molto devoti. E' solo un quadro, molto antico e scuro: a stento si distingue la figura. Ha fatto molta strada per arrivare a noi, e si merita tutto il nostro amore. Ma oggi non vi voglio parlare della Madonna, che pure  nel mio cuore cos come lo  nel vostro: voglio parlarvi della catena.
Molti tra i fedeli si guardarono perplessi: dove voleva andare a parare, il prete? In processione avrebbero portato la Madonna, non certo la catena. Dopo una pausa, don Pierino riprese.
- Noi conosciamo infatti soprattutto le catene cattive: quelle della schiavit, della prigionia. Quelle dell'anima, dei sensi, della malvagit. Esistono anche catene buone, come quella che ha protetto la Madonna del quadro nella sua cassa, fino alla spiaggia di Santa Lucia, quasi un secolo fa. Ma la catena migliore, la pi buona che esista,  quella che lega l'uomo a Dio, che lo ha fatto a propria immagine.
Ricciardi ascoltava suo malgrado affascinato. Non era un credente, impossibile esserlo nella sua condizione; ma la fede era un beneficio che invidiava molto, un conforto per i fortunati che ce l'avevano.
- La catena che unisce Dio all'uomo  forte, resistente alla natura e alle intemperie. E' la catena che lega un padre a un figlio, che non si consuma con la ruggine del tempo. Una catena che Dio non spezzer mai, che anzi ha rinsaldato per mezzo del sacrificio del suo unico figlio.
Ricciardi vide un padre, davanti a s, accarezzare la testa di una bambina, che in risposta gli baci la mano.
- Allora potremmo pensare, - continu don Pierino, - che questa catena che resiste anche a Dio stesso non si possa mai rompere. Purtroppo non  cos. Esiste un modo, per spezzare la catena: una cesoia terribile, che pu fare questo irreparabile danno.
Il prete cerc e ritrov Ricciardi tra la folla.
- Questa cesoia  il peccato: un'arma formidabile, che lo stesso Dio ci ha concesso perch scegliessimo di non adoperarla, salvandoci col libero arbitrio. Il peccato spezza la catena: ci separa da Dio e lascia che cadiamo nell'inferno e nella dannazione.
Ricciardi si accorse di un nuovo disagio che gli si insinuava dentro; il cuore gli batteva forte in gola, come se stesse per venir meno. Si appoggi alla colonna vicino alla quale stava per ritrovare l'equilibrio. Cosa gli stava succedendo? Come attutita dalla nebbia, gli arrivava la voce del prete, nel sommesso mormorio dei ventagli delle donne che si agitavano senza sosta.
- Il peccato spezza l'anello, il pi importante. Spezza l'anello che non pu essere sostituito, senza di esso non c' pi il contatto: la catena non esiste pi, esistono solo due inutili monconi. Il pi importante  l'anello che manca. Compiendo il peccato hai tolto l'anello.
Ricciardi rimase a bocca aperta: davanti alla sua vista nebulosa e alla sua mente devastata dalle mille sofferenze di cui era quotidianamente testimone, si present la verit nella sua forma pi semplice. Aveva capito: aveva capito tutto.
Facendosi largo tra la folla dei fedeli, usc nell'afa grigia e aspir l'aria in lunghe boccate profonde: il mondo gli vorticava attorno. Si sentiva uno stupido, un ottuso idiota incapace di riconoscere l'evidenza.
Si avvi fendendo la calca, contro il senso di coloro che accorrevano al porticciolo per godersi lo spettacolo della 'Nzegna. Camminava e nessuno si accorgeva di lui, nessuno sembrava vederlo mentre risaliva la corrente della ressa. Gli torn in mente la Capece, convinta di essere diventata invisibile per intervento divino: l'angelo della morte.
Forse la donna nella sua follia aveva ragione. I portatori di morte e dannazione sono davvero invisibili.

La famiglia Colombo si preparava al pranzo della domenica, ma qualcosa nell'aria non andava.
Non si trattava dell'umidit, n della luce grigia che filtrava dalla finestra aperta: era piuttosto una questione d'atmosfera. Perfino i ragazzi, che normalmente parlavano tutti insieme in una cacofonia allegra e insopportabile, tacevano perplessi.
La ragione era Enrica.
La giovane era una presenza lieta e silenziosa, riempiva gli spazi della cucina con un'operosit serena e dolce che faceva compagnia, era l'essenza stessa della famiglia. Ora, invece, incombeva come il presagio di una disgrazia: gli occhi gonfi dietro le lenti, i capelli in disordine, le guance arrossate.
Era evidente che aveva pianto, chiusa nella sua stanza dalla quale non era uscita fin dal mattino. La madre e la sorella, preoccupate per l'insolito atteggiamento, erano andate a bussare alla sua porta riscuotendo nulla pi che una secca risposta; poi si erano rassegnate a preparare da sole il pranzo.
Giulio era oscurato da un evidente malumore: non era disposto ad accettare oltre la manifesta sofferenza della figlia, di cui era certo di conoscere la causa. Non aveva lavorato una vita intera per condannare la sua Enrica a un destino che non voleva; se fosse stato necessario l'avrebbe mantenuta per tutti gli anni che lei avrebbe voluto, lasciandole poi quanto bastava per sopravvivere onorevolmente. E se la moglie non avesse voluto saperne, peggio per lei.
Proprio mentre stava per deporre la forchetta ed esprimere ad alta voce quello che pensava, Enrica lo anticip parlando tranquilla e pacata.
- Mamma, - disse, - io lo so che tu vuoi il mio bene e ti preoccupi perch alla mia et non sono ancora fidanzata.
Uno dei fratelli minori nascose una risata nervosa dietro la mano, guadagnandosi un'occhiataccia del padre. Enrica continu.
- E proprio perch sono ormai adulta, sono in grado di capire quello che voglio dalla mia vita. E anche quello che non voglio. Mamma, non dispiacerti: ma io questo Sebastiano Fiore non voglio pi vederlo.
La frase cadde in un silenzio di tomba. Dalla finestra entr un tuono lontano, che sembr il passaggio di un aeroplano.
Maria rivolse alla figlia uno sguardo fiammeggiante, ma la ragazza glielo restitu con la consueta, tranquilla determinazione. La donna tent allora un tono conciliante:
- Ma come fai, a dire cos? Ti ha forse mancato di rispetto, o ha qualcosa che non va? Credi di meritare di pi? Non ti piace la sua famiglia? Oppure...
Enrica alz la mano per interrompere il flusso di domande.
- No, mamma. Niente di tutto questo. E' pi semplice: io non gli voglio bene.
- Ma potresti abituarti, col tempo. Magari, un po' alla volta...
- Scusami, ma non vuoi capire -. Enrica tir un profondo respiro; tutta la famiglia era rivolta verso di lei, nessuno toccava i piatti di pasta fumanti. - Io so che non potr mai volergli bene come una moglie deve volere bene al marito; come tu ne vuoi a pap.
La mamma aspettava, a bocca semiaperta.
- E perch?
- Per il pi semplice dei motivi, mamma: amo un altro.
Una bomba cos, lanciata col tono pi quieto del mondo. Maria si rivolse a Giulio:
- E tu? Tu che sei il padre, e che dovresti avere a cuore il suo destino; tu, che cosa ne dici?
Il marito raddrizz la schiena e disse tranquillo:
- Dico che questo rag dev'essere ottimo. Buona domenica e buon appetito.
E cominci a mangiare.

47.

Nel silenzio della domenica pomeriggio, Ricciardi osservava l'assassino di Adriana Musso di Camparino.
Lo guardava muoversi pigramente nel caldo, assolvendo a piccole incombenze. Lo vide sollevare il capo al cielo, quando un rombo lontano annunci che il tempo stava finalmente per cambiare; poi sospirare e tornare a togliere foglie secche dalle piante.
A Ricciardi non girava pi la testa. Il tragitto che aveva percorso da Santa Lucia gli aveva sgombrato la mente, mentre vedeva perfezionarsi il consueto miracolo: con la nuova chiave di lettura ogni pezzo andava al suo posto, ogni componente si armonizzava con le altre per comporre un quadro finalmente plausibile sotto ogni aspetto. Si era anche concesso un clemente perdono: era stato superficiale e disattento, lo ammetteva; ma nel profondo di s aveva continuato a indagare sul delitto senza mai smettere veramente. Perch in realt non si era mai persuaso che le cose fossero andate come tutti credevano.
A met strada aveva ricostruito gli eventi per come erano accaduti davvero. Ora aveva bisogno di sapere il resto: le motivazioni, i perch. Il quadro delle passioni, delle emozioni che avevano danzato attorno al cadavere della duchessa.
Si avvicin all'assassino e questi lo vide. Non sembr sorpreso, n parve ipotizzare una fuga o un gesto inconsulto. Il commissario salut con un cenno del capo e si sedette su una panchetta di marmo: Peppino Sciarra, il custode di palazzo Camparino, si tolse il cappello troppo largo e si lasci cadere vicino a lui. Stettero in silenzio per un po'. Da qualche parte, da una finestra non lontana, dei cardellini cantavano all'estate morente. Toccava a Ricciardi, e Ricciardi parl.
- Quando la Capece ha confessato, ci ho creduto. Tutti, ci abbiamo creduto; e avevamo ragione, perch quello che diceva era vero. Ma alcune cose non quadravano, n col racconto della Capece n con alcune cose che abbiamo trovato. Per la Capece aveva confessato, Musso era da un'altra parte, il giornalista pure e il nuovo amante si sarebbe notato. E quindi, per tutti noi era stata la Capece, e basta. Ma non  cos.
Sciarra se ne stava a capo chino, come se non riuscisse a contrastare il peso dell'enorme naso.
Ricciardi prosegu.
- C'erano segni sul corpo della duchessa: costole rotte, unghie spezzate. E il cuscino, il cuscino in faccia. Quando la Capece le ha sparato, la duchessa stava morendo. Agonizzava, rantolava, non stava russando. Stava morendo soffocata. Il colpo di pistola in fronte ci ha distratti, non ci ha fatto capire: in realt la sorte della duchessa era gi decisa. Ma allora, chi l'ha uccisa?
Sciarra si copr il viso con la mano. Sembrava non respirare nemmeno.
- Lo potevamo capire. Lo potevo capire. Avevo tutti gli elementi. La forza dell'assassino era quella della disperazione; non c'era furia, non c'era rabbia. Non si  accanito, non ha infierito. Lottava per la vita, aveva paura. Ha lottato e ha vinto, l'assassino. L'unica deturpazione l'ha fatta Ettore, quando ha strappato l'anello della madre dal dito morto, lussandolo. E il colpo di pistola della Capece: non c'era violenza, non c'era rabbia; era solo follia. La Capece voleva giustiziare una colpevole. Tre violenze diverse, sul corpo di Adriana. Questo mi ha disorientato, questo mi ha fatto sbagliare. Non ho capito che la soluzione era semplice: tre violenze, tre colpevoli.
Sciarra scuoteva piano la testa, quasi cullandosi. Il mormorio della voce di Ricciardi continu:
- Due tracce non ho capito, due tracce non ho voluto vedere. C'era una mezza orma sul tappeto. Un segno strano, si intuiva solamente. Terriccio, un poco di fango, e non piove da due mesi. Da dove veniva, quel fango?
Sciarra abbass la mano e per la prima volta guard in faccia il commissario. Non parl.
- Poi tu mi hai detto che davi acqua alle ortensie di sera tardi, anche se il signorino ti rimproverava. Acqua e terriccio: era tua, l'impronta. E poi l'altro elemento, che, fesso che sono, non ho visto subito: la catena. Il lucchetto era chiuso, lo riapriva la duchessa quando rientrava: ma stavolta era rientrata prima del tempo perch aveva litigato con Capece, e aveva trovato la catena aperta anche se le chiavi le aveva lei. Perch? Semplice: mancava un anello.
Ricciardi risent chiaro l'ultimo appello dell'anima morta di Adriana:
L'anello, l'anello, hai tolto l'anello, l'anello mi manca.
E lui, stupido, che si chiedeva quale fosse l'anello, se quello di Capece o quello della madre di Ettore. Invece era un anello della catena che chiudeva il cancello, rimosso da Sciarra per introdursi nell'appartamento quando lei era fuori e la governante si era gi ritirata. C'erano voluti don Pierino e la catena tra uomo e Dio spezzata dal peccato, per fare emergere la verit dal fondo della sua incoscienza.
L'ometto infil una mano in tasca e tir fuori qualcosa, che diede a Ricciardi. Un cerchio di metallo brunito, aperto al centro; non era ferro, ma un metallo morbido dipinto, forse piombo. Il passepartout di Sciarra per l'appartamento dei duchi di Camparino.
La sera scendeva sul cortile del palazzo, allungando le ombre e cancellando i colori. Sciarra finalmente parl, e nel sussurro la sua voce incrinata pareva pi patetica che comica.
- Il mio posto qual ? Lo sapete, voi, commissa'? Me lo sapete dire? Tutti mi dicono: stai al posto tuo. Vai al tuo posto. Ma il mio posto, quello vero, non lo sa nessuno. Nemmeno io stesso lo so, qual  il mio posto.
Il cardellino smise di cantare, di botto. Poi riprese, a piena voce. E riprese anche Sciarra.
- Io sono di Pozzuoli. Al paese mio, se non hai una barca per pescare non puoi fare niente. Io ho conosciuto a mia moglie che ero un ragazzino; siamo gente semplice, i nostri sogni sono semplici: non come i signori miei, qua, che hanno mille cose per la testa. Noi volevamo un tetto e da mangiare, per noi e per i nostri figli. E volevamo lavorare, onestamente. Dalle parti mie, chi non tiene una barca pu fare solo una cosa, se vuole mangiare: andare sotto a quella gente l. E io non ci volevo andare. Allora abbiamo messo quelle quattro cose su un carretto e ce ne siamo venuti a Napoli, la grande citt.
Ricciardi sapeva per diretta esperienza che ogni assassino cerca quel momento: vuole parlare, per liberarsi. Per essere capito. Perch chi ascolta condivida le sue ragioni e dica: povero Sciarra,  proprio come dici, tu sei una vittima, non il colpevole. La solita storia.
- E invece, commissa', la fame nera pure qua. Abbiamo dormito sotto al carretto, uno alla volta, perch se no i topi si mangiavano i nasi e le orecchie delle creature, l'ho visto succedere, credetemi. E quando non erano i topi erano persone ancora pi disgraziate di noi, che si volevano pigliare quei quattro stracci. Poi, una mattina che ero venuto in questa piazza a chiedere la grazia alla Madonna nella chiesa, vedo la signora Concetta, la governante, che parla con una bottegaia e si lamenta che non si riesce a trovare un custode e una cameriera, e che non ce la fa pi a fare tutto lei.
Gli occhi di Sciarra si illuminarono al ricordo della grazia ricevuta prima ancora di chiederla.
- Io ho ringraziato Iddio ogni giorno, e lo ringrazio ancora. Il posto: avevo preso il posto. Era questo, il posto mio. I miei figli potevano crescere sotto un tetto, e potevano mangiare. Non avete idea della fame che avevamo avuto. E che significava per noi mangiare, due volte in una sola giornata. I figli miei se la sono scordata, la fame; la piccolina addirittura non l'ha mai conosciuta. Io e mia moglie no, commissa'; non ce la siamo scordata. Ancora ci svegliamo di notte, per la paura, quando ci sogniamo la fame e le nottate sotto al carretto, con la pioggia che
entra da tutte le parti e il rumore dei denti che battono. Abbiamo visto la morte in faccia, commissa'.
La morte in faccia: e lo diceva proprio a lui. La duchessa, che era morta, lo guardava in faccia; chiss quanti anni aveva da vivere, ancora, con quella dannazione.
- Io non ce la faccio a vedere i miei figli che hanno fame. Nemmeno un poco di appetito. Se i miei figli mi chiedono da mangiare, io glielo d. Sono il padre:  il mio dovere. E forse perch quando erano piccoli non avevano niente, adesso tengono sempre fame; sempre, commissa'. Da quando si svegliano fino alla sera, mangerebbero sempre. Non sono ingordi: semplicemente hanno fame.
Ricciardi ricordava i due bambini di Sciarra che si litigavano pane e formaggio, la mattina dopo la morte della duchessa.
- Voi non potete sapere quello che ci sta nella dispensa di questa casa. Nessuno mangia, chi va da una parte, chi dall'altra; e il duca, poveretto, va avanti a minestrine e brodini. E dalle masserie di loro propriet arriva ogni ben di dio, cibo a quintali. Lo fanno perdere, la roba va a male e si butta. Si stringe il cuore, a vedere quello che gettano via ogni settimana: carne, pasta, frutta. Coi bambini in mezzo alla strada che si muoiono di fame. Non  giusto, ma  cos: ognuno al suo posto. Ma qual , il posto di ognuno? Voi me lo sapete dire, commissa'?
Ricciardi disse:
- Vai avanti. Parlami di quella sera.
Sciarra si pass di nuovo le mani tremanti sulla faccia. Ci fu un altro tuono, questa volta pi vicino.
- La signora Concetta, quando si ritira, chiude la catena del cancello col lucchetto. Se ne va subito a dormire, tiene il sonno pesante e fino alla mattina non si sveglia. Molto tardi, mai prima delle due, la duchessa si ritirava; apriva il lucchetto con le chiavi, lo richiudeva, metteva le chiavi nel cassetto dove Concetta le trovava il giorno dopo, e se ne andava in camera sua. Qualche volta si ritirava con... con qualcuno, insomma. Ma i movimenti di chiavi e lucchetto erano gli stessi.
- E allora?
- E allora, un annetto fa, io mi sono detto: ma chi se ne accorge, se manca un pezzetto di carne dalla dispensa? Tanto poi la buttano lo stesso. Mio figlio, il grande, era stato molto malato. Si era fatto bianco, gli mancava il sangue. E io fabbricai un anello di piombo, tale e quale a quelli della catena, e lo misi in fondo, per ultimo. E la sera, prima che tornava la duchessa, lo aprivo con le mani. Sono forte, sapete: nessuno lo direbbe mai, quanto sono forte.
Forse adesso lo direbbe la duchessa, disse fra s Ricciardi; dato che non  riuscita a liberarsi della tua morsa, che l'ha soffocata.
- Da allora qualche volta ho preso qualche cosa da mangiare. Entravo, prendevo un poco d'olio, un pezzo di carne, il pane. Proprio quella sera avevo preso un pezzo di formaggio. La creatura teneva voglia, me lo aveva detto cento volte, e io gliel'avevo promesso. Insomma, esco dalla dispensa e mi trovo davanti la duchessa con le chiavi in mano. Mi ha guardato, e mi ha detto: domani ve ne andate. Tutti. In questo palazzo non ci metterete pi piede. Non  pi il posto vostro. Lo capite, commissa'? Il posto nostro. Io rividi il carretto, i topi, la pioggia. Pensai alla mia piccolina, che la strada non l'ha vista mai. E le dissi: signora duchessa, abbiate piet. E lei: se non te ne vai mi metto a urlare. E io non capii pi niente; fuori c'era la festa, c'era ancora un sacco di gente. Sarebbe stata la vergogna, la mortificazione pi grande. E le ho messo il cuscino in faccia.
Ricciardi taceva, figurandosi la scena.
- Avete lottato; la duchessa si  ribellata.
Sciarra era immerso nel delitto che stava rivivendo.
- Una gatta. Pareva una gatta. Scalciava, graffiava; io tenevo la giacca della divisa, se no mi faceva le braccia a pezzi. Poi non si  mossa pi. Ho raccolto le chiavi da terra, le ho messe nel cassetto e me ne sono andato. Arrivato a casa mi sono accorto che tenevo ancora il pezzo di formaggio in mano. Mia moglie cominci a piangere, e piange ancora.
Per incredibile che fosse, la fame era la vera colpevole.
Non il complicato amore, con le sue mille vie per il delitto, la rabbia, il possesso, la gelosia; ma l'ottusa, sciocca fame, e il suo cieco bisogno urlante.
Ormai il cortile era quasi buio; la sera umida era calata sulla citt. Nella penombra si udirono alcuni passi leggeri, e Ricciardi intravide i due figli di Sciarra che, tenendosi per mano, si erano avvicinati.
- Pap? Ha detto mamm: non salite?
La voce del bambino era preoccupata dalla presenza di Ricciardi: cosa poteva volere dal padre quel signore scuro in volto?
Sciarra rispose:
- S, salite prima voi. Dite a mamm che... ditele che appena posso vengo.
I ragazzi se ne andarono malvolentieri; prima di girarsi, la bambina fece una riverenza a Ricciardi.
- Sono belli, eh, commissa'? I miei figli sono belli assai. E mi aiutano, sapete? Tutti i piccoli lavoretti li fanno loro. E a scuola sono i pi bravi di tutti. Chiss qual  il posto loro. Chiss quale sar il posto loro, adesso.
Un tuono romb forte, e si alz il vento. Ricciardi rabbrivid. La fame, riflett. E la famiglia Capece, i due ragazzi rimasti senza la mamma, con un padre sconosciuto da perdonare giorno per giorno e mai del tutto. E il duca che moriva nel suo letto, e Achille ed Ettore e il loro amore senza luce. E Sofia Capece, nel buio della stanza e della follia nella quale forse avrebbe passato il resto della vita.
Quante vittime aveva fatto, il delitto della duchessa? Chi l'aveva uccisa, in realt? Forse bastava il colpo della pistola della Capece. Forse bastava l'angelo della morte.
Per i ragazzi Capece era troppo tardi; per i figli di Sciarra no. La coscienza contro il senso di giustizia. Ricciardi parl secondo l'istinto.
- La tua galera saranno i tuoi figli, Sciarra. Tu lascia che finiscano male, e finirai male anche tu. Io non ti perdono, perch non  compito mio: ma i tuoi figli hanno bisogno di te, e loro vengono prima della giustizia.
Sciarra non aveva alzato gli occhi da terra.
- Sono io che non mi perdono, commissa'. Sia qua sia in galera, io non mi perdoner mai. E mi sogner alla duchessa, ogni notte della mia vita. Ora lo so, qual  il posto mio. Me l'avete detto voi. Il posto mio  vicino ai figli miei.
Quando Ricciardi se ne and, nelle prime gocce di pioggia, se ne stava ancora l, seduto, a guardare in terra.

48.

Le ossa avevano avvertito Rosa gi dal giorno prima che il tempo sarebbe cambiato. Vantaggi dell'et; come la saggezza. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, per. Mentre si massaggiava il gomito dolente, davanti all'acquaio, pensava a Ricciardi.
Era arrivato tardi, umido di pioggia, la faccia pi malinconica del solito. Aveva mangiato senza dire una parola, rispondendo a monosillabi alle sue domande. Dio, quant'era difficile capirlo, chiuso com'era.
Poi si era ritirato in camera. Rosa lanci un'occhiata dalla finestra della cucina, mentre risciacquava i piatti. La pioggia stava rinforzando; l'aria odorava di autunno. Le stagioni passano, disse fra s, e si ripetono sempre uguali; ma ognuna lascia il suo segno. Di l dal vicolo, la fine- , stra del salotto dei Colombo era buia: quella sera non si riceveva. Buon segno, si disse la tata. Tutto andava come doveva andare.
Si chiese a cosa servisse il libro che Ricciardi aveva nascosto dietro la mattonella sconnessa sotto l'armadio, per non farglielo trovare. Invece Rosa l'aveva trovato quella mattina stessa, quello era il primo posto che controllava ogni giorno; metodico com'era, Ricciardi non cambiava mai nascondiglio. Rosa era riuscita a leggere solo il titolo, perch le lettere grandi le riconosceva e le piccole no. Pens alla forestiera di cui le aveva parlato la pettinatrice, riferendo le parole di Enrica. Non avrebbe saputo dire il perch, ma quella donna la preoccupava: anzitutto la sua presenza avrebbe dovuto rendere Ricciardi felice, e lei lo vedeva ancora pi cupo. Poi le era stata descritta come una persona ben diversa da quella che avrebbe desiderato vicino al  suo ragazzo. Moglie e buoi, si disse.
Guard di nuovo la finestra, che tremava sotto uno scroscio pi forte. Chiss, magari potrei invitare la Colombo a prendere un caff qui, un pomeriggio. Adesso che fa meno caldo e fuori piove. Dalla stanza di Ricciardi venne il rumore di una sedia spostata. Rosa sorrise, asciugando l'ultimo piatto.

Entrando nella stanza si era subito accorto che la finestra della cucina di Enrica era di nuovo illuminata. La pioggia forte gli impediva di distinguere di chi fosse la sagoma che intravedeva, seduta nel cono di luce della lampada a leggere o a ricamare; ma non aveva bisogno di conferme.
L'iniziativa. Tutti gli dicevano che bisognava prendere l'iniziativa. Un atto di volont. Come se fosse facile. Gli risuonavano nelle orecchie le parole di Modo, di don Pierino, di Ettore Musso; gente che viveva le proprie scelte fra mille ostacoli.
Anche lui faceva scelte, certo; e nemmeno facili, a volerla dire tutta. Ad esempio, aveva appena deciso di lasciare a piede libero un assassino, solo per la riverenza aggraziata di una bambina.
Un attimo prima era determinato a portarlo dentro, colpevole com'era quanto la Capece o anche di pi; poi aveva pensato che stava proprio a lui, non a un giudice seduto dietro una cattedra al tribunale di Porta Capuana. Era lui, Ricciardi, che doveva decidere se condannare quattro ragazzi a una vita infame e un uomo alla galera a vita per l'impulso di un momento, dato dal terrore della miseria ritrovata. E aveva deciso.
Come poteva essere, si chiese fissando la finestra battuta dalla pioggia? Come pu la stessa persona prendere una decisione del genere in un attimo, e poi starsene per mesi, ogni sera, qui, senza sapere cosa fare?
Si chin sotto l'armadio, spost la mattonella e prese il libro. Dalla cucina giungeva rumore di stoviglie; la tata non avrebbe mai scoperto il nascondiglio. Non ce la faceva pi, a chinarsi a terra. Lanci ancora uno sguardo di l dalla strada, ma non si vedeva che la luce: la pioggia era troppo forte.
And allo scrittoio e si sedette, accendendo la lampada. Mise il libro davanti a s, ricordando la vergogna che aveva provato in libreria quando aveva detto al commesso il titolo: Il moderno segretario galante.
L'iniziativa, riflett: devo prendere l'iniziativa. Sospir: l'uomo che vedeva i morti, e ne sentiva il dolore furioso sulla pelle senza battere ciglio, ora era terrorizzato. Afferr un foglio, intinse la penna nell'inchiostro. "Gentile signorina", scrisse.
Poi si ferm, con la penna in mano. E s'incant a guardare le grandi gocce che rigavano la finestra.

Incontro con Bambinella
di Maurizio de Giovanni

Non ha tutti i torti, il brigadiere Maione, quando si lamenta per la strada che deve fare per arrivare quass.
Specialmente in un giorno di fine settembre come oggi, quando il caldo dell'estate pare deciso a non lasciare il posto all'autunno, e anzi, intensifica la presa.
La salita di San Nicola da Tolentino si inerpica verso una striscia di campagna subito sotto il corso Vittorio Emanuele, e la palazzina dove abita Bambinella  proprio l'ultima, in fondo. Come se non bastasse, c' ancora da salire una ripida scalinata fino al sottotetto: da togliere il fiato.
Mi aspetta dietro lo spiraglio della porta, un po' in ombra. Ed  strano a vedersi: alto, le spalle larghe ma il collo vezzosamente piegato e la mano a tenersi pudicamente chiusa la vestaglia sul torace.
- Prego, prego, dotto', ma che piacere. Mi dispiace per la salita, vi siete stancato, eh? Venite, venite dentro, accomodatevi.
Mentre provo a riprendere fiato, mi guardo attorno. La casa di Bambinella gli assomiglia molto: un posto nato per essere qualcosa che  diventato tutt'altro. Una soffitta dal tetto spiovente che quasi tocca terra, un pavimento fatto di assi un po' sconnesse, le pareti che trasudano umidit, la carta da parati macchiata in pi punti: e infissi dai quali d'inverno deve passare il vento freddo che viene dal Nord.
Come se mi avesse letto nel pensiero.
- Quando viene l'inverno metto la carta di giornale e le pezze vecchie vicino alle finestre, cos isolo e il vento non passa. E invece mo' che  estate fa piacere, un poco di corrente, no? Pare di stare vicino al mare, certe volte. E la sera, per via della campagna qua vicino, sapeste come si sta freschi.
Proprio cos, la casa e chi la abita finiscono per assomigliarsi. L'unico ambiente  grande e sghembo, irregolare e adattato; ma ha una sua grazia, arredato com' con veli e tendaggi, coi tanti soprammobili incongrui e con le cineserie, con le poltroncine di vimini e il pouf damascato. E Bambinella  cos, ben piantato, i tratti del volto lunghi, un po' equini, e le braccia forti; sulle guance, sul dorso delle mani, sulla porzione di torace visibile, un'aura bruna per i peli rasati di continuo e in crescita perenne. Ma ogni movimento, ogni espressione, ogni tratto  ingentilito da una grazia naturale squisitamente femminile.
Mi fa segno con le dita affusolate verso una poltroncina.
- Prego, sedetevi l, dotto'. Che vi offro? Vanno bene due biscottini e un caff? Non  proprio caff, lo sapete, di questi tempi non si trova e quando c' costa un sacco di soldi. Ma il mio surrogato  speciale, mo' vi faccio sentire.
Comincia ad armeggiare al fornello, io mi accomodo con cautela sulla sedia di vimini piuttosto instabile; ma ho ripreso fiato, e posso fare qualche domanda.
- Non aspetti nessuno, vero? Sei solo, o...
Si ferma e si volta, con aria imbronciata.
- E no, dotto', cos partiamo male. Se volete parlare con me, vi dovete rivolgere come a una signorina perbene e mi dovete chiamare Bambinella, come mi chiamano tutti. Non fate come il brigadiere, che mi parla col maschile; a lui per consento tutto, quello mi ha pure tirato fuori dalla galera, io questo non me lo scordo.
- Va bene, allora. Abiti da sola, qui?
Ride, scuotendo le spalle.
- E certo, che vi credete? Questo  un porto di mare, gente che viene, che va; un sacco di... amici che mi vengono a trovare, chi porta una cosa, chi un'altra. Insomma, io sola non ci sto mai. E che oggi  domenica, la gente di domenica se ne sta in famiglia. Io per ne approfitto, vado a messa, metto a posto la casa, curo la mia persona, mi faccio i capelli. E la giornata passa in fretta.
Sono sorpreso.
- Ma come, vai a messa?
- E come no. Che, non ci devo andare? Io a messa ci vado da quand'ero piccolina, ci passavo le giornate intere in chiesa. Ci stava un sacerdote, si chiamava don Corrado, e mamma mia, quanto mi piaceva! Io penso che ci piacevo pure a lui, tenevo tredici anni, mi toccava la gamba quando mi sedevo vicino a lui a parlare, ma non  mai successo niente. Per sono rimasta legata e in chiesa ci torno ancora, e ogni domenica, per l'appunto, vado a sentirmi la messa.
- E con te come sono le persone, nel quartiere e nella citt? Come si comportano, come ti trattano?
Ha disposto un paio di biscotti e due tazzine fumanti in un vassoio di porcellana un po' sbeccato, poi viene a sedersi sul pouf.
- Le persone come me, dotto', in citt ci sono sempre state. E addirittura anticamente, me l'ha raccontato un professore di Filosofia del liceo Genovesi, cliente mio, venivano rispettate e mantenute dal resto della popolazione, perch avevano due nature, di maschio e di femmina. Mo' certo non mi mantengono pi, il mangiare me lo devo guadagnare col sudore della... fronte, ma se devo dire che mi trattano male no, non lo posso dire, in coscienza -. Si ferma a riflettere, poi riprende: - Questa citt, dotto',  un posto unico. Si deve andare avanti, si deve sopravvivere, e non si ha il tempo di fare certi pensieri. Per odiare ci vuole energia, e chi ce l'ha tutta questa forza? Siamo poveri, ci stanno certi posti dove per poco non ci si mangia l'uno con l'altro, c' fame, disperazione. Per proprio la fame rende tutti, come posso dire, un'unica famiglia. I figli sono figli di tutti, quando uno va in galera ci pensa tutto il quartiere a dare una mano; quando uno si ammala gravemente e non pu lavorare, allora chi porta una cosa, chi un'altra, e la famiglia va avanti lo stesso, fino a quando poi non c' l'occasione di ricambiare. E da lontano i poveri guardano i ricchi, e sognano di essere al posto loro; e pure i ricchi guardano i poveri, e si mettono paura. E davanti a tutti ci sta il mare; e sopra, il cielo che aspetta. E alla fine moriamo tutti quanti. E cos .
I biscotti sono fragranti, davvero buoni. Bambinella si  seduta con le lunghe gambe piegate, e prende lunghi e rumorosi sorsi dalla tazza, col mignolo dritto. Chiedo:
- E questo tuo mestiere, non ti pesa? Non vorresti cambiare vita?
Spalanca gli occhi. Sono molto belli, neri e liquidi, con le ciglia lunghe e accuratamente truccati.
- No, dotto', che dite? E che potrebbe fare mai, una come me? Se sapeste che vita facevo, prima; gli altri ragazzi mi sfottevano e mi picchiavano ogni due e tre, mi mettevano in mezzo. E quando qualcuno si voleva sfogare, mi capite, no?, mi faceva lo stesso le cose. E allora,, meglio che mettiamo tutto in chiaro, e se qualcuno vuole togliersi uno sfizio, allora meglio che paga. E poi, sempre amore ; e sempre un modo , per non stare sola. Non vi pare?
Non saprei come rispondere. Quel che  certo  che questo surrogato fa schifo, sa di ceci bruciati. Bambinella si accorge della mia espressione disgustata e assume un'aria contrita.
- Non  buono, eh? Non vi piace, lo so. Noi ci illudiamo che  come il caff, ma la verit  che come il caff ci sta solo il caff. Che ci volete fare?
Cambiamo argomento.
- Com'eri, da ragazzino? Avresti voluto studiare?
Ridacchia, con le dita davanti alla bocca.
- Eh, studiare. Quelli come me non studiano, dotto'. Qua studiano i figli dei signori e degli impiegati, e un poco gli orfani dalle suore, per forza, se no non li fanno andare al refettorio. Io per sono sensibile, mi piace parlare con le persone di cultura. Un altro cliente mio  un poeta, e quando viene qua mi legge le pagine dei libri e dei quaderni che scrive, mamma mia, e quanto mi piacciono! Per studiare no, non credo che mi sarebbe piaciuto. A me piace uscire, stare in mezzo alla strada, vedere la gente. E chiacchierare. Questo dice, il brigadiere Maione: che io sono nata per chiacchierare.
L'altro mestiere di Bambinella: l'informatore.
- E come fai a sapere sempre tutto di tutti?
Si passa una mano sui capelli raccolti a crocchia, pensosa.
- Mah, sapete, dotto', io credo che alla gente alla fine ci piace, di raccontare i fatti suoi. In questo mondo nessuno mai sta a sentire nessuno, ognuno pensa solamente a s stesso. Io invece mi metto l buona buona, faccio domande, commenti, mi meraviglio, sto a sentire. E come per miracolo ognuno apre il baule e comincia a tirare fuori i segreti, non solo i suoi ma pure quelli degli altri che  venuto a sapere. Il brigadiere non si fa capace, ma cos : appena mi vede, la gente comincia a parlare e sfila tutto il rosario. Io poi ci ho pure una bella memoria, e mi ricordo tutto.
Incredibile, penso. Una rete immensa di informazioni basata solo sul pettegolezzo.
- Succede sia con gli uomini che con le donne?
Ride, con un suono che sembra un nitrito.
,- S, con tutti quanti. Io penso che le donne parlano con me perch mi vedono donna, e gli uomini perch mi vedono uomo. E stato cos sempre, da quando ero piccolina. Io me ne sono accorta subito di... di me, insomma. In un primo momento mi vergognavo, mi nascondevo, poi ho deciso che com'ero ero, che la vita  una e che pure io ero una creatura di Dio e non uno scherzo della natura. Da quel momento sono stata felice, pure in mezzo a mille difficolt.
Devo ammetterlo, fa tenerezza.
- E quali sono gli uomini che ti piacciono?
Parla mentre mastica un biscotto, spargendo una pioggia di briciole sul tappeto liso.
- Dunque, se vi devo dire la verit, a me mi piacciono gli uomini tenebrosi, come a Rodolfo Valentino. Quelli che pare sempre che hanno passato un guaio, con lo sguardo perduto nel vuoto. Un poco come il commissario Ricciardi, so che voi lo conoscete. Tipo a lui, insomma; ma non lui, che ha qualcosa che mi fa impressione, come se sapesse cose che nessun altro sa. Per, a quanto
ho visto io,  una brava persona. Ma a me mi fa un poco impressione.
- E Maione, invece? Che rapporto hai, con lui?
Sorride con affetto.
- Ah, il brigadiere. Pure lui  un bell'uomo, io mi diverto a fare finta di corteggiarlo per metterlo in difficolt. E una persona perbene, la migliore che conosco. Un padre, un marito e un poliziotto, come dice sempre lui. Ve l'ho detto, mi ha tirato fuori dalla galera: lui dice che  perch non sapeva se mettermi con gli uomini o con le donne, ma invece lo ha fatto perch  un uomo meraviglioso. Mi chiede le cose e io ce le dico, perch so che l'uso che ne fa  sempre per il bene e non per il male; e qualche volta, con le mie informazioni, lo proteggo, perch ne ha bisogno. Lo proteggo pure da s stesso.
Rifletto sui sentimenti, e sui sottili equilibri su cui si reggono gli amori e le amicizie.
- E l'amore? Fai questo mestiere, hai tanti amici attorno. Non ti manca una famiglia, qualcuno tutto per te?
Rimane in silenzio a lungo, guardando verso una delle finestre. Mi accorgo che da quel lato si vede uno spicchio di mare, sul quale luccica l'ultimo raggio del tramonto.
Alla fine parla, ma il tono  basso, dolente.
- L'amore. Quante cose succedono, vicino all'amore. E quante volte diventa una scusa per fare le cose pi brutte. Si dice: l'ho fatto per amore. E invece uno le cose le fa per egoismo, e basta.
Si gira verso di me, i grandi occhi neri fermi e calmi.
- Mi piacerebbe, s, dotto'. Vorrei pure io un uomo vicino, per invecchiare con qualcuno, per dire: ti voglio bene, senza essere sfottuto o creare disagio. Per le persone come me non se lo possono permettere, l'amore. E' un lusso.
Sul terrazzo girano alcuni piccioni, razzolando qua e l. Bambinella li osserva.
- Li vedete, dotto'? Loro mi fanno compagnia, qua sopra. Ci vengono volentieri, forse perch sono gli unici che non devono fare tutte quelle scale. Una compagna mia, che fa il mestiere in una casa a Forcella, mi ha detto una volta che un uomo, per arrivare fino a qua, vuol dire che trova qualcosa che altrove non c'. Voi che ne dite, di che si tratta?
E ride, un po' sguaiata ma di cuore.
Credo sia proprio il momento di andare.
...
.
...
FINE.